
L’oro torna a casa. E sta cambiando il modo in cui gli Stati gestiscono le riserve.
Negli ultimi mesi stanno emergendo segnali molto chiari: l’oro non è più solo un bene rifugio, ma uno strumento sempre più centrale nelle strategie delle Banche Centrali.
La Francia, tra il 2025 e l’inizio del 2026, ha riorganizzato parte delle proprie riserve auree. Ha sostituito lingotti più datati con oro conforme agli standard internazionali, sfruttando il momento favorevole del mercato e generando una plusvalenza di circa 12,8 miliardi di euro.
Il dato più interessante è che il totale delle riserve è rimasto invariato: ciò che è cambiato è la qualità dell’oro e la sua localizzazione, con una quota maggiore riportata sul territorio nazionale.
Parallelamente, anche gli Stati Uniti hanno riportato in patria oro dal Venezuela, per un valore di circa 100 milioni di dollari. Un’operazione che non si vedeva da oltre vent’anni e che si inserisce in un contesto più ampio di rinnovato interesse per risorse strategiche come energia e metalli preziosi.
Due operazioni diverse, ma con un filo conduttore comune: il ritorno del controllo diretto sull’oro fisico.
In un contesto di crescente instabilità geopolitica e incertezza economica, il possesso dell’oro non è più solo una questione finanziaria, ma anche strategica.
Quando sono gli Stati a muoversi in questa direzione, il segnale è chiaro.
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