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@Zelda_51

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pier luigi pinna
pier luigi pinna@pierpi13·
L’ELEMOSINA SPACCIATA PER MIRACOLO: LA TRUFFA DEI NUMERI Ancora una volta ci fa pipì in testa e ci dice che piove. L’ultimo annuncio della "Regina della Menzogna " è un insulto all'intelligenza di chiunque sappia fare una divisione da terza elementare. 100.000 CASE IN 10 ANNI. Detto così sembra un impero. Ma togliamo il trucco e le luci del set: sono 10.000 case all'anno. Divise per i quasi 8.000 comuni italiani, fa la bellezza di UNA CASA E UN PEZZETTO a comune. Capito? Il grande piano per l'emergenza abitativa è costruire UNA CAXXO DI CASA all'anno a Treviso, una a Canicattì e una a Roccacannuccia. Una roba che non basta nemmeno a coprire il fabbisogno di un condominio di periferia, figuriamoci di una nazione in ginocchio! Ma loro festeggiano. Fanno i post con la faccia fiera, il font istituzionale e lo slogan patriottico. "FOZZA GIOGGIA", avanti col rullo compressore delle cazzate per i creduloni che si bevono tutto senza masticare. È una presa per il… scientifica: 1. SPARANO il numerone per stordirti (100 MILA!). 2. SPALMANO il tempo su 10 anni (così nel frattempo saranno già spariti con la pensione d'oro). 3. MUNGONO il consenso di chi è troppo pigro per farsi due conti in tasca. Mentre le famiglie vengono sfrattate e i ragazzi dormono in tenda davanti alle università, questi vendono fumo con l'arroganza di chi crede di avere a che fare con un popolo di analfabeti. Non è politica abitativa, è MARKETING DEL NULLA. È il gioco delle tre carte applicato ai mattoni. La prossima volta che sventolano un numero, tirate fuori la calcolatrice: è l'unico modo per non farsi fottere da chi vive di slogan e mangia sulle vostre spalle.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Il record che Meloni non rivendica Centosedici voti di fiducia. Mai successo prima nella storia repubblicana. Eppure il record che Meloni si gode è un altro, il secondo governo più longevo dal dopoguerra. Il primato della longevità lo sventola dovunque. Quello dei 116 voti di fiducia lo nasconde sotto il tappeto. Strano, perché i due numeri raccontano la stessa cosa. Il governo dura proprio perché ha smesso di parlare con il Parlamento. 116 volte ha detto alle Camere prendere o lasciare. Niente emendamenti. Niente discussione vera. Tre anni e mezzo dentro la stessa formula. Funziona, certo. Ma chiamarla ancora democrazia parlamentare diventa una bugia per cortesia. Quando lei stava all’opposizione la stessa identica pratica la definiva “deriva preoccupante”. Adesso che la pratica porta il suo timbro, è normalità. Il regolamento delle Camere è uguale a prima. La Costituzione pure. È cambiato solo chi siede al governo. E qui arriva il pezzo che spiega perché tutto questo passa quasi liscio. La stampa. Reporters sans frontières il 30 aprile ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026 e l’Italia è scivolata al 56° posto. Per dare una misura: nel 2024, primo anno intero di governo Meloni, eravamo al 46°. Dieci posizioni perse in due anni di sue manovre legislative. Stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, lo dice testualmente la Federazione nazionale della stampa. Insieme all’Ungheria di Orbán. Davanti a noi (davanti, non dietro) Ghana, Costa d’Avorio, Gambia. Il rapporto le ragioni le elenca senza giri di parole. La legge bavaglio approvata dalla maggioranza. Le interferenze dirette sulla Rai, descritta come “strumento di comunicazione politica al servizio del governo”. Il Media Freedom Act europeo che il governo non ha recepito. Le querele Slapp usate come arma di intimidazione contro le inchieste scomode. La riforma sulla diffamazione bloccata in commissione Giustizia con un testo, quello del senatore Balboni, che la Fnsi giudica peggiorativo. La precarietà dei giornalisti che mina indipendenza e capacità di scavo. Ecco. È così che Meloni può raccontare quello che vuole. Una stampa zoppa, controllata nei nodi, intimorita dalle querele, alza meno la mano. Lei lo sa. Lo sa così bene che il 22 ottobre scorso, in Senato, ha