Graziano Maino

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@Mainograz

Consulente per lo sviluppo organizzativo

Grosio, Lombardia Entrou em Nisan 2009
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Les Indépendants Sénat
Les Indépendants Sénat@Indep_Senat·
#MoyenOrient #IranWar‌ 💬 « #Trump, le seul éléphant au monde qui se promène avec son propre magasin de porcelaine, n’a plus le choix qu’entre deux solutions aussi mauvaises l’une que l’autre : se retirer ou s’enliser. » 📢 « Bombarder plus pour gagner plus. Il n’y a pas un pays où Trump n’ait profité de la situation pour s’enrichir sans jamais oublier sa famille. » 💬 « Les guerres en Ukraine et au Proche-Orient nous envoient un message simple et clair. Nous ne pouvons compter que sur nous-mêmes. Il va bien falloir aussi que les 27 commencent à résoudre leurs problèmes urgents et graves. » 🇫🇷🇪🇺 Retrouvez le discours prononcé hier en soirée, par notre Président @ClaudeMalhuret, au @Senat.
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Sergio Scandura
Sergio Scandura@scandura·
E morirà anche l'Europa come conquista di civiltà (Putin ringrazia, Donald pure, Bibi idem).
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Andrea Giuricin
Andrea Giuricin@AndreaGiuricin·
A #Roma sono crollati i passeggeri della metropolitana negli ultimi 15 anni, pur essendoci sempre più km di linea... Questo con 12 miliardi di euro pubblici dati ad #Atac in 15 anni. Perchè il comune non fa la gara per i servizi? Perchè il comune accetta assenteismo al 13/14%?
Andrea Giuricin tweet media
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jacopo iacoboni
jacopo iacoboni@jacopo_iacoboni·
Trump devasta anche l’America, e è l’unica vera carta che ha nelle mani Putin contro l’Ucraina e l’Europa. I due si tengono insieme. Le loro cricche fanno affari insieme. Uno dei due ha kompromat sull’altro
Timothy Snyder@TimothyDSnyder

#NoKings Cincinnati, Ohio. Protest matters. This will help to get us through.

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Nicola Bressi
Nicola Bressi@Nicola_Bressi·
A un convegno ho incontrato un collega ungherese. Persona colta, sensibile, senza appartenenze politiche. Si è detto molto preoccupato. Per lui, Orban e il suo gruppo di potere rischiano troppo se perdono (molti, pure la galera) e ricorreranno a ogni sorta di nefandezza e trucco.
Fabio Sabatini@FabbioSabatini

🧵Se vi è capitato di vedere immagini o video generati da AI in cui Zelensky sniffa cocaina seduto su un water d'oro, dovete sapere che a produrli è un'agenzia del Cremlino già sanzionata dal governo americano, che oggi cura la propaganda elettorale di Orbán. L'intera campagna di Fidesz ruota intorno a una minaccia che non esiste: un attacco militare dell'Ucraina all'Ungheria. Il 12 aprile in Ungheria si terranno le elezioni. Orbán è in svantaggio di circa 20 punti nei sondaggi indipendenti e rischia di perdere il potere dopo 16 anni di controllo autoritario del Paese. Russia, Trump e l'estrema destra europea stanno cercando di impedirlo con ogni mezzo. La posta in gioco è altissima. Putin rischia di perdere la sua quinta colonna a Bruxelles, che gli serve per logorare dall'interno l'Unione Europea e sabotare il sostegno europeo all'Ucraina. Per Trump, la sopravvivenza di Orbán è un tassello di un progetto più ampio: spingere l'Europa verso la destra radicale e populista, favorendo la dissoluzione del progetto europeo. Anche Meloni e Salvini sostengono apertamente Orbán, schierando il nostro paese al fianco di autocrazie che vedono nelle democrazie liberali europee il proprio principale nemico. Contro gli interessi italiani. Più che sovranismo, è il suo contrario: asservimento a potenze straniere ostili. Nel nuovo post sul mio blog racconto cosa sta succedendo davvero in Ungheria e perché l’esito delle elezioni influenzerà anche il nostro futuro. La campagna ungherese è un modello che l'internazionale autoritarista di Putin e Trump può replicare ovunque, Italia compresa. Il link è nel primo commento.

