Edoardo Bonaccorsi

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Edoardo Bonaccorsi

Edoardo Bonaccorsi

@edoardo

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Catania انضم Eylül 2007
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
andrea minuz
andrea minuz@AndreaMinuz·
@guidotweet *Se uno viene preso in piena notte, qualcosa avrà fatto". Camilla Cederna, su Enzo Tortora, 1983.
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Matteo G.P. Flora
Matteo G.P. Flora@lastknight·
Aditya Agarwal è stato il decimo dipendente di Facebook. Ha ideato il motore di ricerca originale di Facebook ed è diventato il suo primo Direttore dell'Ingegneria di Prodotto. In seguito, è diventato CTO di Dropbox, portando il team di ingegneri da 25 a 1.000 persone. Quando dice "qualcosa in cui ero molto bravo ora è gratis e abbondante", si riferisce a due decenni di esperienza nella creazione di software d'élite, il tipo di esperienza che ti ha permesso di entrare in una stanza di un'azienda che non aveva ancora inventato il News Feed. La frase "agenti-aragosta che creano social network" riguarda Moltbook, lanciato mercoledì scorso. Un agente di intelligenza artificiale ha creato l'intera piattaforma. Nel giro di 48 ore, 37.000 agenti di intelligenza artificiale hanno creato account, formato comunità chiamate "Submolts" e iniziato a postare, commentare e votare. Oltre 1 milione di persone hanno visitato il sito solo per guardare. Agarwal ha dedicato il suo tempo dal 2005 al 2017 alla costruzione del grafo sociale che ha connesso 2 miliardi di persone. Questi agenti hanno replicato la struttura di quel lavoro in circa 72 ore. Ed è questo che rende la sua ultima frase così difficile da pronunciare. Le persone che stanno elaborando questo momento con più onestà non sono quelle che vanno nel panico o festeggiano. Sono quelle che hanno costruito ciò che è appena diventato una merce, sedute con la strana consapevolezza che il mercato non dà più valore alla loro abilità più rara. Il miglior programmatore in sala ora ha lo stesso output del miglior prompt in sala. E la persona che ha costruito da zero l'organizzazione ingegneristica di Facebook vi sta dicendo, a bassa voce, che sta ricalibrando il significato di "essere utili". Questa ricalibrazione è in arrivo per ogni lavoratore della conoscenza. La maggior parte di loro non ha ancora avuto il suo momento "weekend con Claude".
Aditya Agarwal@adityaag

It's a weird time. I am filled with wonder and also a profound sadness. I spent a lot of time over the weekend writing code with Claude. And it was very clear that we will never ever write code by hand again. It doesn't make any sense to do so. Something I was very good at is now free and abundant. I am happy...but disoriented. At the same time, something I spent my early career building (social networks) was being created by lobster-agents. It's all a bit silly...but if you zoom out, it's kind of indistinguishable from humans on the larger internet. So both the form and function of my early career are now produced by AI. I am happy but also sad and confused. If anything, this whole period is showing me what it is like to be human again.

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Gennaro Carotenuto
Gennaro Carotenuto@GenCar5·
Vivo in un promontorio abitato da 3000 anni, in un palazzo costruito quando era viceré il Duca di Medina, 400 anni fa. Sotto di me girano i turisti della Galleria borbonica, ma se qui domani succedesse #Niscemi, per voi sarei solo un "abusivo". Fate orrore.
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Gaia Tortora🐦
Gaia Tortora🐦@gaiatortora·
"non c è nulla di scandaloso se un presunto innocente è in carcere" finora ho sopportato e sono stata una signora. Ora basta. Travaglio..Mavaffanculo.
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Edoardo Bonaccorsi
Edoardo Bonaccorsi@edoardo·
@SalernoSal Evitare di essere megafono della disinformazione anti europea - con figuri come Sachs a cui viene lasciata pure la libertà di scegliersi il contraddittorio - sarebbe un bel punto di inizio.
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Andrea Salerno
Andrea Salerno@SalernoSal·
È a tutti evidente che l’attacco all’Europa chiama ad una risposta comune. Ad un’azione vera. Mario Draghi lo sta dicendo da più di un anno inascoltato. Ma ora è il momento per la politica italiana e Europea di dimostrare di essere all’altezza della sfida. Bisogna che sia così, senza se e senza ma. Per il futuro del nostro continente che è ricco di storia, cultura, e capacità. Bisogna che sia ora.
