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Milano, Italy Katılım Ocak 2011
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While strolling the streets of Milano (and other Italian cities) you can bump into one of these graffiti. Did you know they date from #WW2? Learn what do they mean during our guided tours 👉 milanoarte.net/en/portfolio/m…
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@sashameetsrus Pavimentazione is cheap and broken, typical of corruption, maybe bribery, very dangerous for all these ladies and strollers. Public transport is not working. Beautiful ladies though but here in Italy is way better. Slava ukraini 🇺🇦
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Sasha Meets Russia
Sasha Meets Russia@sashameetsrus·
A Spring day in Nizhny Novgorod, Russia. Compare this to other European cities…what do you notice?
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@cherchiandrea Bellissime foto. Mi ricorda una volta un cliente americano che ci chiese, molto preoccupato, della enorme alluvione che si era scatenata a sud-ovest di Milano. Era atterrato a Malpensa ed aveva visto le risaie 😆
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andrea cherchi
andrea cherchi@cherchiandrea·
Poco distante da Milano, nelle campagne del Novarese e del Vercellese c’è lo spettacolo delle risaie allagate. Il famoso mare a quadretti (foto andrea cherchi)
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The Timeless Traveler
The Timeless Traveler@TimelessTrvlr·
Bologna isn’t trying to impress you. It just quietly delivers with historic porticoes, medieval towers, world-class food, and a lived-in beauty that most Italian cities would kill for.
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While strolling the streets of Milano (and other Italian cities) you can bump into one of these graffiti. Did you know they date from #WW2? Learn what do they mean during our guided tours 👉 milanoarte.net/en/portfolio/m…
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The 19th of May 1956, exactly 70 years ago, the foundation stone of the Autostrada del Sole was laid in Milan. This freeway connects Milan with Rome and Naples and became symbol of the resurrection of Italy after the misery of the war and the chains of fascism.
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Iveser Venezia
Iveser Venezia@IveserVenezia·
19 maggio 1956 Nel cantiere aperto a San Donato Milanese, con la presenza del Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi, viene posata la prima pietra per la costruzione del tratto autostradale che collega Milano e Napoli: nasce l'«Autostrada del sole»
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Daniele Mari
Daniele Mari@marifcinter·
⚫️🔵👕 UFFICIALE - INTER, LA NUOVA MAGLIA HOME PER LA STAGIONE 2026/2027
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Artribune
Artribune@artribune·
#fotodelgiorno: la statua di Vittorio Emanuele II in Piazza del Duomo a Milano a novembre del 1970 impacchettata da Christo and Jeanne-Claude.
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Iveser Venezia
Iveser Venezia@IveserVenezia·
19 maggio 1906 Viene inaugurata la prima galleria del traforo ferroviario del Sempione
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ANDU🎗️
ANDU🎗️@bingrui·
@milanoarte @marsetac E rimanere sotto il comunismo… capirai sì che è la stessa cosa, collettivismo, totalitarismo…
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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
Sono molto affascinato dalla mandria di analfabeti funzionali che continuano ad attribuire alla Russia la vittoria sovietica del ‘45, nonostante, ad esempio, Ucraina e Bielorussia abbiano pagato in rapporto alla popolazione un tributo di sangue di gran lunga superiore. Ma c’è soprattutto un punto che non mi sembra chiaro. Solo l’Europa lottò contro il NAZISMO, e lo dimostrò subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, costruendo uno spazio di libertà e democrazia che era il suo esatto contrario. L’URSS si limitò invece a combattere contro i NAZISTI, cioè contro coloro che avevano tradito il patto Molotov-Ribbentrop col quale Hitler e Stalin per due anni pianificarono di spartirsi il continente. Il loro obiettivo non è mai stato opporsi ad una dittatura, ma solo sostituirla con un’altra.
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@Athousandsuns7 Quello che voglio dire è che gli ucraini ricordano i loro caduti contro il nazismo, sono i filorussi che spesso tendono a dimenticarsi che chi ha lottato contro il nazismo non sono stati solo i russi ma tutti i popoli dell'Unione Sovietica.