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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
Volevo rassicurare i putiniani: andrà tutto bene, le sanzioni non funzionano, la Russia è una meraviglia di paese, gli obiettivi dell’operazioncina speciale di due settimane sono abbondantemente raggiunti e la vittoria è ormai dietro l’angolo. Per quanto i menestrelli del regime - anche alle nostre latitudini - si diano un gran da fare per magnificare i “successi” dello zar, le notizie che continuano a filtrare dai saloni dorati del Cremlino non fanno che aggiungere pennellate ad un quadro che immortala un disastro di così vaste dimensioni da candidarsi ad essere studiato come la peggiore disfatta economica, politica e militare della storia moderna. Giusto qualche giorno fa Putin ha incontrato alcuni oligarchi cui ha gentilmente chiesto di vuotare le tasche per finanziare “spintaneamente” la guerra (non lo Stato, proprio la guerra), perché il tritacarne inaugurato in Ucraina il 24 febbraio del 2022 si sta rivelando anche un tritasoldi che sta trascinando Mosca sul lastrico. Le spese per la “difesa” sono infatti cresciute in questi anni al punto di costringere il Cremlino ad attingere dal Fondo Pensioni, diventato una sorta di salvadanaio per pagare le spese della guerra. La liquidità del fondo si sta assottigliando a ritmi incontrollati, nonostante gli aumenti delle tasse, perché lo Stato ha dovuto non solo finanziare interamente la macchina militare ma anche attutire le conseguenze delle storture economiche derivanti da guerra e sanzioni, un gioco che si sta rivelando insostenibile sul medio periodo. Secondo gli analisti persino russi, le riserve basteranno per ancora 12-15 mesi, cioè al massimo fino al 2027, termine oltre il quale la Russia potrebbe vedere concretizzarsi i rischi di collasso ormai sempre più evidenti. L’iper inflazione e i tassi d’interesse folli stanno causando danni incalcolabili all’economia civile, con fallimenti a catena e nazionalizzazioni. La stretta economica ed il giro di vite sulle connessioni a Internet hanno generato una sensazione di sfiducia verso il sistema bancario e diffuso la paura di non poter effettuare pagamenti, visti i continui stop dei circuiti di carte elettroniche, con la conseguenza che sono in corso prelievi in massa dai conti correnti (20 miliardi di dollari solo a gennaio) con seri rischi di crisi di liquidità per gli istituti di credito, i quali sono già enormemente esposti soprattutto con l’industria bellica, avendo in pancia una massa enorme di crediti potenzialmente tossici. I numeri, poi, alla fine sono difficilmente reinterpretabili. Per dare un’idea della tempesta perfetta che si sta abbattendo sull’economia russa, basti pensare che il governo aveva pianificato per il 2026 un deficit totale di circa 3.790 miliardi di rubli (circa l'1,6% del PIL). Ma in soli due mesi (gennaio e febbraio), il deficit ha già raggiunto i 3.450 miliardi di rubli. In sintesi, in meno di 60 giorni, la Russia ha "consumato" circa il 91% del deficit previsto per l'intero anno. Non è un caso che la Banca Centrale abbia ormai iniziato anche a vendere l’oro delle riserve nazionali. Alcuni contano che la recente crisi iraniana ed il conseguente shock dei prezzi possa alleviare le