Andrea Salerno tweet media
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Edoardo Bonaccorsi
Edoardo Bonaccorsi@edoardo·
Tutti abbiamo amici emigrati che cercano, ogni giorno, un modo per tornare in Sicilia. Intanto Milano — dove mettere su famiglia è ormai un lusso per ricchi — resta nella TOP 10 della qualità della vita. Catania 96ª, Siracusa 106ª. La ricerca di @elitaschillaci lo dice chiaro:
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
Pax
Pax@dottorpax·
Nei primi 2000 la finanza scoprì che poteva cartolarizzare e spacchettare i mutui come se fossero Lego: migliaia di prestiti messi insieme, scomposti in fette con priorità diverse. “Questa parte è sicura, questa un po’ meno, questa rischiosa ma rende tanto.” Un gioco elegante, finché tutti i pezzi non crollarono insieme nel 2007-2008. Il problema era ex-post semplice: prodotti mediocri o pessimi impacchettati in sofisticazione. I modelli matematici sottovalutavano dipendenze non lineari e code spesse; i rating gonfiavano l’illusione di sicurezza; e il sistema si convinse che la complessità potesse sostituire la prudenza (e il buon senso). Quando insegnavo alla TU Delft, nel mio corso di Credit Risk Modeling, davo ai miei studenti di master una domanda “bonus”: approssimare (la forma chiusa non esiste in generale!) il prezzo rischio-neutrale di un CDO-squared semplificato. Solo pochissimi, davvero pochissimi, si avvicinavano alla risposta giusta. Eppure erano matematici brillanti. Immaginate il livello di comprensione nei desk di trading del 2007. Oggi, guardando la corsa ai data center dell’AI, mi torna in mente quella stagione. Si costruisce e si finanzia tutto a leva, come se la domanda fosse infinita. Le promesse sono cosmiche, la realtà meno. Non c’è abbastanza elettricità disponibile e si firmano contratti persino per nuove centrali nucleari (che non crescono di notte, © @Phastidio). Si parla di spese da trilioni nei prossimi anni per terra, chip e potenza, mentre i conti di diverse big dell’AI sanguinano ancora. Esempio: OpenAI ha annunciato almeno 30 gigawatt di nuovi data center, più di quanto consumi tutto il New England nel giorno più caldo, e c’è chi sogna addirittura un gigawatt a settimana di nuova infrastruttura. Nel mondo della nonna, però, i data center non sono cattedrali eterne: si degradano rapidamente, e i chip dentro diventano obsoleti in pochi anni. E qui torna l’ironia della storia: stiamo cartolarizzando e spacchettando anche questa infrastruttura a forte obsolescenza. Leasing di data center “impacchettati” in strumenti negoziabili, ripartiti in tranches per rischio/rendimento, con un mercato da centinaia di miliardi per il private equity nei prossimi anni. È la finanza treccartara che rientra dalla finestra con il suo glossario elegante: senior, mezzanine, equity. Cambiano i mutui con i server, resta la tentazione di mascherare il rischio dietro la struttura. Se la dipendenza degli insuccessi dovesse salire (progetti simili che vanno male insieme, domanda che rallenta, costi dell’energia che risalgono), scopriremo che anche la tranche “senior” del sogno digitale era meno sicura del previsto. Perché alla fine il rischio, anche se lo confezioni molto bene, non sparisce: si sposta, si trucca, e poi presenta il conto. È quella che amo chiamare la legge di conservazione del rischio: con pochissime eccezioni, una volta creato, un rischio non può essere più eliminato, puoi solo sperare di passare il cerino. Ieri erano i CDO-squared sui subprime. Oggi rischiamo i CDO-squared dei server.
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Dario D'Angelo
Dario D'Angelo@dariodangelo91·
🚨🪖🇮🇱 Negli ultimi anni ho raccontato molte guerre. E visto di conseguenza, coi miei occhi, immagini dell’orrore che per scelta ho spesso deciso di risparmiarvi. Eppure poche cose mi hanno colpito più delle parole di Rom Braslavski, ostaggio israeliano liberato dopo due anni di inferno a Gaza. Così la premessa è d’obbligo: quelle che state per leggere sono dichiarazioni in grado di urtare la vostra sensibilità. Non lasciatevi ingannare dal fatto che siano “soltanto” parole. Rom ha raccontato per filo e per segno la sua prigionia: dal tentativo di fermare i terroristi di Hamas in azione il 7 ottobre al Nova Festival, dove si trovava in qualità di addetto alla sicurezza, alla sua cattura e alla sua prigionia. Vi