Alessandro Andreotti

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Alessandro Andreotti

Alessandro Andreotti

@aleandreotti

Le reti sono il mio lavoro :) Tecnologia, rugby, F1, libri le passioni. Ich liebe die Deutsche Sprache. Soprannominato Visigoto del Tweet. Viva Radio3!

가입일 Şubat 2009
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Alessandro Andreotti 리트윗함
luca foresti
luca foresti@lforesti·
Bisogna saper dimenticare per vivere I nostri sensi percepiscono una marea di informazioni. Già solo una parte viene fissata ed utilizzata. Ma da li in avanti il processo di “oblio geneticamente programmato” procede. La memoria a breve termine ha un collo di bottiglia a circa 4+-1 chunk di memoria, con un rate di circa un gruppo di chunk ogni 1,5-2 sec. I chunk sono pezzi di informazioni percepite come unitarie, come una parola, una immagine, un suono. Da li si passa alla memoria a lungo termine. Poi perdiamo la memoria esponenzialmente nelle prime ore per poi stabilizzarsi. Dal punto di vista evolutivo lo scopo della memoria non è trasmettere informazioni accurate nel tempo, ma ottimizzare le decisioni future. L’oblio è ciò che trasforma dati in conoscenza. La selezione dipende dalla rilevanza emotiva (l’amigdala pesa), dalla novità, e dalla coerenza con schemi esistenti. Ciò che non viene consolidato si perde. Durante il sono le informazioni vengono tagliate, durante la veglia consolidate. Il sonno è letteralmente una macchina per dimenticare in modo selettivo. Un cervello più “giovane” e plastico dimentica di più, ed è più adattivo. A volte “ricordiamo” cose mai accadute, che si sono sviluppate nel nostro cervello a posteriori. Se accettassimo profondamente queste evidenze scientifiche avremmo un approccio alla nostra vita, verso i nostri ricordi, ciò che altri ci dicono, completamente differente. Ad esempio sapremmo che ciò che ci motiva e tocca emotivamente lo ricordiamo di più e quindi per imparare dovremmo lavorare sulla motivazione, suo “perché” imparare quella cosa. Ora che i deep-fake sono tra noi anche i documenti apparentemente oggettivi devono rientrare nello stesso paradigma di una memoria che non é necessariamente oggettiva ma risponde agli obiettivi di chi ha prodotto quei documenti. Più vogliamo andare su in adattabilità verso il mondo davanti a noi e più dobbiamo scegliere il nocciolo di informazioni, idee, astrazioni su cui basare la nostra vita. Ricordare dettagli inutili è come riempirsi casa di cianfrusaglie che non ci permettono di viverci dentro. Un oblio ben gestito è una chiave per una vita ben vissuta
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Idrees Ali
Idrees Ali@idreesali114·
The latest Economist cover says it all.
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Emanuele Dolce
Emanuele Dolce@EmanueleDolce·
Prendiamo il #Rugby, che è uno sport di squadra e professionistico: dopo l’impresa di Grenoble ci invitarono nel Sei Nazioni. Avevamo una squadra con molti oriundi, qualche talento locale, zero esperienza internazionale. Avevamo almeno vent’anni di ritardo da recuperare rispetto a squadre che nel frattempo miglioravano a ritmo serrato - dopo il passaggio al professionismo - con federazioni più ricche, più grandi e una cultura di staff tecnici radicata da secoli - i britannici e i celtici, per non parlare dell’emisfero sud - o comunque in pieno sviluppo da decenni come i francesi. Ci siamo messi là, con pazienza e pochi soldi, partendo da un paio di generazioni di giocatori forti ma inesperti e da un movimento piccolo e quasi tutto concentrato nel nordest. Un passo alla volta, tante sberle, tante partite perse perché al 60esimo finiva la benzina, ma anche momenti che chi segue il rugby ricorda con amore - la prima volta nel Sei Nazioni, la prima vittoria in trasferta, la prima volta in cui abbiamo battuto l’Irlanda, la Francia, la Scozia. Dopo vent’anni abbiamo un’accademia nazionale che sforna talenti, due franchigie nel campionato con celtici e sudafricani, nazionali ambiti dalle squadre di club più forti del mondo, oltre 100mila tesserati (più di gallesi e scozzesi, ma un quinto dei francesi e meno di un terzo degli inglesi). E siamo stabilmente al mondiale, con una squadra in grado di battere chiunque in una partita secca - Inghilterra, Australia, Sudafrica, Francia - e che batte regolarmente le nazionali del Tier 2 (Giappone, Samoa, Fiji, Georgia e compagnia). E un’U20 che continua a sfornare giocatori pronti o quasi pronti per l’Alto livello. Per riuscirci siamo passati dal gioco chiuso fondato solo sulla mischia a un gioco bello e veloce, costruito, alla mano come fanno i francesi, migliorando in difesa, nella tecnica e nei punti d’incontro, incrementando la tenuta atletica… creando un gioco veramente “italiano” cioè adatto alle nostre caratteristiche ma moderno, veloce, a volte anche sorprendente. E senza una polemica arbitrale. I modelli positivi ci sono. Basta volerli applicare. #BosniaItalia
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Steve Lookner
Steve Lookner@lookner·
