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@PiDiEmme2

Se unió Ağustos 2021
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Nona Mikhelidze
Nona Mikhelidze@NonaMikhelidze·
Il mio commento oggi a @OmnibusLa7 : Trump ha esercitato un’enorme pressione sull’Ucraina, cercando di costringerla a sottomettersi alle condizioni russe, ma ha fallito, come era altamente prevedibile - tranne che per alcune parti dell’Europa e per la fascia serale de @La7tv
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Marco M.M.
Marco M.M.@MMmarco0·
Visto che qualcuno ha scambiato la mia richiesta di misura per un trattato di negazionismo, provo a dirlo in modo ancora più semplice. Bisogna distinguere la comunicazione scientifica dalla comunicazione ansiogena. Facciamo un esempio concreto: El Niño. Oggi siamo ancora in una fase ENSO-neutrale, mentre El Niño è uno scenario possibile-probabile nei prossimi mesi. Ma tra dire “attenzione, potrebbe svilupparsi El Niño” e far passare l’idea che stia arrivando un “super El Niño” con estate rovente già scritta per l’Italia, c’è una differenza enorme. La prima è informazione. La seconda è teatro dell’emergenza. Anche se El Niño si sviluppasse, non esiste alcun automatismo per cui il Mediterraneo debba vivere per forza una certa estate. Contano l’Atlantico, la posizione del getto, i blocchi anticiclonici, le temperature del mare, l’umidità dei suoli, la circolazione euro-atlantica. Questo è il punto. Spero di essere stato il piu' chiaro possibile. Non si può prendere una probabilità e venderla come destino. Non si può prendere uno scenario e trasformarlo in condanna. Non si può usare ogni segnale atmosferico come combustibile per l’ansia collettiva. Fare scienza significa spiegare i rischi, non drammatizzarli per mestiere. Io non chiedo di abbassare l’attenzione. Chiedo di alzare la qualità del discorso pubblico perchè una società spaventata ogni giorno non diventa più consapevole, diventa soltanto piu' fragile e confusa.
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Amy Mackinnon
Amy Mackinnon@ak_mack·
Scoop: Julie Davis, the acting US Ambassador in Kyiv, is leaving the State Department having grown frustrated with Trump's dwindling support for Ukraine. Davis's resignation follows that of her predecessor, Bridget Brink, who resigned for similar reasons early last year. W/@christopherjm  as.ft.com/r/1781e555-fad…
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Luca Bottura
Luca Bottura@bravimabasta·
Io adoro il confronto civile. Per quanto possibile, non sempre mi riesce, cerco di essere gentile. Quindi non scriverò, del tizio col fratino fosforescente, “ma tu chi cazzo sei? Chi rappresenti?”. E non dirò al ragazzetto che deride questo signore pacifico: “Torna a studiare, deficiente fascista”. Non lo farò, perché appunto credo che si debba spiegare. Prendendosi anche, come mi è successo più di una volta, insulti e minacce. Punto primo, veloce: l’Ucraina è sotto attacco di un fascista. Il fascista è quell’altro. “Sì ma la Nato…”. La Nato non attaccava nessuno. “Sì ma il battaglione Azov…”. I partigiani italiani si giovarono dell’esercito italiano in rotta, che fino a un secondo prima era fascista. “Sì ma la corruzione…”. Se tutti i Paesi corrotti dovessero essere invasi da altri più corrotti di loro, alla sera mangeremmo tutti borsch. “Sì ma le armi…”. Senza le armi – alleate – avremmo parlato tutti tedesco. Punto secondo, l’opportunità, la memoria, il rispetto. Ascoltate quel signore, che dice “abbiamo aderito…”, “sono conosciuto…”. Pensa di parlare a gente come lui. Pensa che essere memoria lo autorizzi a decidere, a spiegare, a testimoniare, che tra i bersagli dei fascisti di oggi ci sono l’Ucraina e l’Europa, il primo bersaglio di Putin (e del suo gemello in affari, Trump) da almeno un ventennio. E pensa di poterlo rivendicare. Come facciamo con le bandiere palestinesi contro l’altro fascista, quello che – nell’Internazionale delle teste di cazzo – completa il triangolo che comprende Washington e Mosca. Affari, sfere d’influenza, democrature. La stessa pasta. Ma il tizio non vuol sentire. Lo allontana. “Non m’interessa”. “Non mi tocchi”. Dice così: “Non mi tocchi”. E se ti tocca cosa fai, lo meni? E l’altro ride, gode del piccolo branco vincitore. Io credo che, seduti attorno a un tavolo, l’allontanatore, il signore con la bandiera ucraina, il sottoscritto, saremmo d’accordo su un 75% di cose, diciamo sui valori, ché la politica è un’altra cosa e la si esercita in democrazia. Saremmo d’accordo che resistere, oggi, significa proteggere i deboli, i migranti, le persone LGBTQ+, i diritti civili ma anche quelli sociali, ché il capitalismo selvaggio ha devastato smantellando ogni singola regola a favore dei prepotenti. Credo soprattutto che sapremmo individuarli, i prepotenti. E che dovremmo cominciare a farlo anche quando siamo diventati noi. Al netto di tutto, quello che si vede in questo video è un atto di prepotenza. Per il quale, persino coltivando pareri diversi sulla politica internazionale, qualcuno dovrebbe chiedere scusa. Perché, come credo di aver detto un’altra volta, e lo ridico: abbiamo i fascisti al Governo. Non dovremmo sprecare tempo a maltrattare vecchietti. Viva la Liberazione dal Nazifascismo. Viva il #25aprile_è_ANTIFASCISTA. Sempre.