basti questo: ero tentato di non riportare questa intervista. Si trattava di ricostruire dall’ebraico, parola per parola, un lungo racconto trasmesso al pubblico israeliano integralmente soltanto ieri sera per la prima volta, e di cui i media internazionali hanno ripreso soltanto alcuni estratti. Insomma, un lavoro enorme, ma soprattutto un contenuto troppo “crudo“, violento, non alla portata di tutti i lettori. Allora perché state leggendo questa introduzione? Perché a un certo punto ho sentito dire a Rom Braslavski che “è un dovere che tutto il mondo sappia, che conosca almeno una briciola, per capire cos’è un incubo”. Ecco, questo pezzo non raggiungerà certo “il mondo”, ma almeno mi farà sentire con la coscienza a posto. Forse - magari, lo spero - qualcuno dopo aver letto questo pezzo aprirà finalmente gli occhi. E capirà che Hamas, la Jihad Islamica - il gruppo che ha tenuto prigioniero Rom - non sono “la Resistenza”, ma semplicemente il Male. E ancora: che non c’è modo di mettere i terroristi e Israele sullo stesso piano. È una grossa bugia, la menzogna di chi vorrebbe riscrivere la Storia. Non vi auguro “buona lettura”, sarebbe inutile e stonato. Vi invito soltanto a leggere, attentamente, fino in fondo. Sarà una lunga lettura? Sì, ma almeno saprete cos’è accaduto davvero a Gaza in questi due anni. Nelle prossime righe farò in modo che a parlare sia solo Rom Braslavski, fatta eccezione per alcune note di contesto. “Non avevo mai visto un cadavere in vita mia. Mai. E vedo due ragazze accasciate sul pavimento. Ero convinto che fossero manichini di plastica. Le vedevi vestite con abiti da festival, abiti tipici del Nova, e accanto a loro una pozza di sangue. E io dico a una di loro, come se fosse una persona viva: “Va tutto bene?”. Parlo con un cadavere. Mi sentivo impazzire. Mi dicevo: “Senti, è come un film, cosa farebbe l’uomo del film?”. Così ho combattuto con chi mi aveva catturato. Ho deciso di saltargli addosso a pugni chiusi, con tutta la forza che avevo. L’ho spinto con tutte le mie forze, a sorpresa. Lui è rimasto scioccato. Ho approfittato dell’occasione. Ho corso come non avevo mai corso in vita mia. Ero sfinito. Il mio corpo non riusciva più a muoversi, e correvo contro il corpo, contro la stanchezza. Ma vedo che sto correndo verso la recinzione. Il recinto è davanti a me, forse mi separano sessanta metri. E mi dico: “Dannazione, dove sto correndo?” A sinistra ci sono terroristi, a destra ci sono terroristi, dietro di me c’è lui. Se continuo, arrivo solo al recinto. Ho visto una specie di fossato, con un po’ di vegetazione. Ho pregato “Shema Israel, Shema Israel, Shema Israel…”, ascolta Israele, ascolta Israele. Arriva il tipo su cui mi ero avventato e mi guarda con quello sguardo. Lo sguardo di chi mi riconosce. Si tocca la barba, annuisce. Poi arriva, mi spacca il naso a pugni. Mi esce sangue dappertutto. Mi ha rotto il naso. Mi hanno caricato in macchina e siamo partiti. Abbiamo iniziato il nostro viaggio verso Gaza”. L’episodio della pasta “Mi hanno portato in una casa improvvisata, come un pollaio. Mi hanno legato all’armadio. Legato, per ventiquattro ore al giorno. Dopo dieci giorni avevo fame, una fame tremenda. E mi sono detto: non mi importa più di niente. Farò quello che serve per sopravvivere. Avevo imparato da un amico colono, che era stato arrestato, un metodo per liberarsi dalle manette. Mi sono liberato, ho cominciato a muovere il corpo, a muovere le gambe. Morivo di paura. Pensavo: magari torna all’improvviso, magari ha dimenticato qualcosa e rientra. Dopo alcuni giorni in cui già uscivo e rientravo, ho rovesciato tutta la casa cercando un telefono. Ho frugato ovunque. Ma - perdona l’espressione - mi tremavano le palle. Ho rimesso tutto a posto in fretta, mi sono riagganciato le manette. E per fortuna, proprio in quel momento, lui era in bagno a lavarsi le mani. Sono andato avanti così per un’altra settimana. Mi sono detto: se arrivo al ventunesimo giorno, farò una missione suicida. Mi sono detto: preparo della pasta. Ho acceso il gas, messo l’acqua, guardato il cielo. Ho detto: “Almeno respiro un po’ d’aria prima che magari mi prendano o muoia”. Ho scaldato l’acqua, poi è finito il gas. Mi sono detto: “Anche se devo accendere un fuoco, lo accendo. Farò quello che serve per mangiare come un essere umano”. Sentivo che il corpo non aveva più nulla, nessuna forza. Ho preso i vestiti dei suoi figli e dei libri, sono andato in bagno e ho cominciato a bruciarli. Ho fatto un piccolo fuoco. A quel punto, il fumo comincia a uscire dalle fessure della casa di Gaza. Decine di abitanti si radunano attorno, poi entrano e trovano l’ostaggio israeliano da solo. Hanno iniziato a bussare alla porta, tutti insieme, e io dico “caz*o, sono solo, mi prenderanno”.  