avuto il coraggio di rivendicare un miglioramento della libertà di stampa: ha confrontato il 58° posto del 2022 (anno Draghi, peraltro) con il 49° posto del 2025, intascandosi un avanzamento che non era suo. Pagella Politica le ha fatto i conti il giorno dopo. Sotto il suo governo il punteggio italiano è sempre sceso, non salito. Le posizioni guadagnate erano merito di chi c’era prima. Quelle perse sono firmate da lei. Ma con una stampa indebolita anche una contabilità così sfacciata passa, viene ripetuta, arriva ai TG senza un controvento decente. Veniamo a quello che pesa sulle vite, però. Numeri economici. Il PIL 2025 è cresciuto dello 0,5%, certificato Istat. Negli anni pieni del governo Meloni la crescita è stata costantemente sotto l’uno per cento. La Spagna nel 2025 è cresciuta del 2,9%. La Polonia del 3,2%. Noi siamo fermi, con una macchina che ha il motore sotto sforzo da un pezzo. Il debito pubblico ha sfondato il 137% del PIL, secondo solo alla Grecia nell’Eurozona. La pressione fiscale ha toccato il 43,1%, due punti pieni in più in due anni. Il deficit è rimasto al 3,1%, sopra la soglia europea, e l’uscita dalla procedura d’infrazione che il governo aveva sbandierato per mesi è saltata. Ma il dato che dovrebbe far calare il silenzio in qualunque conferenza stampa di autocelebrazione è un altro. L’Ocse, a marzo 2026, ha collocato l’Italia al penultimo posto della sua area per recupero dei salari reali. Penultima. Davanti a noi solo la Repubblica Ceca. I salari italiani in termini reali sono ancora sotto il livello del 2021. Lo stipendio medio del nostro Paese, sempre Ocse, è 21° su 34, con un gap di 8.523 dollari rispetto alla media (dati in parità di potere d’acquisto, omogenei). Per questo i giovani fanno le valigie. Mica perché amano Berlino. Il 4 settembre Meloni festeggerà il sorpasso sul Berlusconi IV. Ci sarà il video, magari verticale per i social, voce ferma e sguardo dritto in camera. Non dirà dei 116. Non dirà del 56° posto RSF. Non dirà del penultimo posto Ocse sui salari. Sarà compito nostro, di chi scrive ancora liberamente, ricordare cosa c’è dietro al primato di durata. Una democrazia che si fa più sottile ogni mese che passa, mentre l’economia reale lascia indietro chi lavora.
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Gianluca Zerbini 
Gianluca Zerbini @GianlucaZerbini·
@ksnt63 Se dopo 4 anni è diffuso il pensiero che abbia combinato poco e, di quel poco, NULLA di buono, ma continua a credere e sostenere di aver fatto un ottimo lavoro, dovrebbe sorgerle almeno il dubbio che il problema sia suo C’è un limite anche alla supponenza di un ego ipertrofico
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K.S. 🇮🇹🇵🇸🐼mi vergogno di chi mi governa
Anche nel suo messaggio per il #1maggio Meloni non si smentisce. In chiusura ci cazzia tutti perché non valorizziamo il SUO lavoro, il lavoro di chi "guida il paese". È una bambina. Narcisista e cattiva. Buon #1maggio... a tutti noialtri, che col NOSTRO lavoro la copriamo d'oro
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𝐒𝐨𝐮𝐦𝐚𝐢𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐚𝐰𝐚𝐫𝐚
Augusta Montaruli attacca Sigfrido Ranucci. La parlamentare meloniana, diventata nota per il suo “bau bau” in TV, chiede alla RAI di prendere provvedimenti contro il conduttore di Report, colpevole di aver indagato sui rapporti tra il ministro Carlo Nordio e la graziata Nicole Minetti. Ancora una volta la destra perde l’occasione di tacere, o meglio di affrontare seriamente i problemi del Paese. Sentenza definitiva: Montaruli, la paladina del “carcere per uno spinello”, è stata condannata dalla Corte di Cassazione. Colei che in Parlamento chiedeva cinque anni di carcere per chi fuma uno spinello ha ricevuto una condanna definitiva a un anno e sei mesi per peculato. Ha sottratto denaro pubblico, ma non sconterà la pena: resta in Parlamento, continua a percepire lo stipendio e a impartire lezioni di morale. Cinque anni per uno spinello, zero per chi ruba soldi pubblici. È l’immagine dell’ipocrisia e la fotografia di un Paese che troppo spesso premia i colpevoli e punisce i liberi. Ma la memoria non svanisce.