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Antonio
Antonio@Athousandsuns7·
@milanoarte Mi dispiace contraddirla, ma gli ucraini non festeggiano il 9 maggio dal 2014.... per l'attuale amministrazione la Grande Guerra Patriottica fu occupazione di Mosca. L'Ucraina non è solo Odessa, tra l'altro città fondata dai russi... babel.ua/en/news/90335-…
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@Athousandsuns7 Non sto scherzando, sono stato recentemente ad Odessa. Davanti al teatro nazionale c'è un muro enorme con i nomi dei caduti della Grande Guerra Patriottica con tanto di stelle e decorazioni sovietiche.
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Antonio
Antonio@Athousandsuns7·
@milanoarte Spero tu stia scherzando.... ci sono innumerevoli report che documentano la rimozione dei monumenti dedicati ai comandanti sovietici... così come ai caduti. Ovvio non si toccano le tombe. Infine gli ucraini non la chiamano grande guerra patriottica... spzh.eu/en/news/85956-…
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@Athousandsuns7 Eppure le città ucraine sono piene di memoriali che ricordano i caduti della Grande Guerra Patriottica e nessuno lì tocca. Prima di parlare bisogna conoscerle le cose, altrimenti si fa solo vibrare l'aria.
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Antonio
Antonio@Athousandsuns7·
@milanoarte Non è così, sono i pro ucraini che ogni 9 maggio dicono che i russi hanno sostituito un regime con un altro....e ne tanto meno vogliono identificarsi con i sovietici.
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@bingrui @marsetac Non e' di questo che voglio discutere, non sto glorificando i generali ma ricordando il sacrificio di milioni di soldati e persone comuni per sconfiggere il fascismo.
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ANDU🎗️
ANDU🎗️@bingrui·
@milanoarte @marsetac Sei milioni di morti perché combattevano a minchia, a ondate con i commissari politici e le mitragliatrici dietro… all’inizio in Polonia, alleati ai nazisti, non avevano di questi problemi..l
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@LelloMascetti73 @marsetac Per noi invece e' incomprensibile come tanti sostenitori del fascismo russo identifichino la Russia con l'Unione Sovietica, ignorando il sacrificio di milioni di persone che russe non erano.
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@bingrui @marsetac Se milioni di morti non sono un sacrificio non so cosa sia un sacrificio. Non parlo delle elite ma del popolo che ha sacrificato tutto per salvarsi dall'orrore del nazismo. Per quanto riguarda l'Ucraina noi siamo sempre dalla parte di chi si difende dall'invasore. Slava ukraini
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ANDU🎗️
ANDU🎗️@bingrui·
@milanoarte @marsetac Beh, sacrificio… hanno fatto quello che stanno facendo gli ucraini, si sono difesi da un’invasione (dopo esser stati alleati dell’invasore…)
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Due Italie, due reazioni. Lo stesso razzismo al governo.   Taranto, sabato 9 maggio, le cinque del mattino. Bakary Sako, trentacinque anni, maliano, bracciante regolare, esce di casa con lo zaino di sempre: quattro saccottini, i guanti da lavoro, una bottiglia d’acqua. Inforca la bicicletta e pedala verso la stazione. Deve prendere il treno per Massafra, dove lo aspettano i campi. Era in Italia da tredici anni. Nel Mali aveva lasciato due mogli incinte, e di tornare laggiù da padre parlava da settimane.   Alla stazione non arriverà. In piazza Fontana lo aspetta un branco: quattro minorenni, un ventenne, un ventiduenne. Lo accerchiano, lo insultano, uno gli sferra un pugno così forte da spaccargli un dente. Bakary scappa sanguinando, si butta dentro un bar, cerca riparo. Il barista lo caccia. Non chiama nessuno. Lo riprendono fuori e un quindicenne lo accoltella tre volte, al torace, all’addome. Lo trascinano in strada. Mentre muore, ridono. Gli rovesciano dell’acqua addosso, gli dicono “stai facendo la parte, infamone”. Uno chiede in dialetto: “non sta respirando?”. Un altro risponde: “è vivo ancora?”. Bakary muore sull’asfalto, davanti alla porta che gli era stata sbarrata in faccia.   