pene economiche del Cremlino, ma la situazione potrebbe non essere così semplice. Gli strike ucraini su raffinerie e hub petroliferi si sono fatti ormai precisi e sistematici. E se nel 2025 il conto per Mosca è stato di circa 13 miliardi, quello del 2026 rischia di essere infinitamente peggiore. Il recente colpo messo a segno a Ust-Luga ha dimezzato il volume di esportazioni nel baltico, con una perdita stimata di 2 milioni di barili al giorno, pari a circa 100 milioni di mancati introiti ogni 24 ore, cui si aggiungono quelli materiali delle esplosioni (che hanno coinvolto strutture non facilmente riparabili con le sanzioni vigenti e persino navi in fase di carico) e gli altri causati all’intera filiera visto che numerosi impianti di produzione e raffinazione si sono fermati o hanno dovuto rallentare le attività a causa dell’impossibilità di stoccare prodotti. Tutto questo avviene a fronte di nessun significativo guadagno sul campo di battaglia, dove al contrario si registrano in vari punti delle avanzate ucraine, nonostante il dispendio enorme di uomini e mezzi profuso dal “secondo esercito più forte del mondo”. In un contesto in cui appare chiaro che nessun obiettivo della guerra può essere raggiunto. La guerra di Putin voleva essere innanzitutto una guerra alla NATO, che invece nel frattempo si è allargata e condivide con la Russia il doppio dei confini rispetto a prima della guerra. Lo zar voleva anche rafforzare l’impero, il quale invece si sta letteralmente sbriciolando dopo aver perso la Siria, il Venezuela, aver compromesso le relazioni con varie nazioni del Caucaso ed aver a più riprese tentato di “vendere” anche l’Iran agli USA in cambio di uno stop agli aiuti a Kyiv. Altro obiettivo era poi la leadership politica del BRICS, un progetto che appare quanto mai appannato e che deve fare i conti con l’ormai totale dipendenza economica di Mosca da Pechino, divenuta sistemica proprio a causa della guerra. E ancora si potrebbe parlare della propaganda, fatta di narrazioni un tempo accettate pacificamente le oggi invece studiate e contrastate in tutto il mondo, ma anche della stessa reputazione internazionale, della Russia, ormai compromessa irrimediabilmente per i prossimi decenni. Infine l’Ucraina, che ormai quasi vent’anni fa Putin disse di non riconoscere nemmeno come nazione, concetto ribadito nel lungo “saggio” pubblicato nel settembre 2021, nel quale ribadiva come sostanzialmente quel paese fosse solo un fraintendimento della storia, un errore sulla carta geografica. L’Ucraina secondo lui è Russia. E forse è questo il suo fallimento più grande, visto che probabilmente nessun presidente più di lui ha contribuito a rafforzare l’identità nazionale ucraina e ha dato un sostegno, sia pure involontario, alla sua definitiva derussificazione. Ottenendo l’ulteriore effetto collaterale di trasformare uno stato povero, marginale ed estraneo agli equilibri internazionali, nel centro della politica mondiale, ma anche nella prima potenza militare e tecnologica d’Europa. Un successo gli va riconosciuto: di questo passo, non si dovranno solo scrivere nuove pagine di storia, ma anche correggere i dizionari. Il faccino imbronciato del macellaio di Mosca potrebbe finire a rappresentare graficamente la parola “catastrofe”.