𝐒𝐨𝐮𝐦𝐚𝐢𝐥𝐚 𝐃𝐢𝐚𝐰𝐚𝐫𝐚 tweet media
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Elio Vito 🇮🇹🇪🇺🇺🇸🏳️‍🌈🌍
Il governo Meloni ha messo stasera al Senato la fiducia n.1️⃣1️⃣6️⃣, sull’ennesimo decreto legge al quale sono state ancora una volta apportate modifiche eterogenee per le quali la Camera non potrà intervenire. Tutto nel silenzio, nella indifferenza e nella assuefazione generale.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
NORDIO, IL TIMBRATORE. UNA GRAZIA COSTRUITA SU UN BAMBINO CHE NON ERA ABBANDONATO E UNA MADRE CHE È SCOMPARSA   Il 14 aprile 2026, in Uruguay, le autorità diramano un avviso nazionale di rintraccio. Si chiama María de los Ángeles González Colinet, ha 29 anni, è la madre biologica di un bambino. Quattro giorni prima, in Italia, Il Fatto Quotidiano ha cominciato a fare domande su una grazia firmata a febbraio dal Presidente della Repubblica.   La grazia è quella concessa a Nicole Minetti il 18 febbraio 2026. Tre anni e undici mesi cancellati. Favoreggiamento della prostituzione, caso Ruby. Peculato, Rimborsopoli. La motivazione, umanitaria: un bambino “abbandonato alla nascita”, gravemente malato, che ha bisogno di cure all’estero e della presenza costante della madre adottiva.   Ecco come funziona la grazia in Italia, in cinque righe. Il ministro della Giustizia istruisce, verifica le carte, propone. Il Capo dello Stato firma. Il Quirinale non ha strumenti di indagine, non può controllare se i documenti sono veri. Si fida del ministro. La sentenza della Corte Costituzionale 200 del 2006 lo dice chiaramente: l’istruttoria è competenza esclusiva del Guardasigilli.   Ora leggete cosa risulta dall’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto, sulla base degli atti del Tribunale di Maldonado e delle smentite degli ospedali italiani.   Il bambino non era abbandonato. Aveva, e ha, due genitori biologici vivi e identificati, contro i quali Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una causa per ottenere la perdita della patria potestà, vinta soltanto il 15 febbraio 2023. I due ospedali italiani citati nell’istanza, San Raffaele di Milano e Ospedale di Padova, che secondo gli avvocati avrebbero dato “parere contrario” all’operazione poi eseguita a Boston, smentiscono in modo categorico: i primari Mortini, Denaro e Iacoangeli dichiarano di non aver mai visto il bambino, il cui nome non risulta nei loro archivi. Il compagno Cipriani, descritto nell’istanza come mecenate “lontano da contesti di devianza”, risulta nei documenti americani in rapporti d’affari con Jeffrey Epstein.   Questo è il quadro che il ministero della Giustizia ha trasmesso al Quirinale per ottenere la firma di Mattarella.   Oggi, 27 aprile 2026, il Colle scrive a Nordio. Una lettera di tre righe che, lette nel registro feltrato delle istituzioni, equivalgono a un terremoto. Mattarella chiede di acquisire “con cortese urgenza” informazioni sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza”. Mai, nella storia repubblicana, il Quirinale aveva chiesto formalmente al Guardasigilli di verificare la veridicità di una grazia già concessa.   La questione, a questo punto, è di una semplicità brutale. O Nordio sapeva che le carte non stavano in piedi, e ha trasmesso lo stesso. Oppure non ha verificato niente, e ha firmato la proposta come si firma una circolare, fidandosi di quello che gli avvocati di parte avevano scritto. Non c’è una terza ipotesi che lo salvi.   