Bussano anche alle finestre, io li vedo da un metro di distanza, e dico “ca*zo, mi hanno preso! Dio, Dio, mi hanno preso!” Mi sono buttato sotto il letto, ho tirato la coperta sopra per non far vedere le gambe. Sono entrati. Mi hanno tirato fuori da sotto il letto. Mi hanno massacrato di botte. Mi hanno picchiato a sangue. Per un’ora intera, pugni, calci in faccia. Uno ha preso una penna e me l’ha conficcata in testa. Per due settimane non riuscivo più a camminare o stare in piedi. Ma poco prima che la folla di Gaza mi uccidesse a sangue freddo, l’uomo incaricato di sorvegliarmi è tornato a casa e ha disperso la gente. E io vedo quella pentola di pasta proprio davanti ai miei occhi. Mi dico: “Va bene, ormai mi hanno picchiato, mi hanno preso. Chissà che cosa mi faranno adesso. Almeno mangerò la pasta”. L’ho afferrata con le mani, come un cane. L’ho presa, ho cominciato a ingozzarmi, ingozzarmi e ingozzarmi, poi sono tornato al mio posto, sul materasso. E da lì la storia è diventata ancora più nera”. La tortura del cibo “Mio padre ha un po’ di problemi di salute, non gravi. È un po’ anziano. E loro mi dicevano: “Abbiamo seppellito tuo padre. Tuo padre non ce l’ha fatta”.  L’ho visto alla televisione israeliana, dicevano che l’avevano seppellito. E poi dicevano: “Magari anche tuo fratellino e tua madre, ma è quello che vuoi, no? Andare in paradiso. Voi ebrei dite sempre che andrete in paradiso”. Io piangevo. Una volta ho perso il controllo. Ho preso una tazza di tè - non di vetro, una tazza normale - e mi sono detto: “Al diavolo tutto, al diavolo tutto”. Ero arrabbiato, mi avevano lasciato senza cibo proprio in quel momento. Ricordo che volevo alzarmi a prendere dell’acqua, e lui mi dice: “Siediti! Non ti alzare! Non muoverti adesso”. Allora ho preso la tazza di tè, me la sono spaccata sulla testa. Non si è rotta. L’ho colpita due volte, e alla fine l’ho rotta sulla mia testa. Dalla frustrazione, dalla rabbia, dalla tensione. Non riesci più a mantenerti lucido. Mi usciva sangue in quantità enorme. Ho perso un po’ conoscenza. Mi sono detto: “Sì, è una tazza robusta, forse questa mi ucciderà, perché in ospedale non mi porteranno”. Volevo che il sangue continuasse a uscire finché non sarei morto. Sai, pugnalarsi fa paura, tagliarsi le vene fa paura. La tazza di tè mi sembrava il modo più semplice e veloce. Loro sono riusciti a salvarmi, a stabilizzarmi. E io ero deluso. Gli ho detto: “Perché? Perché mi aiuti? Perché? Lasciami. Lasciami. Perché? Perché l’hai fatto?” Non è passato sotto silenzio. Il giorno dopo, per tre giorni, hanno deciso che dovevo ricevere una punizione per quello che avevo fatto, e mi hanno torturato. Torture leggere, non gravi - ma non mi davano da mangiare. Mi hanno picchiato un po’ perché mi ero spaccato la tazza in testa. Mi hanno detto: “Non berrai più tè, né niente di caldo”. E così è stato. Hanno smesso di portarmi il tè. Poi sono entrati a Gaza centinaia di camion di aiuti. I jihadisti erano felicissimi. Finalmente ricevevano aiuti umanitari. Hanno cominciato a mangiare, a bere tè, a ricevere carne e cibo in abbondanza - roba da ristorante. Erano felici del loro cibo. Felici. Uno si è comprato una tenda, un altro della plastica per coprirla, un altro tessuti, un altro scarpe. Li vedevi contenti. E io, la mia vita non cambiava. Aiuti o non aiuti, la mia vita era la stessa. Sporco, senza lavarmi, senza mangiare. Che figli di put*ana. Entrano tonnellate di cibo e tu mi lasci morire di fame. Perché? Perché mi lasci morire di fame? Mi dà un chilo di farina e mi dice: “Quattro shekel”. Gli dico: “Va bene, dammelo.” Mi risponde: “No, no, no, no, non è per te. È per noi. Tu stai zitto”. Senti l’odore della carne, del caffè, del tè. Mi ricordo l’odore del tè: ha un profumo dolce. Sanno fare il tè. Senti tutti questi odori - e il loro cibo, quel piatto che chiamano riso con latte, qualcosa di buono, profuma come zucchero cotto nel latte. E lo senti, e lo stomaco ti si rivolta. E poi, proprio allora, è apparsa una piccola luce nell’oscurità: un altro ostaggio israeliano, anche lui tenuto prigioniero dal Jihad islamico”. “Quel topo mi faceva impazzire”.  