Marco Setaccioli tweet mediaMarco Setaccioli tweet media
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Sui 5 stelle Giuseppe Conte ha fatto cadere il governo Draghi per un inceneritore. Un inceneritore. Non una riforma costituzionale, non una guerra, non una manovra economica. Un impianto per bruciare la spazzatura di Roma, una città che paga la TARI più alta d’Italia, dove la raccolta funziona male da anni e i rifiuti finiscono in Austria e in Olanda perché non c’è un posto dove trattarli.   Nel decreto Aiuti c’era una norma che dava poteri speciali al sindaco Gualtieri per costruire un termovalorizzatore in vista del Giubileo. Una cosa concreta, necessaria, persino banale. Conte ha deciso che quello era il suo Rubicone. I ministri cinque stelle non hanno votato il decreto in Consiglio dei ministri, poi il Movimento non ha votato la fiducia al Senato. Draghi è salito al Quirinale e si è dimesso. Fine della storia. Anzi no: inizio dell’altra storia, quella che ci ha regalato la Meloni e ci sta mangiando vivi adesso.   Il punto non è solo luglio 2022. Il punto è la natura dell’uomo, quella che non cambia. Conte è fatto così: rompe le cose. Le rompe con quella faccia composta, quella voce morbida, quel tono da professore che ti spiega perché era inevitabile, perché la colpa è sempre di qualcun altro. Ha fatto saltare il suo stesso governo per non cedere una delega a Renzi, salvo poi perdere tutto. Ha fatto saltare Draghi per un inceneritore, regalandoci Giorgia Meloni. Sempre lo stesso copione: il calcolo meschino, la mossa che sembra furba, le macerie che restano agli altri. Sempre quella faccia pulita sopra le rovine.   Chi oggi parla di campo largo e immagina i Cinque Stelle come alleati affidabili non ha memoria, o forse non vuole averla. Perché ricordare fa male, costringe a guardare in faccia la propria debolezza. Conte non è un alleato. È quello che ti giura fedeltà guardandoti negli occhi e poi ti pianta il coltello nella schiena perché ha trovato un motivo, uno qualsiasi, per convincersi che era giusto così. Lo conosci quel tipo di persona. Lo riconosci subito, nella vita. Solo che in politica continui a credergli perché hai bisogno dei suoi voti, perché da solo non ce la fai, perché l’alternativa è il deserto.   Oggi dentro i Cinque Stelle c’è una fronda apertamente filorussa che vuole tagliare gli aiuti all’Ucraina. Non è un dettaglio. È il prossimo inceneritore, solo più grande, solo più pericoloso. Immaginate la scena, perché è facilissimo immaginarla, perché l’abbiamo già vissuta: governo di campo largo, Schlein premier, programma condiviso, strette di mano, sorrisi per le telecamere. Sei mesi dopo Conte che torna in televisione con quella faccia da professore offeso a spiegare il suo “profondo disagio politico” perché il suo partito non vuole votare le armi a Kiev. Sei mesi, forse meno. L’inceneritore almeno era una stupidaggine circoscritta. La collocazione atlantica, il rapporto con un’Europa in guerra: questa roba ti fa saltare tutto in una settimana. Chi ha fatto cadere un governo per la spazzatura di Roma, cosa pensate che farà quando sul tavolo ci sarà la pace in Europa?   Il problema è che non c’è uscita, non c’è porta sul retro. Senza i Cinque Stelle il campo largo non esiste, è un campo vuoto, una distesa dove la Meloni cammina sola e tranquilla per i prossimi vent’anni. Con i Cinque Stelle dentro ti porti in casa uno che alla prima impuntatura ribalta il tavolo, ti guarda tra le schegge e ti dice che dovevi ascoltarlo prima. Lo ha già fatto. Lo rifarà. Non è una previsione, è la ripetizione di un gesto che quest’uomo ha nei muscoli.   Schlein e il PD si trovano davanti a una scelta che fa venire il mal di stomaco. Allearsi con Conte sapendo che ti tradirà, o restare soli sapendo che perderai. È la trappola perfetta, quella che la sinistra italiana si è costruita da sola in vent’anni di incapacità di parlare a chi sta fuori dal proprio recinto. Vent’anni a perdere pezzi di popolo, quartiere dopo quartiere, periferia dopo periferia, fino a ritrovarsi col venti per cento e la necessità di mendicare voti da un partito allergico alla responsabilità di governo. Se il PD avesse il trenta per cento non avrebbe bisogno di Conte. Se avesse una classe dirigente capace di guardare in faccia un operaio, un pendolare, una partita IVA senza farli sentire invisibili, non staremmo qui.   La risposta onesta è che da questo vicolo non si esce con un’alleanza. Si esce diventando più grandi, più veri, più vicini alle persone. Si esce smettendo di pensare che la politica sia un gioco di incastri e ricominciando a fare quello che la sinistra ha smesso di fare da tempo: convincere le persone, una per una, porta a porta, ascoltandole. Fino a quel giorno il campo largo resterà quello che è: una scommessa disperata con un uomo di cui non ti puoi fidare. E Giorgia Meloni continuerà a guardare lo spettacolo con quel sorriso che conosciamo tutti. Quel sorriso che ci meritiamo.
