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Emiliano Liberati
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Emiliano Liberati
@ELiberati
Qualsiasi cosa pensiate di me io di voi la penso il doppio
Beigetreten Aralık 2011
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Come al solito, la maggioranza e il governo devono trovare il capro espiatorio contro il quale scaricare le loro incapacità. Di fronte al rischio recessione evocato ieri da Giorgetti (passato in tre giorni dall’evocazione dei miracoli alla constatazione della realtà), la colpa per i partiti di governo è dell’Unione Europea. Sembrano rievocare il loro amico Orban. Se proprio serve cercare una responsabilità nel fatto che l’Italia si sta fermando, e i cittadini pagano più tasse e benzina più cara, a Palazzo Chigi e dintorni possono cercare nei paraggi di altri loro amici, ovvero quei Trump e Netanyau che hanno aperto le ostilità in Medio Oriente scatenando la speculazione e l’impennata dei costi sull’energia. E’ la coda del sovranismo globale che si sta attorcigliando attorno al nostro governo e alla nostra economia: prenderne atto è la prima condizione per trovare le soluzioni, anziché evocare i miracoli.
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Sono sempre stato un riformista. E per molto tempo, nel campo democratico, i riformisti non erano una corrente da nascondere in cantina: erano la spina dorsale, la direzione di marcia, la parte che guidava. Oggi non è più così. Nel centrosinistra pesano di più culture identitarie diverse, spesso più interessate a dirsi che a cambiare.
C’è chi pensa che sia lo spirito del tempo. Io no. Io penso che il mondo riformista abbia soprattutto un dovere: smettere di lamentarsi e cominciare a organizzarsi. Darsi un profilo, una voce, una postura. Riprendersi lo spazio che storicamente gli appartiene.
Come hanno detto in tanti ieri, alla bella iniziativa delle “Primarie delle idee”, il riformismo non ha nulla a che vedere col moderatismo, che è spesso solo un modo elegante per non disturbare nessuno. Il riformismo è un’altra cosa: è cambiamento continuo, è evoluzione, è la fatica di cercare risposte nuove per una società che cambia, senza nostalgia e senza paura.
Ieri è cominciato un percorso. Adesso vengono i passaggi più importanti. E, ne sono convinto, anche i più entusiasmanti.




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L’obiettivo di Orbán era quello di consumare dall’interno, come un tarlo, l’Unione Europea e i suoi valori, quelli delle democrazie liberali. Un obiettivo condiviso dai suoi alleati, fuori e dentro l’Unione Europea.
La sconfitta di oggi è uno stop opposto non solo a Orbán, ma a tutti coloro - non solo Trump, non solo Putin, ma Giorgia Meloni inclusa - che hanno agito perché continuasse il lavoro sporco di fiaccare la democrazia in Europa.
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Je viens de m’entretenir avec Peter Magyar pour le féliciter de sa victoire en Hongrie !
La France salue une victoire de la participation démocratique, de l’attachement du peuple hongrois aux valeurs de l’Union européenne et pour la Hongrie en Europe.
Ensemble, faisons avancer une Europe plus souveraine, pour la sécurité de notre continent, notre compétitivité et notre démocratie.

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Endorsing @PM_ViktorOrban says it all: @GiorgiaMeloni chooses the wrong side of history. Again.
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Dopo sedici anni di dominio assoluto gli ungheresi hanno scelto di voltare pagina e di scrivere la parola fine all'era di Viktor Orban.
La parola fine ad un governo autoritario, anti europeo, sovranista e al servizio di Putin, che ha rallentato il sostegno all'Ucraina e bloccato le nuove sanzioni alla Russia. La parola fine a chi ha cancellato libertà civili nel suo Paese e bloccato con i suoi veti il percorso di integrazione europea, che oggi può finalmente ripartire anche da Budapest.
Una svolta che va oltre i confini dell'Ungheria e che, dopo le sconfitte della destra in Canada e in Australia, rilancia le speranze di tutti quelli che vogliono costruire un'alternativa al disordine trumpiano.
Una nuova clamorosa batosta per il principale alleato europeo di Orban, per la sua supporter e ammiratrice numero uno: Giorgia Meloni.
Fratellini d'Ungheria a casa.