Nel primo caso, il problema è penale prima ancora che politico, e la Procura competente dovrà valutare profili di falso ideologico in atto pubblico a carico di chi ha redatto l’istruttoria, e di eventuale concorso a carico di chi quell’istruttoria ha trasmesso al Quirinale. Nel secondo caso, il problema è l’inadeguatezza totale di un ministro che ha trattato la firma del Capo dello Stato come un timbro automatico.   La cosa più grottesca è il silenzio del centrodestra. Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia. Tre partiti che da quattro anni ci ammorbano con la certezza della pena, la galera, il rigore, la tolleranza zero. Tre partiti che hanno riformato il codice, separato le carriere dei magistrati, depenalizzato l’abuso d’ufficio (sempre Nordio, sempre lui). E ora, di fronte a una grazia data a una protagonista delle cene eleganti di Arcore, sulla base di un’istruttoria che il Quirinale stesso definisce “supposta falsità”, non una parola. Zero. Il garantismo a corrente alternata non è un’eccezione di questo governo. È il suo metodo.   Le conseguenze devono essere tre. Nordio si dimette. Stasera, non fra una settimana. Ogni ora in più al Ministero della Giustizia è un’ora in più di scandalo per le istituzioni. La Procura competente apre un fascicolo e fa il suo lavoro, fino in fondo, senza riguardi. Il Parlamento convoca Nordio per un’audizione vera, con i documenti sul tavolo, non per un question time da tre minuti.   Meloni a questo punto sceglie. Difende il ministro fino all’ultimo respiro come fa sempre, oppure capisce che qui il prezzo lo paga lei. Perché sopra a quelle carte c’è la firma del Presidente della Repubblica.   E intanto, in Uruguay, la madre biologica di un bambino è scomparsa il 14 aprile. La sua avvocata era già morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, il 15 giugno 2024. C’è un’indagine per duplice omicidio.   E a Roma, nel silenzio dei palazzi, il ministro della Giustizia firmava.
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Fabio Salamida
Fabio Salamida@SalamidaFabio·
@FratellidItalia In realtà è il quarto Decreto Sicurezza. E ora ne state approvando un altro per correggerlo. E come gli altri 3 non porterà miglioramenti. E intanto i vostri elettori diventano sempre più poveri e la propaganda sullo “straniero cattivo”, dopo 4 anni di governo, fa davvero ridere.
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pier luigi pinna
pier luigi pinna@pierpi13·
L’Italia e’ l’unico paese sconfitto della seconda guerra mondiale ad essersi scritto da solo le sue regole. A Giappone e Germania gliele dettarono gli americani.Noi ci siamo scritti la Costituzione di nostro pugno, uniti, socialisti, comunisti, cattolici e liberali. Grazie alla Resistenza. Per questo e moltissimo altro, caro Sig. ignazio larussa il rispetto va ad ogni morto perché morto, ma gli Onori solo a chi è morto per regalare a noi questo. Il 25 Aprile e’ la festa della Liberazione dal nazifascismo ed Onora chi è caduto ed ha perso la Sua Vita per renderci liberi. Non chi ha usato ogni sua ora, fino all’ultima per renderci schiavi di una dittatura .