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Guido Gentili
Guido Gentili@guidogentili1·
.#Ucraina #Zelensky combatte contro #Russia per sé e x Europa e fa accordi con paesi arabi per proteggerli da #Iran. In 🇮🇹 sale richiesta x riaprire a petrolio russo e mollare #Zelensky. Vergogna, diciamo
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Alessandra Libutti 🇪🇺
Suella Braverman si lamenta dell’indottrinamento nelle scuole causato da un curriculum “politicizzato”. Factcheck: Il curriculum proposto dai laburisti non entrerà in vigore fino al 2028. Il curriculum attualmente in uso nel Regno Unito è a tutt’oggi quello varato dal ministro conservatore Michael Gove nel 2014, durante il primo mandato di David Cameron. Suella Braverman è stata poi nei governi: Johnson, Truss e Sunak. Mai in quegli anni il governo di cui Braverman faceva parte ha: 1. parlato di “politicizzazione” di un curriculum che aveva introdotto un suo ministro; 2. Valutato di modificarlo.
Alessandra Libutti 🇪🇺 tweet media
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Fabio Sabatini
Fabio Sabatini@FabbioSabatini·
🧵Se vi è capitato di vedere immagini o video generati da AI in cui Zelensky sniffa cocaina seduto su un water d'oro, dovete sapere che a produrli è un'agenzia del Cremlino già sanzionata dal governo americano, che oggi cura la propaganda elettorale di Orbán. L'intera campagna di Fidesz ruota intorno a una minaccia che non esiste: un attacco militare dell'Ucraina all'Ungheria. Il 12 aprile in Ungheria si terranno le elezioni. Orbán è in svantaggio di circa 20 punti nei sondaggi indipendenti e rischia di perdere il potere dopo 16 anni di controllo autoritario del Paese. Russia, Trump e l'estrema destra europea stanno cercando di impedirlo con ogni mezzo. La posta in gioco è altissima. Putin rischia di perdere la sua quinta colonna a Bruxelles, che gli serve per logorare dall'interno l'Unione Europea e sabotare il sostegno europeo all'Ucraina. Per Trump, la sopravvivenza di Orbán è un tassello di un progetto più ampio: spingere l'Europa verso la destra radicale e populista, favorendo la dissoluzione del progetto europeo. Anche Meloni e Salvini sostengono apertamente Orbán, schierando il nostro paese al fianco di autocrazie che vedono nelle democrazie liberali europee il proprio principale nemico. Contro gli interessi italiani. Più che sovranismo, è il suo contrario: asservimento a potenze straniere ostili. Nel nuovo post sul mio blog racconto cosa sta succedendo davvero in Ungheria e perché l’esito delle elezioni influenzerà anche il nostro futuro. La campagna ungherese è un modello che l'internazionale autoritarista di Putin e Trump può replicare ovunque, Italia compresa. Il link è nel primo commento.
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Michele Fusco
Michele Fusco@mike_fusco·
David Riondino per me era soprattutto il geniale autore di questo pezzo della mia infanzia 🙏
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Garbaste
Garbaste@GarbaSte·
Ci ha lasciato un grande artista e una persona speciale
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#WOMENSART
#WOMENSART@womensart1·
Marmalade, 2021 by US painter Leah Gardner #womensArt
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Ars Semper Artis
Ars Semper Artis@ArtMyWorld2·
🎨Giotto (Italia, 1266–1337)     Fresco de la Capilla Scrovegni, Padua, Italia Jesucristo entrando triunfante en Jerusalén. #DomingoDeRamos
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Giuseppe Benedetto
Giuseppe Benedetto@avvbenedetto·
IL PRIMO CHE MI DICE “ LA SERA DELLE ELEZIONI, DOBBIAMO CONOSCERE IL VINCITORE” GUADAGNA UNA PEDATA NEL CULO. Primo perché è becero populismo. Secondo, perché non esiste in nessuna parte del mondo (o quasi). Terzo, perché è il sistema migliore per uccidere le liberal-democrazie.
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