Mario Sechi@masechi
Due parole sul mio addio a Libero
Che cosa è la libertà di stampa? È una domanda con tante risposte possibili, ma la definizione che mi è sempre piaciuta è di George Orwell: “Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”. Per il direttore di un giornale questo si traduce non solo nello scrivere, nel selezionare le notizie e verificarle, dar loro una gerarchia, guidare la redazione. C’è un altro aspetto che tutti dimenticano, il rapporto con l’editore, a cui bisogna spesso rispondere con le cose che non vorrebbe sentirsi dire. Giampaolo Angelucci mi ha assunto tre anni fa e ieri ha ordinato il mio licenziamento, i rapporti si esauriscono, non penso affatto che questo sia il problema. Bisogna solo vedere come si arriva alla fine della storia, questa termina nel peggiore dei modi per quel bene prezioso che si chiama libertà di stampa. Parleranno i fatti. Come sempre. Sono finito nel mirino dei terroristi anarchici, è gente spietata che spara e confeziona bombe, sono sotto scorta per una minaccia diretta non per una chiacchiera sui social media. E nel giorno in cui il Presidente della Repubblica mi ha manifestato la sua solidarietà, sono stato licenziato.
Il giornalismo misura la qualità di una democrazia e chi lo svilisce è un suo nemico. Non è un caso che l’unica legge scritta dall’Assemblea costituente nel 1948 sia quella che contiene le “Disposizioni sulla stampa”, i padri della Repubblica partirono dall’informazione per costruire l’architettura di un Paese libero, l’Italia che usciva dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale. Come ricorda l’avvocato Caterina Malavenda nel suo splendido libro “E io ti querelo”, è una legge “scritta talmente bene che è in vigore da allora, a parte naturalmente gli aggiustamenti, resi necessari dal passare del tempo”. È un impianto valido perché fu scritto da persone di eccezionale cultura. Si parla male dei giornalisti, meritiamo molte critiche, ma senza il nostro lavoro le libertà si eclissano, le garanzie spariscono, i mercati diventano opachi. La stampa ha un legame diretto con il buon funzionamento del capitalismo, ne costituisce il sistema nervoso, i giornali sono un filamento che accende le società competitive. I quotidiani vivono un periodo di profondissima crisi, molti chiuderanno e, forse, risorgeranno in altra forma. È finito un modello di business, non il giornalismo di cui c’è in realtà una grande domanda. Per questo sono ottimista e non mi spaventa affatto la disoccupazione, il mondo è pieno di opportunità. Voglio ringraziare i lettori che mi sono stati vicini e tutti i colleghi che in questi tre anni hanno lavorato al mio fianco. Libero mi ha dato tanto, ma si è preso troppo.
(Libero, 29 maggio 2026)