Rom parla di Sasha Troufanov: “Dalla mattina fino a notte inoltrata parlavamo. Mi raccontava storie assurde. Era ferito alle gambe. Lui raccontava, io raccontavo. Un delirio. E sai? Mi sentivo felice. Seduto con lui, parlavamo in ebraico, un israeliano come me, di un kibbutz. Mi ricordo che c’era un topo enorme nella stanza che mi faceva impazzire. Avevo più paura che quel topo mi corresse sulla testa che di prendere un missile. Ricordo di aver detto a Sasha: “Fratello, non ti dà fastidio questo topo? Non hai paura che ti tocchi? Non ti fa schifo?” E lui mi diceva: “Ah, sciocchezze, mi sono abituato.” Dopo quarantotto ore dolci con Sasha, la realtà è tornata a colpirmi in pieno volto”. È il momento in cui l’esercito israeliano entra a Rafah. I miliziani della Jihad islamica separano i due ostaggi: “Ero sicuro che ci avrebbero trasferiti insieme, che sarei rimasto con lui. Era il mio punto d’appoggio. Era più grande di me. Mi sentivo a mio agio con lui, a condividere il dolore. In quei due giorni…sì, solo due giorni. Ma mi ero legato molto. Fa male, fa paura. Non ho appoggi, sono solo. Sono stanco mentalmente. Non mi vedo più uscire vivo da Gaza”. Rom ancora non lo sa, ma è in quel momento che le porte dell’inferno stanno per aprirsi davvero: da lì in avanti, tutto sarà molto peggio, anche rispetto a ciò che ha già vissuto.  Il no all’Islam e le pietre nelle orecchie “Sentivo i jihadisti parlare di parenti morti, sempre più familiari uccisi. E poi mi sono rifiutato di convertirmi all’Islam. Uno di loro mi diceva: “Senti, se ti converti, ti porto tanto cibo. Vivrai con noi. Nessuno ti toccherà. Vieni, abbraccia la vera fede, l’Islam, Maometto”. Ma nella mia testa sapevo che non sarebbe mai successo. Gli ho detto: “Sono nato ebreo, morirò ebreo”, Anche qui, quella decisione - e solo Dio sa da dove ho preso la forza - di non arrendermi, non piegarmi, non muovermi, ha avuto un prezzo terribile. Da lì la storia è diventata ancora peggiore. L’uomo è arrivato con un biglietto. Mi dice: “Senti, qui c’è scritto di bendarti gli occhi”. Gli dico: “Va bene, perché?”. Mi risponde: “Sono le istruzioni che ho ricevuto dall’alto”. Mi lega gli occhi. Passa un giorno, poi due, tre…e toglie una benda, con un sorriso. Mi dice: “Bene”. Mi lega di nuovo. Passano i giorni. Dice: “Sono passati due giorni”. Un altro carceriere. E io gli credo, che siano ordini dall’alto. Mi dice: “Nove giorni con gli occhi bendati. E ora i tuoi orari per il bagno saranno tre al giorno: alle nove del mattino, alle quattro del pomeriggio e alle nove di sera”. Un incubo. Dovevo trattenere l’urina per ore. Un incubo. E mi riduce anche la bevanda a mezzo litro al giorno. Prima avevo un litro. Ora mezzo. Lui voleva assicurarsi che fosse buio completo. Mi chiede: “Vedi la luce, un po’ di luce?” Gli rispondo in arabo: “C’è un po’ di luce, ma non vedo”. Lui dice: “No. Non deve esserci luce.” Non voleva che ci fosse nemmeno un filo di luce. Voleva che avessi solo nero davanti agli occhi. Ha deciso di mettermi un’altra benda: una maglietta, e sopra un’altra maglietta. E poi mi ha coperto anche le orecchie. È entrato con due pietre. Era felice, sorrideva. Mi dice: “Guarda cosa ti ho portato, le ho cercate apposta per te”. Mi infila le pietre nelle orecchie. Non entrano bene. Allora prende un chiodo e spinge dentro le pietre con il chiodo, più a fondo possibile. Io urlo: “Aahhh!” Ma lui non si muove, continua a spingere dentro. Poi passa all’altro orecchio e fa lo stesso. E la cosa peggiore è che le lascia lì. Non le toglie. E poi stringe di nuovo la benda sugli occhi. Mi lega una maglietta, poi un’altra, e stringe quanto più può. Mi preme qui, non mi scorre più il sangue alla testa. Le pietre dentro. Le senti. Ah, senti i battiti. Tump, tump, tump. Ti chiedi: “Cos’è? È il cuore? Cos’è questo battito?” Cerco di sentire il polso, di capire. Sento toc, toc, toc. Battiti. Il cervello pulsa. Senti il sangue, il dolore. Dolori come mai nella vita. Mai. È un dolore che non si può descrivere. E lui ti lega, ancora più stretto. Muovi la testa e senti il dolore dentro. E cominci a sentire anche i suoni ovattati. Mi sono detto: “Va bene, Rom, calmati. Non ti stanno ancora tagliando a pezzi. Va tutto bene”.  “Ma Dio ti vede” “Ero esausto mentalmente, senza cibo. Anche la pita al giorno, quella che prima bastava, non c’era più. Volevo solo urinare tutto il giorno. Non vedevo, non sentivo bene, con dolori così. Dopo alcuni giorni, dopo una settimana - ormai tre settimane con la benda sugli occhi, senza bagno, con le pietre dentro le orecchie, dentro il cervello - arriva un tipo, a mezzogiorno, e mi dice: “Abu Salem, ecco…un messaggio.” Gli dico: “Cosa c’è scritto?”. Mi risponde: “Tu sei Abu Salem”. Mi mostra il biglietto: “C’è scritto di legare Abu Salem e torturarlo per Dio”. Lo guardo e gli dico: “Davvero? Sei serio? Stai scherzando?”. Non stava scherzando. E lui accenna un sorriso e dice: "No, no, non viene da me, è un ordine del generale. Che posso farci? Io sono solo un soldato". E non fa nulla. Non mi lega, non mi tocca. Penso: "Va bene, forse mi lascerà stare. Dio mio, che fortuna, che sollievo". Ma poi arrivano le nove di sera. Entrano con torce e fascette. Mi immobilizzano gambe e braccia. Mi spingono a terra. All’inizio sono pugni, poi avevano una frusta, quella con cui picchiano gli asini. È un dolore che non è umano, come una sferzata di ferro. L’ho guardata da vicino: dentro c’erano pezzi di metallo ricoperti di pelle. Poi hanno cominciato a colpirmi piano, giusto qualche pugno, qualche schiaffo, qualche colpo di frusta. Mi dico: "Ok, va bene, mi hanno legato, mi hanno torturato, è finita". Alle due di notte mi svegliano e mi danno le botte della mia vita. Mai preso colpi così. Mi mettono contro il muro. Uno mi tiene la testa e l’altro mi prende a pugni, pugno dopo pugno, senza fermarsi. Cerco di perdere conoscenza, ma non me lo permettono: ti tengono in piedi, sveglio. Dopo i pugni arrivano i colpi con quella frusta di ferro. Ogni colpo brucia, brucia come fuoco. Ho ancora oggi le cicatrici. Non se ne sono mai andate. Erano in tre: uno con la frusta e due con i bastoni. Alla fine ero distrutto, sanguinavo, mi facevano male tutte le ossa. Pesavo cinquantatré chili. Mi sono detto: "Ok, mi hanno torturato, è finita". Ero persino felice. Mi hanno detto: "Vai a dormire". Sono andato a dormire. Ma alle sei del mattino tornano, con le torce. "Yalla, yalla, yalla!". Entrano con due radio, accendono musica araba, gridano "Allah u Akbar, Allah u Akbar! Che bella giornata! Che felicità!". Mi svegliano, e ricomincia tutto. Stesse botte, stesso posto. Pugni, bastoni. Non erano uomini piccoli. Erano grossi, ogni mano grande come una pala. Ancora un giro di botte. Gli chiedo: "Perché?". Risponde: "Così, perché mi va". Lo stesso che mi interrogava. Poi un altro giro. Mi dico: "Non può continuare, basta". Ma a mezzogiorno tornano di nuovo. "Yalla, musica, festa!". Mi dicono: "Danza con le mani, balla e ridi". Io cerco di muovere la mano, ma fa male, un dolore nelle ossa. Era già il secondo ciclo di botte. Mettono le radio, musica, e di nuovo botte, botte. Capisci che sei dentro un ciclo, un inferno. E inizi a dubitare che uscirai vivo. Ti picchiano con tutto quello che hanno. Una radio me l’hanno spaccata in testa. Un bastone grosso si è rotto addosso a me. Persino la frusta di ferro si è piegata a forza di colpire. Mi dicono: "Sdraiati". Uno si siede sulle mie gambe, sulle ginocchia, e l’altro mi colpisce le piante dei piedi, colpo dopo colpo, forse quaranta di fila. Tutto il piede gonfio, rosso e blu. Poi mi dice: "Alzati, stai in piedi sulle piante dei piedi". È come se ti bruciassero. E così questa tortura continua giorno dopo giorno, ora dopo ora. E va solo peggiorando, sempre più giù. Mi picchiano sette volte al giorno, ogni volta per circa venti minuti. Ricordo quell’uomo, dicevano che era il nuovo comandante. Pesava almeno cento chili. Io ero ridotto a cinquanta. Ricordo che si metteva in piedi sul mio collo, sulla testa, mi saltava sulla schiena, e io pesavo cinquanta chili. Sentivo qualcosa spezzarsi, sentivo proprio che si rompeva qualcosa. Una sofferenza fisica inimmaginabile. Non riuscivo a camminare, ad andare in bagno. Quando è stato diffuso quel video in cui si vede che urlo "Portatemi da mangiare", in realtà stavo gridando "Aiutatemi, mi stanno torturando". Era proprio quel periodo. Anche il cibo e l’acqua…all’inizio mi davano un po’, poi più niente. Tre chicchi di falafel, era quello che