Sette giorni dopo. Sabato 16 maggio, ieri pomeriggio, Modena, via Emilia Centro. Una settimana esatta. Salim El Koudri, trentun anni, italiano nato a Seriate da genitori marocchini, laureato in Economia, disoccupato, paziente per anni del centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, lancia una Citroën C3 a cento all’ora contro la gente che passeggia. Otto persone investite, quattro gravi. A una donna amputano le gambe. Scende dall’auto con un coltello e prova a colpire chi lo blocca. Lo fermano alcuni passanti, fra cui Luca Signorelli, che resta ferito, e due egiziani. Il movente, dicono gli inquirenti, è ancora da accertare. Lui ha biascicato qualcosa sul sentirsi “bullizzato”. I medici lo seguivano per disturbi schizoidi da quattro anni.   Sette giorni di distanza. Due tragedie nello stesso telegiornale della sera, nella stessa settimana politica, davanti allo stesso governo. Ora guardate cosa fanno Meloni e Salvini.   Su Bakary, niente. Per tutta la settimana. Nessun tweet, nessuna richiesta di “punizioni esemplari”, nessuna lezione televisiva sulla “mancata integrazione” dei sei ragazzi italiani che hanno sgozzato un nero per il colore della pelle. Piantedosi arriva a Bari due giorni dopo a dire che no, in Italia non esiste una “caccia al migrante”. Schlein parla, qualche associazione organizza un presidio sotto la pioggia. Il governo, muto. Come se Bakary non fosse mai esistito.   Su Modena, cinque minuti. Cinque, contro sette giorni di silenzio. Salvini scrive nome e cognome su X: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione”. La Lega, in nota ufficiale, sentenzia che “l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita”. Meloni reclama che “risponda fino in fondo”. Tutto prima di sapere cosa fosse successo davvero, prima del movente, prima della cartella clinica, prima di capire se si trattava di un raptus, di una crisi psicotica, di un atto criminale lucido o di tutto questo insieme. La cornice ideologica era già scritta, già pronta in archivio, bastava infilarci dentro un cognome che suonasse arabo.   Non parliamo di due epoche diverse, di due Italie diverse, di due governi diversi. Parliamo della stessa settimana di maggio 2026, dello stesso telegiornale, degli stessi ministri, della stessa premier. Sette giorni separano un nero sgozzato all’alba e un arabo in crisi al volante di una Citroën. E in quei sette giorni il governo della Repubblica italiana ha scelto di tacere su un caso e di urlare sull’altro. Una scelta, non un caso. Un metodo, non una svista.   Questi due fatti sono la stessa storia, lo stesso brodo che qualcuno cucina ogni giorno a fuoco lento per ricavarne consenso elettorale.   Lo conoscete bene, quel brodo, perché lo respirate da almeno dieci anni: invasione, sostituzione etnica, ci rubano il lavoro, ci rubano le donne, blocco navale, decreti sicurezza, permessi di soggiorno a punti. Telegiornali che aprono sull’immigrato che spaccia e tacciono sul caporale italiano che sfrutta. Campagne elettorali in cui un partito di governo usa i volti dei neri come fauna molesta. Una premier che da opposizione urlava “sostituzione etnica” come fosse una bestemmia e oggi, dalla poltrona di Palazzo Chigi, finge di sorprendersi quando un quindicenne va in piazza Fontana all’alba e mette in pratica, alla lettera, quello che lei ha predicato per un decennio.   Quei sei di Taranto razzisti non ci sono nati, glielo abbiamo dato noi adulti a cucchiaiate, anno dopo anno. Quando ridono davanti al cadavere e dicono “infamone, stai facendo la parte”, non stanno inventando niente: stanno citando Salvini, citano i meme che girano nei gruppi della destra giovanile, citano le prime pagine di giornali che da troppo tempo trattano i neri come fauna. La coltellata di piazza Fontana è la propaganda di Stato tradotta in carne e sangue, dieci anni di veleno trasformati in tre fendenti al torace.   Il barista che caccia un uomo ferito dal proprio locale, che non chiama la polizia, che mente agli inquirenti per coprire uno degli assassini e oggi è indagato per favoreggiamento, è il volto medio di questa storia. Non ha pestato, non ha accoltellato, ha fatto qualcosa di peggio: ha reso l’omertà razzista un gesto ordinario, una piega quotidiana del carattere. Bakary sanguinava sulla soglia del suo bar, e lui lo ha rimandato fuori in pasto al branco. Senza quel gesto, forse, oggi Bakary sarebbe vivo. Il barista non è un mostro, è il prodotto perfettamente riuscito della cultura che Meloni e Salvini hanno seminato per dieci anni: il razzismo che non urla, quello educato, quello che ti chiude la porta in faccia mentre stai morendo.   