Bloomberg: "the energy industry is warning that the crisis is only beginning. In conversations with more than three dozen oil and gas traders, executives, brokers, shippers and advisers over the last week, one message was repeated over and over: The world still hasn’t grasped the severity of the situation. ...If the strait stays closed, the world will have to significantly reduce its oil and gas consumption — but not before prices spike to a level that forces consumers and businesses to fly, drive and spend much less." bloomberg.com/graphics/2026-…
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
Un mese di guerra con l'Iran e i fronti sono ancora tutti aperti “Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla.” Via ⁦@luciacapuzzi1avvenire.it/mondo/un-mese-…
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Pax
Pax@dottorpax·
Assuefazione e scandalo. Ci sono due modi di reagire al rischio istintivamente, prima di ogni considerazione di gestione. Il primo è quello più ovvio: averne paura, temerlo; il secondo è più insidioso, ma altrettanto naturale: abituarsi. Noi esseri umani siamo fatti anche per questo, è la nostra forza come specie: ci adattiamo all’ambiente che ci circonda, anche e soprattutto quando quell’ambiente è ostile. Dopo i primi giorni di spavento, i bambini imparano a giocare sotto le bombe nei teatri di guerra*, sotto gli occhi rassegnati dei genitori. È una verità terribile, ma è una verità: la vita, per continuare, deve normalizzare ciò che la minaccia. L’assuefazione, in questo senso, è una forma di sopravvivenza. Ma proprio qui sta il suo pericolo: ciò che non smette di essere pericoloso smette di apparirci come tale, ma non scompare. Molti studiosi se ne sono occupati, la lista è lunga, ma qui mi limiterò a citare John Adams, perché ritengo che la sua immagine del termostato sia tra le più efficaci. Adams ha mostrato chiaramente come, nella vita di tutti i giorni, nessuno di noi cerchi realmente il rischio zero, che tanto appare nel dibattito pubblico. Tendiamo piuttosto a regolare il nostro comportamento intorno a un livello di rischio che giudichiamo tollerabile, un po' come quando regoliamo il termostato in casa, per godere della temperatura per noi ottimale (e le coppie sanno che raramente è la stessa per entrambi!). Se il contesto diventa più sicuro, spesso compensiamo aumentando l’esposizione; se diventa più minaccioso, ci adattiamo in altro modo. Il punto decisivo, allora, non è soltanto quanto rischio esista “oggettivamente”, perché il rischio non è mai oggettivo, ma quale quantità di rischio abbiamo ormai imparato a considerare normale. Questo schema, nato per descrivere comportamenti concreti, aiuta anche a capire qualcosa di più vasto: non ci assuefacciamo solo al rischio, ma anche alla sua rappresentazione. Non si modifica soltanto il nostro comportamento, si sposta anche la nostra soglia percettiva, il nostro livello di tolleranza. Dopo anni di finti "volemose bene", siamo oggi immersi e sommersi in un flusso continuo di immagini di guerra e di violenza. Non arrivano più come eventi rari, capaci di interrompere il corso delle giornate, arrivano come contenuti di consumo durante il TG, tra una forchettata e l'altra. Scorrono dentro il medesimo dispositivo che ospita pubblicità, ironia, intrattenimento, sport, vanità, propaganda. Sui social, molti video di droni che inseguono e uccidono un soldato sembrano ormai appartenere, visivamente, alla grammatica del videogioco: inquadratura dall’alto, bersaglio, attesa, colpo, fine del clip. Non è che la violenza sia scomparsa, è che viene trascritta in un formato che la rende più consumabile. Qui la distanza conta moltissimo! La distanza ha sempre attenuato la percezione del rischio: soffrire da lontano non è come soffrire in prima persona. Ma oggi alla distanza si aggiunge la gamification, e la combinazione è devastante, perché la distanza sottrae peso, mentre la gamification introduce una sintassi dell’efficienza, della prestazione, persino del punteggio. Guarda che figo quel drone! BAM! A quel punto non vediamo più davvero una morte: vediamo una sequenza al rallentatore. Non una persona: un target. Non una tragedia: un’esecuzione visivamente ottimizzata, magari con un sottofondo musicale a effetto. Susan Sontag aveva già intuito che le immagini del dolore altrui non producono automaticamente comprensione morale: possono anche (e anzi) generare saturazione. Paul Slovic ci ha invece insegnato che, di fronte alla sofferenza di massa, spesso non crescono proporzionalmente né l’empatia né il senso di urgenza: al contrario, subentra una sorta di intorpidimento. È la trasformazione dell'evento singolo in fenomeno di massa, che noi statistici conosciamo bene in termini modellistici. Molto prima dei social, Günther Anders aveva capito come la nostra potenza tecnica cresca più in fretta della nostra capacità di immaginare e sentire le conseguenze di ciò che facciamo, o che possiamo fare. E il nostro rendercene talvolta conto è alla base delle visioni di Ulrich Beck. Vedere la guerra in forma remota, robotizzata, mediata, frammentata, in infografica interattiva, significa