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lisameyer🏥🌈⚡️
lisameyer🏥🌈⚡️@lisameyerildra1·
perché il governo ha firmato un decreto che ha consentito a Del Deo un prepensionamento a 51 anni da 10.000 euro al mese introducendo una deroga che gli permette di assumere incarichi nel privato poco prima che venisse indagato per peculato e accesso abusivo dell’Aisi? E +
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Verrà il giorno. Questo governo cadrà come cadono tutti, e quel giorno dovremo scegliere. Perdonare ancora, o fare le cose per bene.   Nel quarantacinque perdonammo. Togliatti firmò l’amnistia, credemmo di essere migliori di loro. Fu il primo errore. I nipoti di quelli che salutavano romano siedono oggi in parlamento. Hanno imparato il trucco: sorridere in tv, tenere il coltello sotto il tavolo.   Hanno provato tre volte a cambiarci la Costituzione. La prima li ha fermati la Consulta. La seconda li abbiamo fermati noi, al referendum, uno a uno davanti all’urna. La terza non hanno avuto il coraggio di portarla in aula. Volevano riportarci indietro, prima che qualcuno imbracciasse un fucile in montagna. Ci riproveranno.   Quando cadranno, non basterà mandarli a casa. Si smonta la macchina.   Si comincia dai palazzi. Il cognato a dirigere l’agenzia senza saper leggere un bilancio. La cugina nel cda che in ufficio non c’è mai entrata. L’amico del sottosegretario in Rai, a decidere cosa puoi guardare la sera. Fuori. Uno per uno, cartone in mano, la faccia di chi non se lo aspettava. Chi ha rubato restituisce e risponde davanti a un giudice. Un euro rubato è pane tolto a un bambino, medicine tolte a un vecchio.   I palazzi hanno una stampella, ed è fatta di carta stampata. Non tutti i giornali, non sempre. Alcuni sappiamo quali sono. Prendono finanziamenti pubblici e pubblicità di Stato, e ogni mattina a pagina tre chiamano patrioti i razzisti, buonisti quelli che hanno ancora un cuore. Si chiudono i rubinetti. Se hanno lettori, camperanno sul mercato. Vediamo.   Poi le leggi. Chi alza il braccio in piazza entra in un’aula di tribunale. Chi scrive negro su un muro entra in un’aula di tribunale. Chi mena un ragazzo perché ne bacia un altro entra in un’aula di tribunale. Chi rimpiange il duce nel duemilaventisei non ha diritto a un microfono. Chi evade, dalla multinazionale con la sede a Dublino all’idraulico sotto casa che ti fa lo sconto senza ricevuta, deve scoprire che non conviene più. Sveglio alle tre di notte con la paura addosso.   Berlinguer la chiamava questione morale. Oggi nessuno la nomina più. Certe cose non si fanno. Non perché lo vieta un codice. Perché lo vieta qualcosa dentro.   L’Italia è malata da cent’anni. Ha dentro una cosa nera che nessuno ha voluto togliere fino in fondo. Ogni generazione la trova lì, cambia nome, si mette la giacca nuova, parla di famiglia, di patria, di tradizione, e torna a mordere i deboli. Le cancrene si tagliano. Si taglia finché il sangue non esce pulito. Fa male, si urla.   Il giorno verrà. Ottant’anni fa abbiamo avuto pietà, e la pietà ci ha riportati qui.   Questa volta no.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Dove sono finiti i soldi del PNRR?   Giorgia Meloni ha ereditato 194,4 miliardi del PNRR, il pacchetto di investimenti pubblici più grande d’Europa. Tre anni e mezzo dopo, con quella montagna di denaro in cassa, siamo tra gli ultimi in eurozona per crescita.   Non è la guerra. Non è la congiuntura internazionale. Sono tre anni che i numeri peggiorano, uno dopo l’altro, con una regolarità che non lascia spazio alle scuse.   Il PIL 2025 cresce dello 0,5% contro una media UE dell’1,4%. Un terzo. Nel 2027 saremo l’ultimo Paese dell’eurozona, dicono le previsioni della Commissione europea. Il debito è al 137,1% del PIL, ha sfondato i 3.000 miliardi. Il deficit resta al 3,1% e l’Italia rimane sotto procedura d’infrazione almeno fino al 2027. I salari reali, secondo l’OCSE, sono sotto del 7,5% rispetto al 2021, il calo peggiore dell’area. Lo stipendio medio italiano è 33.523 euro, quello europeo 39.800. Ci ha superato perfino la Spagna.   