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Riccardo Trezzi
Riccardo Trezzi@RiccardoTrezzi·
🇮🇹 Va bene mentire per propaganda politica ma c’è un limite. Sblocco un ricordo: Meloni e FdI criticarono Draghi ma per il motivo opposto. Addirittura chiedevano più Superbonus110%, non meno. La verità è che *TUTTI* i partiti hanno responsabilità per la gestione (folle) della finanza pubblica dal 2020 ad oggi. Tutti, non uno escluso (vuoi per il 110 o per il PNRR o per entrambi). E tutti ora tentano di incolpare gli altri, uno spettacolo francamente imbarazzante.
Riccardo Trezzi tweet media
Agenzia ANSA@Agenzia_Ansa

Meloni: 'Il Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura Ue, fa rabbia. La sciagurata misura di Conte toglie margini per sanità, scuola e aiuti ai redditi bassi' #ANSA ansa.it/sito/notizie/p…

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Mario Seminerio
Mario Seminerio@Phastidio·
Ieri, alla Stampa estera, la rappresentante d'istituto ha rassicurato un giornalista tedesco: le coperture le abbiamo. Poi un giorno bisognerà definire questa persona per quello che è: il nulla. Schlein senza coperture. Le supercazzole con la stampa estera ilfoglio.it/politica/2026/…
Mario Seminerio tweet media
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Leonardo Cecchi
Leonardo Cecchi@leo_cecchi91·
Forte dei suoi 135kg, lo massacrò di botte. Poi lo prese e lo trascinò fuori dal bar, gettandolo in mezzo alla strada gremita di gente. Lì gli frantumò viso e addome a calci, nella totale e assoluta indifferenza delle persone che passavano. Alfredo Zardini, la vittima, era un emigrante italiano ed era una brava persona, nota a molti per la sua indole pacifica. Era anche un padre di famiglia contento di aver finalmente trovato un lavoro come carpentiere in Svizzera. Era povero, come tanti all’epoca, e a Zurigo sperava di poter mettere da parte un po’ di soldi per moglie e figli. Quella mattina aveva il colloquio di lavoro, ma si concesse un caffè prima di andarci. Nel bar si imbatté però in uno dei tanti razzisti dell’epoca. Uno di quelli che odiavano gli italiani che "rubavano il lavoro", che odiavano visceralmente chiunque non fosse come loro. Era uno svizzero-tedesco di oltre un metro e novanta che si accorse subito che Alfredo era italiano. Uno sguardo, una parola, e poi partì il massacro, conclusosi con il pestaggio in strada su un uomo inerme. Ci vollero decine di minuti prima che qualcuno chiamasse un’ambulanza per un emigrante italiano. Gli passavano accanto e tiravano dritto. Quando dopo un bel po’ qualcuno si degnò di chiamare aiuto, era troppo tardi e Alfredì Zardini morì durante il tragitto. L’assassino, chiamato Gery, a carico del quale risultavano 150 verbali di polizia per reati violenti, se la cavò con una condanna per eccesso di legittima difesa. La Svizzera, invece, non pagò nemmeno i funerali per Zardini. Zurigo chiuse solo la vicenda rimborsando le spese per il tragitto della salma in Italia, precedentemente coperte dagli altri italiani emigrati. Era il 20 marzo 1971. La vicenda, dolorosa, fa riflettere sul tempo in cui eravamo noi a subire razzismo e odio della peggior specie. Quando eravamo noi a venire accusati di rubare il lavoro (fino a ieri alcuni, in Svizzera, ci chiamavano “ratti”). Ci insegna molto, e dolorosamente, sul concetto di prospettiva. Nel ricordare Alfredo Zardini, un abbraccio ai suoi figli.