mangiavo in un giorno. E ogni volta che vedo quel video su Facebook lo faccio scorrere, perché so che lì ho mentito con tutte le mie forze. Tra una ripresa e l’altra dicevano "Stop!", e uno mi dava un pugno: "Sii più serio, parla di Netanyahu, insulta Bibi, insulta Ben Gvir". Mi diceva: "Vuoi che ti tenga io le pietre e la benda sugli occhi?". "No, no, no". "Piangi". Poi metteva quella canzone in arabo che suonavano mentre mi picchiavano, e subito mi saliva l’angoscia, la paura. Ho pensato: "Ecco, ricomincia tutto, torneranno a massacrarmi". E ho cominciato a piangere. Ma non di fame. Era dolore puro, fisico. Mi faceva male tutto il corpo. Gli dissi: "Quel falafel che mi dai al giorno, prendilo. Lasciami morire di fame, ma smetti di picchiarmi". Volevo solo che smettesse di colpirmi. Il pianto non era per la fame. Era per il dolore nelle ossa. Gli dissi: "Io non piango per la fame. Piango per voi, per quello che mi state facendo". E poi gli dissi una frase, e dopo averla detta mi riempirono di botte, ma dovevo dirla. Gli dissi: "Forse pensi che qui ci siamo solo io e te. Che nessuno ci vede. Ma Dio ci vede. Lui vede come tu mi torturi e come io soffro per mano tua". Gli dissi: "Non passeranno cinque chili, Dio ti spaccherà in due. Aspetta la risposta di Dio e vedrai cosa ti succede". Si arrabbiò. "Mi insegni tu chi è Dio? Io ho 10 volte più fede di te! Ridammi le pietre e la benda". E la tortura riprese da capo. Dicono che mi abbiano torturato perché Ben Gvir provoca in prigione. Non è vero. Mi hanno torturato per una sola ragione: perché sono ebreo. È per questo che ho subito tutto quello che ho subito. Non per Ben Gvir, non per Netanyahu, per niente altro. Mi hanno torturato perché sono ebreo.  Il mio sogno “Poi hanno deciso di peggiorare ancora. Mi hanno spogliato completamente, da ogni lato, anche le mutande. Mi hanno legato nudo, senza nulla addosso. Ero esausto, morivo di fame. Pregavo Dio: salvami, tirami fuori da qui. Dicevo dentro di me: "Mi sto spezzando". E intanto continuavano a colpirmi con la frusta. Ero a pezzi, anche nella mente. Non ce la facevo più. Era già quasi il terzo mese che durava tutto questo. Giorno dopo giorno, il corpo crollava. Non avevo più forze. Non mangiavo più. Non trovavo salvezza. Quella è stata la fase in cui lo spirito si è spezzato. Ho smesso di pregare. Non trovavo più la forza. Niente Shema Israel, niente. Non avevo più energia, né mentale né fisica. Era violenza pura. Lo scopo era umiliarmi. L’obiettivo era schiacciarmi la dignità. E questo è esattamente ciò che hanno fatto. È difficile per me parlarne. Questo pezzo, in particolare, non mi piace parlarne. È difficile. Era così ogni giorno: ogni colpo, ogni giorno, dicevi: ‘Ho finito un altro giorno all’inferno. Domani mattina mi sveglierò per un altro inferno’.  L’ultimo giorno lì abbiamo fatto una specie di festa d’addio, e gridavamo a Muhammad: 'Metti la musica! Yalla, festa!'.  L’ultima notte ci hanno messi dentro un tunnel. Ero con altri, eravamo otto ostaggi, e ci hanno spinti, cinque di noi, dentro uno spazio minuscolo, uno accanto all’altro. E poi scopro che lì c’è Bar Kuperstein. All’inizio, giuro, era difficile riconoscerlo. Era diventato pallido, diverso, il viso cambiato. Dico: 'Bar, sei tu?'. Incredibile. Non sapevo fosse stato catturato. Lo conoscevo dal lavoro. Mi dice: 'Senti, non ti capisco. Hai un accento arabo, ci sono tante parole che non sai più dire in ebraico’. Sì. Così abbiamo passato tutta la notte lì nel tunnel ad allenarmi, a riprendere la lingua. È stato un momento raro per me. Tutti insieme, tutti gli israeliani, a raccontarci storie. C’erano anche alcuni di Hamas che erano...tranquilli. Non era la Jihad Islamica, erano più rilassati. C’era un’atmosfera di fine. Il film era finito. Eravamo vivi. Tutto qui. Il film è finito. Tutto bene. No, il vero eroe non sono io. Gli eroi sono i nostri soldati, quelli che sono entrati e hanno rovesciato tutta Gaza per tirarmi fuori. Io vi saluto. Vi amo. Siete la mia ispirazione. Siete la mia redenzione. Sai, quando ti siedi qui e metti i tefillin sotto il cielo... è oro. Vale tutto. È valsa la pena per questi due anni. Non è scontato poter sedersi qui sotto il cielo. Mi dicono: 'Cosa ti è rimasto?'