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Simone Ferretti
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Simone Ferretti
@SimoneF76
slightly worn but dignified. lettore e spettatore.
Pistoia Se unió Şubat 2012
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@muoversintoscan non è che migrerebbe anche lei su @bluesky ?
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E allora andiamo a vedere com’è @bluesky
Peggiore di questa sentina di ogni nequizia non sarà.
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Simone Ferretti retuiteado
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Sì. Il timore è che il paradigma sia già cambiato 👇🏼
Mario Ricciardi@marioricciard18
Comincio a pensare che Gaza sia diventato un test morale. Una di quei rari eventi che costringono anche le persone più refrattarie a impegnarsi a prendere una posizione (tacere è una forma di acquiescenza, non c'è uno spazio per essere neutrali). 1/n
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al ministro suggerisco meno tweet razzisti e più treni in orario, dove “più” è qualsiasi cosa maggiore di 0.
lastampa.it/cronaca/2024/1…
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Dal giudizio di Raimo su Valditara (ha detto che luride sono le idee, non l'uomo) è ovviamente legittimo dissociarsi, ma usare l’arma della sospensione crea un brutto precedente, ed evoca uno dei concetti meno cari alla democrazia: l’esemplarità.
lucysullacultura.com/caso-raimo-chi…
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Elon Musk sta twittando come se non ci fosse un domani. Il problema è che potrebbe essere vero.
[@leomorabito]
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"Sapevamo che le cose erano messe male - disse mio padre agli amici ai quali si mise subito a telefonare quando tornammo a casa, - ma non fino a questo punto. Dovevi essere là per vedere le reazioni. Quelli vivono in un sogno, e noi in un incubo.”
#USAElection2024

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Trump è così fortunato a schivare pallottole che potrebbe festeggiare tranquillamente il capodanno con Delmastro.
[@ibico75]
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Tutta la città ne parla su overtourism. Senza negare le responsabilità dei comuni, mi pare che il dibattito non abbia evidenziato abbastanza che gli strumenti di governo del fenomeno sono soprattutto di competenza di Stato e regioni.
👉🏻raiplaysound.it/audio/2024/11/…
@Radio3tweet 1/2
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Su Valencia e noi, una cosa che mi ha fatto un po' male scrivere, sul dolore altrui visto da lontano e cosa possiamo farne: il clima ha bisogno di cittadini, non di spettatori. rivistastudio.com/alluvioni-vale…
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Sono passati sei anni dalla tempesta Vaia, la notte che nel nord est italiano sembrò venire giù il mondo, e invece il mondo rimase al suo posto, ma quel vento caldo venuto sud e da un Mediterraneo già torrido fece cadere quattordici milioni di alberi in poche ore, abbastaza da coprirci il lago di Garda una volta e mezzo, forse due.
Nei primi anni dopo che è passata, una tempesta ha una storia sociale, di danni, ricostruzione, ferite che devono cicatrizzarsi, economie che devono rimettersi in piedi. Dopo un po' le ferite si chiudono, perché il mondo assorbe tutto, può assorbire anche un massacro di alberi fatto dal vento, per carità, e si va avanti, e da lì comincia la storia culturale delle tempeste: cosa rimane, cosa ci ricordiamo, cosa abbiamo imparato.
Sono passati sei anni, e Vaia non ha nessuna storia culturale, nessuna eredità, come se non fosse mai successa. Dovrebbe essere una parte dell'autobiografia nazionale, una vicenda che ci ha lasciato delle domande gigantesche sul futuro ecologico di questo paese, invece è rimasta una storia forestale che sei anni dopo ricordano solo i forestali.
Vaia era sembrata poter essere il trauma che avrebbe avvicinato le città e le montagne e invece è stata il sigillo della frattura, dalle montagne vogliamo il divertimento, l'aria limpida, i paesaggi, i rifugi, non i traumi, i ricordi e le domande.
Sono passati sei anni, ma fuori dalle valli e dalle montagne sembra che ne siano passati sessanta, che Vaia sia successa a un altro paese, che non è l'Italia, e spesso le montagne sono questo: un altro paese che non è l'Italia.
Tutto quello che scegliamo di non imparare però diventa un debito contratto col futuro. Era il 2018: quel primo shock da cambiamento climatico ci aveva dato l'opportunità di svegliarci dentro una consapevolezza nuova, era una campanella, forte limpida e chiara. Vaia conteneva le Marche, Ischia, la Romagna, la Marmolada, era l'agnizione di una stagione di disastri ma, come tante storie ecologiche, non c'era nessuno all'ascolto, se non qualche montanaro. L'abbiamo trattata come una storia di alberi e non dell'Italia invece, come ogni storia di alberi, Vaia era anche la storia dell'Italia.

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È cominciata la stagione delle COP, quella in cui la speranza diventa un'idea geometrica e astratta della vita: prendi un aereo, prenota una camera, ritira un badge. È come se ci fosse un grande centro di smistamento che organizza la burocrazia del futuro.
Ti interessano balene franche dell'Atlantico, semi agricoli, mangrovie?
Vai a Calì, Colombia, c'è COP16 della biodiversità.
Ti interessano pale eoliche, correnti atlantiche, gas serra?
Vai a Baku, Azerbaijan, c'è COP29 del clima.
La tutela dell'ambiente ha questa flessibilità kafkiana, anche perché è affidata all'ONU, istituzione che teniamo cara, ma che non ha mai brillato per velocità di pensiero o azione. Siamo invecchiati in una decisione presa 32 anni fa, Earth Summit di Rio: clima e natura sono problemi diversi, avranno istituzioni diverse (UNFCCC e CBD), COP diverse, rapporti scientifici diversi, linee di credito diverse, perfino tipi umani diversi.
L'iperspecializzazione dei processi poteva sembrare ragionevole negli anni '90, quando pareva una buona idea che il mondo funzionasse come un'azienda. È quando abbiamo deciso che ospedali e scuole dovevano essere aziende, lì abbiamo anche trasformato clima e natura in due multinazionali multilaterali in concorrenza.
Questo pensiero liberista è invecchiato male, ma la modalità è rimasta: abbiamo ancora due COP. Alle persone fai fatica a spiegarne una, figuriamoci due, attaccate, con numerazioni sfalsate. Abbiamo perfezionato il tentativo di non farci capire a livelli olimpici.
Ci sono ambiti in cui la specializzazione è l'unico modo, ma nella tutela della vita fa solo danni. Le due COP producono cure contraddittorie e qualunque paziente risponderà alle cure contraddittorie di due team diversi di medici nel modo più prevedibile: morendo.
Una politica del clima con un'idea muscolare di azzeramento delle emissioni senza guardare alla salute degli ecosistemi è destinata a portare distruzione di biodiversità su vasta scala. Senza foreste, oceani, criosfere non si tutela il clima. Sono gli stessi scienziati a dire: riuniteci, perché clima e natura si possono proteggere solo insieme.

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