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Quello che è accaduto stanotte a Massa mi lascia senza parole. Un uomo di neanche 50 anni ha perso la vita sotto gli occhi del figlio undicenne a quanto pare dopo essere stato colpito da un branco di ragazzini ubriachi. Siamo alla follia, le nostre città sono allo sbando e non capisco come il Governo possa far finta di niente. C’è qualcuno al Viminale? Possibile che si debba morire così senza che le forze dell’ordine abbiano mezzi e risorse per intervenire?
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@Antonio_Tajani @magyarpeterMP Il punto è che tu continui a stare con Meloni amica di Orban ...
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Congratulazioni a @magyarpeterMP vincitore delle elezioni in Ungheria. In un momento di grande incertezza, ancora una volta, il Partito popolare europeo viene scelto come forza rassicurante e garante della stabilità in Europa.
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E dopo sedici anni Orban va KO. Dopo Canada e Australia, ecco l’effetto Trump anche in Ungheria. Ma non sottovalutiamo anche il tocco magico Meloni, ormai re Mida al contrario. La nostra premier ha sostenuto gli anti europeisti in Polonia, Spagna e Ungheria: per tre volte i suoi protetti hanno perso. Vince l’Europa, perdono i Maga. Ma che splendida domenica!
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Uno ci prova a non attaccare Urso. Uno ci prova a far finta di considerarlo un ministro normale. Poi arriva lui e spiega che l’accordo di pace di Islamabad è fallito perché “mancava il vino”. Ma come si fa? Ma dove vive? Ma cosa beve lui? Urso: la tragedia di un ministro ridicolo
Crediti @The_Journalai

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Il governo Meloni ha un rapporto con la realtà che ormai somiglia a una riunione di condominio fatta durante una scossa di terremoto: tutti parlano, nessuno decide, e alla fine quello che resta in piedi è solo il conto da pagare.
Sul diesel è andata in scena l’ennesima rappresentazione del teatro patriottico all’italiana: Salvini attacca, Urso replica, Giorgetti si mette di lato e avverte che così arriva la recessione. Manca solo il suggeritore, ma probabilmente è andato anche lui a fare benzina e non è più tornato. Il risultato è che, mentre i ministri litigano tra loro come se fossero all’opposizione di se stessi, gli italiani fanno i conti con prezzi che salgono, scendono di un soffio, poi risalgono, e intanto il governo si autocelebra per aver ottenuto dalle compagnie petrolifere il miracolo di qualche centesimo in meno. Roba che se ti svuotano il portafoglio e poi ti restituiscono una moneta da un euro, dovresti pure ringraziare per la sensibilità istituzionale.
La scena è notevole. Salvini se la prende con le compagnie perché aumentano troppo in fretta i prezzi e li riducono troppo lentamente. Scopre il capitalismo all’improvviso, come se fino a ieri pensasse che le multinazionali facessero volontariato. Poi propone di tassare gli extraprofitti, idea che in bocca a certi sovranisti di governo suona sempre come una bestemmia detta sottovoce, giusto per vedere l’effetto che fa. Urso invece rivendica l’efficacia dell’incontro con le compagnie, come se una limatina di pochi centesimi dovesse essere letta come un successo epocale e non come la prova plastica della propria irrilevanza. Giorgetti, infine, fa quello che in questo governo riesce meglio a tutti: annunciare guai. Se continua così, dice, arriva la recessione. E grazie. È un po’ come vedere uno che dà fuoco alla cucina e poi, con aria grave, informa i presenti che c’è rischio fumo.
Il punto politico, però, è ancora più comico. Questo sarebbe il governo della stabilità, della serietà, della nazione finalmente guidata da adulti.
E invece sembra una comitiva in gita senza navigatore: uno gira a destra, uno a sinistra, uno dice che bisogna frenare, mentre l’unica cosa certa è che il Paese è sul sedile posteriore e paga la benzina. Non c’è una linea, non c’è una strategia, non c’è neppure un alibi coerente. C’è soltanto il solito scaricabarile tra ministri, il gioco delle tre carte applicato ai carburanti: uno accusa i petrolieri, uno li convoca, uno evoca la catastrofe. Tutti parlano, nessuno governa.
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