Poi c’è il resto, che di solito non finisce nei titoli. La produzione industriale cala da tre anni consecutivi. Nel 2025 il settore chimico ha perso il 3,6%, il tessile e la pelletteria il 3,4%. Intere filiere del Made in Italy in sofferenza. Il cuneo fiscale è al 47,1% del costo del lavoro, quarto più alto in Europa. Un lavoratore privato su tre ha ancora un contratto collettivo scaduto. Il governo continua a parlare di “riforma fiscale epocale”. La pressione sulle famiglie non cala.   Questi sono i numeri. Non opinioni, non propaganda dell’opposizione. Eurostat, ISTAT, OCSE.   Oggi, ad aprile 2026, restano quattro mesi alla scadenza del PNRR. A fine 2025 era stato speso poco più della metà dei fondi. Quello che doveva rivoluzionare sanità, scuola, infrastrutture, digitale, è rimasto in larga parte sulla carta. Cantieri bloccati, bandi che non escono, ministeri che non firmano. Una macchina dello Stato incapace di mettere a terra i soldi che aveva in tasca.   Qui sta il punto. Con il più grande regalo che l’Europa abbia mai fatto a un singolo Paese, questo governo ha prodotto la stagnazione. Tre anni per ottenere il peggior risultato possibile partendo dalle migliori condizioni possibili.   Si può spiegare in un solo modo. Non sanno fare. Non hanno la competenza tecnica, non hanno la visione politica, non hanno la capacità amministrativa di gestire una macchina di questa portata. Hanno passato tre anni a litigare sui nomi nei cda, a piazzare parenti e fedelissimi nelle partecipate, a produrre decreti a raffica su temi simbolici, a fare propaganda quotidiana su canali amici. Intanto gli uffici che dovevano firmare i bandi restavano fermi. Gli appalti slittavano. I cantieri non partivano.   Questa non è ideologia. Questa è contabilità.   Ora pretendiamo risposte. Una rendicontazione al 100%, voce per voce, euro per euro. Quali opere sono state costruite, quali servizi sono stati migliorati, quanti italiani ne hanno beneficiato. Vogliamo sapere se un solo euro di quei 194 miliardi è stato usato per interessi di partito, di amici, di parenti, di sottogoverno. Una domanda legittima di un Paese che ha il diritto di sapere.   I soldi c’erano. Il tempo c’era. Gli italiani non hanno visto niente. Come è possibile?
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Nino Cartabellotta
Nino Cartabellotta@Cartabellotta·
Gentile Presidente @GiorgiaMeloni per scendere sotto il 3% non servivano “appena 20 miliardi di #PIL in più”, ma quasi 85. Secondo i dati ISTAT 2025 con un PIL di 2.258,049 miliardi e un indebitamento netto di -70,286 miliardi, a deficit invariato bisognava raggiungere un PIL di circa 2.342,867 miliardi: ovvero 84,8 miliardi in più. #DFP2026
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Lucillola
Lucillola@lucillaMasini2·
Meloni: 'Il Superbonus di Conte ci impedisce di uscire dalla procedura Ue, fa rabbia". Invece i soldi per Ucraina, Isr@ele, Albania, Ponte, Trump, carri armati, droni, razzi e mazzi chi li ha spesi? #Meloni #governodiincapaci #23aprile #Crosetto #Salvini #Ponte
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
Quindi, la soluzione ai dubbi di costituzionalità espressi dal Colle sulla norma in tema di compenso al difensore per i rimpatri volontari è un secondo decreto-legge che entri in vigore contemporaneamente alla legge di conversione del decreto Sicurezza, modificando la norma "incriminata". Attenzione: il secondo decreto-legge dovrà poi essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni. E se non fosse convertito? Tornerebbe vigente la norma su cui il Quirinale ha sollevato criticità costituzionali. Meloni ha pure la faccia tosta di sostenere che questo non è un "pasticcio"? E il presidente Mattarella si fida che vada tutto a posto?