anche questo: poter assistere agli effetti senza sopportarne davvero il peso. A tutto questo si aggiunge quello che per il sottoscritto è uno dei grandi paradossi del nuovo secolo. Mentre ci (ri)abituiamo sempre più a certe forme di violenza, alcune nuove, altre eterno ritorno dell'uguale, continuiamo a parlare il linguaggio della massima sicurezza, che ormai impesta la politica come il discorso da bar (va detto che ormai la differenza è labile). È quella che, scimmiottando Beck, chiamo la società del rischio rimosso. Anne Dufourmantelle lo aveva colto con lucidità: il principio di precauzione è diventato la norma, e il rischio zero il nostro orizzonte dichiarato. Ma proprio questa ossessione per la sicurezza può produrre un effetto perverso. Non elimina la violenza né il rischio: li sposta, li astrae, li delega, li rende accettabili purché avvengano lontano da noi, fuori campo, su corpi anonimi, i corpi degli altri. La guerra contemporanea sogna di non rischiare più la perdita di vite “dalla nostra parte” ("abbiamo annichilito l'Iran senza quasi una perdita", dice il segretario della guerra con l'occhio obnubilato dai fumi di Bacco), e così si abitua sempre più alla morte “dall’altra”. Per questo il problema non è soltanto morale, ma anche politico. Il vero rischio non sta in un singolo video, in un singolo fronte, in un singolo abuso; sta nell’effetto cumulativo, che rende l'invasione di un paese confinante, così come l'angheria quotidiana su civili inermi, una non-notizia in cerca di like. Tanti focolai di disordine e violenza, il progressivo logoramento delle regole che ci eravamo dati per quanto imperfette (e piegate spesse al doppio peso), il ritorno di linguaggi che pensavamo archiviati, l’assuefazione all’abuso, la spettacolarizzazione del massacro: tutto questo non produce solo abbrutimento e abbruttimento, gonfia la probabilità dell’estremo. Qui e ora. Il punto è semplice: quando una società si abitua alla violenza, l’estremo smette di sembrare tale. Prima diventa dicibile, poi difendibile (e la cloaca che sono i social lo dimostra), poi praticabile (e riaccadrà anche nella sonnacchiosa Europa se non ne prendiamo atto). Ogni esposizione che non trova più resistenza interiore abbassa un poco la soglia del rifiuto, ogni atrocità digerita come contenuto erode una barriera, ogni distanza trasformata in indifferenza rende più facile il passo successivo. Resistere a questa assuefazione non significa vivere nel panico, o nello sdegno compiaciuto. Al contrario! Significa rifiutare che il sopruso diventi paesaggio, che la guerra diventi estetica, che la morte degli altri ci arrivi addosso come un livello ben riuscito di un videogioco. Oggi, come ieri, dobbiamo restare capaci di scandalizzarci, e riversare sulla politica il peso dello scandalo. Solo questo potrà garantirci un livello accettabile di sicurezza, di pace sociale, evitando che i peana dei tanti mai più non siano in realtà un epicedio. * L'espressione teatro di guerra ci dice molto della guerra come spettacolo di corpi.
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Agata Isabella Centasso
Agata Isabella Centasso@AgataCentasso·
Sono stanca delle immagini generate con l’intelligenza artificiale. All’inizio incuriosivano, ora invadono: troppe, indistinguibili, spesso inutili. Alla fine non è evoluzione: è rumore che copre tutto il resto. E nel frattempo cresce la disinformazione…
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
Con l‘eccezione di alcuni giornali, il dibattito sulla nostra stampa è lunare. Troppo concentrati sul nostro ombelico.
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
Come si fa ad essere tranquilli in questi giorni? Provo una grande angoscia.
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
@swamilee Quello che non sopporto non è il tema o l’orientamento politico, è lo stile con cui è scritto.
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
@swamilee Lo sto leggendo ma sto facendo fatica ad andare avanti, non sono in sintonia. Poi magari cambio idea, non sono capace di lasciare un libro a metà.
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Alessandro Andreotti 리트윗함
Kommander61
Kommander61@kommander61·
Nonostante quella dello stretto di Hormuz sia la crisi più grave degli ultimi anni e continui a complicarsi, è evidente un calo di interesse. Non dico sia un male. Cercare di convivere con i problemi è dote indispensabile alla sopravvivenza e necessaria per non impazzire.
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Alessandro Andreotti
Alessandro Andreotti@aleandreotti·
Possiamo solo pregare per la pace, non ci resta nient’altro.
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Giovanni Rodriquez
Giovanni Rodriquez@GiovaQuez·
La guerra in Iran non è solo una crisi energetica. È una crisi farmaceutica che nessuno racconta ancora. Paracetamolo, antibiotici, antidiabetici, oncologici: tutti dipendono da precursori petrolchimici che passano per Hormuz. Le scorte reggeranno 2-3 mesi quotidianosanita.it/studi-e-analis…
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