Leonardo Cecchi tweet media
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Aakash Gupta
Aakash Gupta@aakashgupta·
I worked at Epic Games for two years. This is real, and the strategy behind it is smarter than most people realize. Tim Sweeney has spent nearly two decades buying North Carolina forest land. 50,000+ acres across 15 counties. He’s now one of the largest private landowners in the state. The purchases started in 2008, right after the real estate collapse wiped out developers who had been planning golf resorts and luxury communities on biodiverse wilderness. Sweeney paid $15 million for Box Creek Wilderness, a 7,000-acre stretch in the Blue Ridge foothills containing 130+ rare and threatened species. Developers had owned 5,000 of those acres before the crash. He bought them for conservation prices when nobody else was bidding. He runs the acquisitions through an LLC called “130 of Chatham.” He buys the land, holds it for years, then either donates it to the U.S. Fish and Wildlife Service, sells it at a discount to state parks, or hands it to land trusts. In 2021, he donated 7,500 acres in the Roan Highlands to the Southern Appalachian Highlands Conservancy. Largest private land donation in North Carolina history. The part people miss: he told the News & Observer that since 2021, land got too expensive to keep buying. So he shifted focus to converting his existing 50,000 acres into permanent conservation status. He’s locking the land into legal structures that make development impossible regardless of who owns it in the future. A billionaire worth roughly $6 billion is spending tens of millions acquiring wilderness specifically during economic downturns, then giving it away or placing it under permanent legal protection. The land will outlast him, Epic Games, and Fortnite. That’s the part that separates Sweeney from billionaires who write checks to get their name on a building. The building depreciates. The forest compounds.
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Daria Kryukova
Daria Kryukova@daria_sev·
Permettetemi di spiegare perché io, come russa, considero giusto chiudere il padiglione russo alla Biennale, e perché questa chiusura non ha nulla a che vedere con la russofobia o con la “cancellazione della cultura russa”. Allo stesso modo, la decisione di riaprirlo non ha nulla a che vedere con il “costruire ponti” o con la pace. Prima di tutto, non si tratta di un padiglione della cultura russa. È un padiglione dello Stato russo. L’arte russa a Venezia verrà rappresentata dai figli dell’élite. Il commissario del padiglione russo alla Biennale di Venezia è Anastasia Karneeva, nominata dalle autorità russe già nel 2021. Karneeva è figlia del vice direttore generale della корпорация statale russa Rostec — un conglomerato dell’industria militare che, dopo l’invasione dell’Ucraina, è stato inserito nelle liste delle sanzioni dell’Unione Europea. Karneeva è inoltre cofondatrice della società artistica Smart Art, che gestisce il padiglione e che ha fondato insieme a Ekaterina Vinokurova — figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Questo significa che il padiglione non rappresenta la cultura russa nel senso più ampio del termine. Rappresenta l’agenda delle attuali élite russe e contribuisce alla loro normalizzazione. Non è un dialogo con la società russa — cosa che si potrebbe anche considerare legittima, visto che il popolo russo esisterà anche dopo Putin. È un dialogo con il regime russo attuale, non con la società. Secondo punto: cosa resta oggi della cultura russa all’interno della Russia? Molto poco. Sapete, per esempio, che gli artisti vengono selezionati e curati da un apposito dipartimento dell’FSB? Gli artisti non graditi semplicemente non vengono ammessi. E una parte enorme degli artisti più interessanti oggi vive in esilio. Per loro partecipare al cosiddetto “padiglione russo” è semplicemente impossibile. Quindi chiamiamo le cose con il loro nome: non è una mostra della cultura russa e non è un ponte verso di essa. È un evento chiuso, una sorta di club interno che serve a normalizzare le élite russe e a esporre opere approvate dall’FSB. Si sente spesso dire: l’arte non è politica. Ma in questo caso è stato lo stesso Stato russo a rendere l’arte politica. È una scelta deliberata del potere. La strategia di Putin è coinvolgere quante più persone possibili nella sua guerra, direttamente o indirettamente. Non solo gli artisti: scrittori, musicisti, attori — tutti vengono spinti a partecipare alla propaganda, a visitare territori occupati, a prendere posizione pubblicamente. C’è poi un’altra questione