. Niente. Raschi solo il fondo. Capisci? Ogni cosa ti travolge. Ieri ho visto il mare dall’alto e ho cominciato a piangere. È difficile fermare le lacrime. Faccio sempre del mio meglio, ma non capisco perché arrivo a un punto in cui non riesco più. Sento una canzone, guardo il mare, e comincio a piangere. Ho detto a mio padre: 'Cavolo, non avrei dovuto passare tutto quello che ho passato. Quale diciannovenne dice: ‘Perché dovevo passare tutto questo?'. Ero la persona più felice del mondo. Lavoravo, organizzavo feste. Ero sempre con gli amici. Sempre risate con mio padre. Abbiamo girato tutto Israele. Penso che non ci sia posto dove non siamo stati. Anche dopo tutto il dolore, dico: ‘Il mio sogno è tornare da mio padre, tornare indietro nel tempo. Tornare al 6 ottobre’. È questo il mio sogno. Che tutto questo non fosse mai accaduto”. Dietro questo pezzo c’è un duro e lungo lavoro. Se lo hai apprezzato, ti chiedo di premiare il mio impegno. Puoi farlo in due semplici modi: - Iscrivendoti al Blog: steady.page/it/dangelodari… - Sostenendo il Blog con una piccola donazione: paypal.com/donate/?hosted… Ti ringrazio.
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taciturna
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“I giovani sono dei bambocci che non vogliono fare nessun sacrificio” I sacrifici:
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
unusual_whales
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"Employers are going back to paper résumés to prevent AI," per BI.
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
Michael A. Arouet
Michael A. Arouet@MichaelAArouet·
Our societies are based on a simple principle. Young people pay taxes to finance pensions and healthcare of old people. It has worked as long as people had children. With the demographic collapse most countries are facing, this system will implode as we go forward.
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Sebastiano Messina
Sebastiano Messina@sebmes·
Io sono pro-Ponte, ma leggo che per l'ex presidente dell'Ingv, Doglioni, il progetto rispetta le norme ma non prevede uno "scuotimento sismico” così forte come quello registrato all'Aquila e ad Amatrice. Non è un dettaglio minore. Urge risposta della società Stretto di Messina.
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Edoardo Bonaccorsi
Edoardo Bonaccorsi@edoardo·
@AntonioSocci1 Caro Socci, la Svizzera ha il franco perché ha conti in ordine, istituzioni solide e riforme vere. Noi abbiamo scelto l’euro perché la lira ci stava affondando. Il problema non è la moneta: è un Paese che non vuole mai cambiare.
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Leonardo Panetta
Leonardo Panetta@LeonardoPanetta·
Francia. Un diciottenne è stato multato dagli agenti di sicurezza ferroviaria per aver cantato "Jubilate Deo", in latino, nella stazione ferroviaria di Montparnasse, a Parigi. Insieme ad altri 7.000 giovani stava tornando dal tradizionale pellegrinaggio di Pentecoste alla cattedrale di Chartres. Il paese ora è più sicuro.
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Edoardo Bonaccorsi
Edoardo Bonaccorsi@edoardo·
@tudifrudi Grazie per aver unito tutti i puntini del disegno che non avevo voglia di disegnare ma che avevo bisogno di definire.
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
Lorenzo Castellani
Lorenzo Castellani@LorenzoCast89·
Vedo con discussioni dove c’è chi pensa che il problema della scarsità di laureati STEM o di cultura manageriale si risolva con una crociata contro il liceo classico o facendo fuori il latino. Soluzioni da mentalità dirigista e positivista, come quelli che credono che basti aumentare il numero dei laureati per avere più ricchezza e lavoro. Tutto questo, domanda di lauree STEM, cultura manageriale ecc può cambiare solo liberando l’imprenditorialità. Meno burocrazia, liberalizzazione dell’istruzione, diritto societario e sistema finanziario che favoriscono crescita invece di arroccamenti, cultura del rischio. Non c’è da abolire o fare crociate contro nulla, c’è da liberare il sistema paese. In definitiva, è una questione politica e culturale, non tecnica.
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Edoardo Bonaccorsi أُعيد تغريده
Card. Gianfranco Ravasi
Card. Gianfranco Ravasi@CardRavasi·
«I magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma videro la stella perché si erano messi in cammino». (San Giovanni Crisostomo)
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