A Modena lo stesso brodo cambia cucchiaio. Stessa settimana, sette giorni dopo. El Koudri ha investito otto persone, ha mutilato una donna, ha provato ad accoltellare chi lo fermava: una tragedia che chiederebbe rispetto, indagini, sostegno vero alle vittime, almeno una pausa di pietà. In cinque minuti diventa carburante. Non importa chi sia davvero, cosa avesse in testa, da quale crepa psichiatrica venisse: importa il cognome, importa la pelle, importa che la storia torni utile alla narrazione. Le vittime vere, quelle in rianimazione, quelle senza gambe, diventano fondale per uno spot etnico.   Bakary, il barista, i ragazzini di piazza Fontana, El Koudri, i feriti di via Emilia, è tutta la stessa storia, dentro la stessa settimana, sotto lo stesso governo. Lo stesso meccanismo che ha armato la mano del quindicenne ha armato il dito di Salvini sulla tastiera. Lo stesso brodo che ha convinto un barista a cacciare un morente ha convinto un vicepremier a emettere sentenza prima dei giudici. La radice è la stessa: la convinzione che alcune vite contino e altre no, che alcuni morti vadano pianti e altri scrollati via dalla home page.   Anche noi, dentro questa storia, abbiamo le nostre responsabilità. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, eletto col centrosinistra meno di un anno fa, su Bakary ha balbettato: “disagio sociale”, “città smarrita”. La parola razzismo, mai. Il lutto cittadino, neanche, lo ha proclamato Adriana Poli Bortone, sindaca di destra a Lecce, novanta chilometri più in là. Alla manifestazione in piazza Fontana, Bitetti non c’era, “impegni personali”. Lui lo chiama pragmatismo, ma è paura: paura di nominare le cose, paura che il brodo ormai senso comune sporchi anche i propri elettori. Si vince così a metà e si perde tutto. Bakary muore una seconda volta, nel silenzio dei suoi.   A Modena, fra i passanti che hanno fermato El Koudri con un coltello in mano davanti agli occhi, due erano egiziani. Stranieri. Esattamente quelli che, secondo la propaganda di governo, sarebbero “il problema”. Lo ha dovuto ricordare il sindaco Mezzetti contro “lo sciacallaggio sui social”, uno sciacallaggio che in quel momento, mentre lui parlava, era già partito dai canali ufficiali del vicepremier della Repubblica italiana. Mentre due egiziani rischiavano la pelle per fermare un assassino, un ministro del governo italiano twittava contro di loro. Andatelo a raccontare ai vostri figli. Fatevelo entrare in testa una volta per tutte.   Meloni e Salvini hanno costruito, alimentato e monetizzato un razzismo di Stato. Lo maneggiano con precisione chirurgica, muti quando le vittime sono nere, urlanti quando i colpevoli sembrano arabi, scegliendo ogni volta i morti utili e i feriti utili, trasformando ogni cadavere in una clip elettorale. Intanto intorno a loro cresce un paese in cui un barista caccia un morente perché è nero, un branco di quindicenni accoltella ridendo, un sindaco di sinistra non riesce nemmeno a pronunciare la parola razzismo.   Questo non è governare, è avvelenare. E quando un paese viene avvelenato così, per anni, dai vertici delle sue istituzioni, non è più sull’orlo del baratro: ci è già dentro. Bakary l’ha pagato con la vita sette giorni fa, i feriti di Modena lo pagano in ospedale da ieri, le mogli di Bakary nel Mali lo pagheranno crescendo da sole due figli che non hanno mai conosciuto il padre. Noi lo paghiamo ogni giorno, con un pezzo di civiltà in meno e una scorza più dura sul cuore, con la capacità di indignarci che si consuma a ogni nuovo morto.   Sette giorni, due tragedie, una sola regia. Il brodo lo cucinano loro, lo servono ogni sera nei talk show, lo distribuiscono ogni mattina sui social. Noi continuiamo a berlo anche quando ci accorgiamo che sa di sangue. Qualcuno, prima o poi, dovrà avere il coraggio di rovesciare la pentola. Prima che il prossimo Bakary parta in bicicletta verso un’alba che non vedrà mai.
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