fondamentale. Quando si parla di “ponti culturali”, bisogna chiedersi: ponti tra chi e chi? Tra le società? Oppure tra istituzioni culturali occidentali e le élite di un regime che sta conducendo una guerra? Perché nel secondo caso non si tratta di dialogo culturale, ma di normalizzazione politica attraverso la cultura. Inoltre bisogna ricordare una cosa semplice: lo Stato russo utilizza sistematicamente la cultura come strumento di soft power e di propaganda internazionale. Non è un segreto. Lo dichiarano apertamente gli stessi funzionari russi. Infine c’è anche una questione morale. Migliaia di artisti, giornalisti e intellettuali russi hanno perso il lavoro, la libertà o la possibilità di tornare a casa perché si sono opposti alla guerra. Molti vivono oggi in esilio e continuano a lavorare senza alcun sostegno istituzionale. Aprire un padiglione gestito dalle élite del regime mentre queste persone restano escluse non è “dialogo culturale”. È il contrario. Una parte enorme della cultura russa oggi vive fuori dalla Russia. Forse proprio lì, e non nei padiglioni ufficiali dello Stato russo, bisognerebbe cercare la vera cultura russa contemporanea. Per questo motivo la questione non riguarda la russofobia o la cancellazione della cultura. Riguarda una scelta molto più semplice: separare la cultura dalla propaganda di uno Stato che ha deciso di trasformare tutto — anche l’arte — in uno strumento politico.
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Liz Landers
Liz Landers@ElizLanders·
I asked @POTUS about the FBI reportedly seizing election records in Arizona. He said they must have done that because it was a “rigged” election. I pointed out to him that his own AG said there was not measurable voter fraud to overturn that election
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James Tate
James Tate@JamesTate121·
I used to wonder how it was possible that Trump could have won in 2016, and then again in 2024, given how emotionally toxic and depraved he is. I don’t wonder anymore. I think he won for that exact reason. Because he carried at least one broken shard to reflect the broken shards in millions of others. If you’re a racist, you found your guy. If you’re a misogynist, you found your guy. If money is your only religion, you found your guy. If your heart is armored shut, you found your guy. If you mock the disabled, you found your guy. If intelligence makes you insecure, you found your guy. If you’re a sexual predator, you found your guy. If you trade in humiliation and conspiracy and filth, you found your guy. If you’ve never done a single hour of emotional inventory, you found your guy. If you cheat, stiff contractors, bankrupt your obligations, and call it savvy, you found your guy. If you lie as easily as you breathe, you found your guy. If cruelty feels like strength, you found your guy. If white grievance is your comfort food, you found your guy. If your ego is a black hole no title can fill, you found your guy. If warmongering fuels your ego, you found your guy, If empathy feels like weakness and dominance feels like oxygen, you found your guy. If he’d only carried one or two of these pathologies, he might have been dismissed as just another loud, damaged man. But he carried a buffet of them. That was the appeal. Millions could locate themselves somewhere in the wreckage. They didn’t have to agree with all of it. They just had to recognize a piece of themselves in it. It was never really about him. It was about the validation. The absolution. The permission. He didn’t invent the resentment; he amplified it. He didn’t create the cruelty; he normalized it. He gave millions the intoxicating relief of hearing their ugliest impulses echoed back at rally volume. Trump is a symptom. The deeper illness is collective. If there’s one sentence that defines his power, it’s this: “He says the things I’m thinking.” And that’s the part that should chill us. Because what does it say about us that so many were thinking those things? That tens of millions of Americans harbored resentments so deep, so seething, that they were simply waiting for a demagogue to baptize them as virtue? That after decades of supposed progress on race, gender, and equality, so many white men felt so threatened, so displaced, so furious, that cruelty became a political platform? Maybe we were living in a fool’s paradise, mistaking silence for healing, politeness for progress. Now the mask is off. Now we know. And knowing is a far more dangerous place to stand. – Michael Jochum, Not Just a Drummer: Reflections on Art, Politics, Dogs, and the Human Condition.