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
Il Governo Meloni dispone di ottimi tecnici nei ministeri. Perché allora tante norme di questo Governo sono a rischio di incostituzionalità? Perché quando i tecnici assolvono a ogni richiesta della politica, anziché porre l'argine rappresentato dalla propria competenza, dicendo "no, questo giuridicamente non si può fare", la politica travolge tutto. Anche lo stato di diritto.
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Paglia Giovanni
Paglia Giovanni@GiovanniPaglia·
Se il Governo ti nomina AD di Terna, puoi andartene dopo 3 anni con una buonuscita da 7,3 milioni di euro, magari per farti nominare Presidente di ENI. Intanto se sei un operaio, dal prossimo anno la pensione si allontana di 5 mesi, fino a 43 anni e 1 mese continuativi.
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Davide Faraone
Davide Faraone@davidefaraone·
C’è una forma tutta meloniana di meritocrazia: si chiama buonuscita. Funziona così. Non ti riconfermano, ma non ti lasciano davvero. Esci da una partecipata pubblica per demeriti, ma con sette milioni in tasca e rientri dalla porta accanto, sempre pubblica, sempre più alta. Non è una porta girevole: è una scala mobile. Il caso Di Foggia è perfetto perché è limpido. Non è stata confermata a Terna, però è stata promossa all’Eni. Nel frattempo, la buonuscita. Sette milioni. Una cifra che non è un dettaglio contabile, è un messaggio politico: qui non si perde mai davvero, si cambia solo poltrona. Gli altri amministratori delle partecipate, raccontano, hanno rinunciato alle loro buonuscite. Lei no. E qui finisce il racconto tecnico e comincia quello politico. Perché il punto non è se sia legittimo o meno, ci penseranno i giuristi, ma cosa racconta questa storia. Racconta un’idea di Stato in cui la responsabilità non è mai un costo. Racconta una classe dirigente che, anche quando cambia ruolo, non cambia mai davvero condizione. Racconta un governo che predica rigore e pratica indulgenza, ma sempre nella stessa direzione: verso l’alto. E soprattutto racconta una contraddizione tutta meloniana. Da un lato la retorica del merito, della disciplina, del “chi sbaglia paga”. Dall’altro la realtà: chi esce incassa, chi entra viene premiato, e il conto, come sempre, resta pubblico. In un momento energetico complicato, con famiglie e imprese che fanno i conti con bollette e incertezze, vedere sette milioni scivolare via così non è solo una questione di diritto. È una questione di senso. E il senso, qui, è che la politica non riesce più nemmeno a fingere.
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Cris 🍉
Cris 🍉@lato_mio·
È gravissimo che il Ministro dell'Istruzione partecipi a manifestazioni sulla remigrazione, quando la scuola italiana resta aperta grazie agli alunni stranieri. P.S.: questo è quello che manda a noi insegnanti le circolari che ci invitano all'imparzialità.
La Verità@LaVeritaWeb

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è intervenuto dal palco del Remigration Summit in corso a Milano, rivendicando «un sano patriottismo» e criticando l’uso di linguaggio neutro, schwa e asterischi, definiti «un’offesa alla dignità degli uomini e delle donne». laverita.info/valditara-patr…

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Carlo Verdelli
Carlo Verdelli@CarloVerdelli·
In una piazza Duomo non da pienone, il vicepremier Salvini dice no alla Ue, apre al gas russo, smentisce Meloni su Ue e Russia, spinge sulla cacciata dei migranti mentre Forza Italia sfila contro la “remigrazione” senza regole. Poi dice: il governo è unito. Ecco, non si direbbe
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