James Tate tweet media
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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
“Di fronte all’emergenza energetica torniamo a comprare gas dalla Russia. Ma cosa teniamo a fare sanzioni contro Putin, solo perché ha fatto la stessa cosa che stanno facendo Trump e Netanyahu?” Come era prevedibile, dopo l’attacco all’Iran da parte di USA e Israele e la conseguente impennata dei prezzi di petrolio e gas, sono subito ripartite le sirene della propaganda putiniana, a cominciare da quelle del circo diretto da @marcotravaglio, sulla necessità di riprendere subitissimo l’acquisto di gas russo. Quella di riattaccarci al tubo di Putin d’altra parte per Travaglio è una sorta di panacea buona per guarire tutti i mali del mondo. L’aveva proposto prima per salvarci dalle “autosanzioni”, poi per riprenderci dalla bassa crescita, poi ancora come premessa per la ripresa di un dialogo con Mosca e poco dopo pure per vendicarci dei dazi di Trump. Insomma qualunque sia il problema, chiama Gazprom, che ti passa. Anche ieri sera, ospite (fisso, ma non fesso) della Gruber, ha pensato bene di ripetere la lezioncina, sostenendo di non capire perché ci ostiniamo a compare gas e petrolio da quel debosciato di Trump (cui fino a qualche mese fa, invece, avrebbe consegnato il nobel per la pace per il solo fatto di aver accolto con tappeti rossi Putin e bullizzato Zelensky), pagandolo il doppio (altre volte aveva detto “il triplo” o “il quadruplo”, a dimostrazione del fatto che spara proporzioni a caso), quando con la russia si potrebbero fare affari d’oro. In realtà il Goebbels de noantri, consapevole del fatto che la vasta platea di scimmiette ammaestrate che lo applaude a comando si beve qualunque idiozia lui dica praticamente senza fiatare, come sempre manipola numeri e concetti per asservirli ad una narrazione sostanzialmente falsa. Intanto perché, ad esempio, volutamente confonde il costo e il prezzo del gas. Il primo è determinato dalle spese sostenute per estrazione, trasporto e commercializzazione, ma solo il secondo è quello di vendita effettiva all’ingrosso ed è quindi quello che ha una reale ricaduta sulle bollette. Il gas non viene comprato su una sorta di bancarella globale sulla quale puoi contrattare come in un souk a Marrakech. C’è un indice ufficiale, chiamato TTF, quotato ad Amsterdam, che sale e scende sulla base di infiniti fattori (domanda, offerta, stoccaggi e ovviamente tensioni geopolitiche che possono influenzare in qualche modo il mercato). Il gas liquefatto americano, pur avendo un COSTO maggiore, legato ai processi di liquefazione, trasporto e rigasificazione, per noi ha esattamente lo stesso PREZZO di quello da tubo, perché determinato, appunto, attraverso il TTF. Il costo maggiore non riguarda l’utente finale, ma il produttore, che avrà un margine di profitto inferiore rispetto a chi possiede gasdotti. Proprio guardando al TTF, balza agli occhi un altro elemento. In questi giorni di guerra (e di blocco dello stretto di Hormuz, attraverso il quale passa anche ad esempio il GNL qatariota) il prezzo del gas è salito fino a 50-55 euro al MWh, che tuttavia corrisponde alla metà di quello di gennaio 2022, a guerra d’Ucraina non ancora iniziata, e nonostante i gasdotti aperti. Questo perché la Russia fece una serie di “manovre” nell’arco di tutto il 2021 (azzerare le forniture extra, tenere gli stoccaggi ai minimi, ridurre di un ulteriore 25% il flusso nel quarto trimestre) con lo scopo di esercitare pressioni indebite per l’apertura del Nord Stream 2, testare la resilienza politica europea, creare a tavolino tensioni sociali dovute all’impennata artificiale delle bollette e accumulare riserve di denaro in vista dell’invasione. Tutte condizioni rese possibili dalla sostanziale dipendenza europea proprio dal gas russo, la quale ha dato a Mosca di fatto una leva di ricatto. La “guerra del gas” da parte di Putin, silenziosa e poco menzionata, è stata a tutti gli effetti la “fase zero” di quella d’Ucraina. Da questo cosa si desume? Semplicemente che le oscillazioni attuali del mercato sono fisiologiche, data la situazione, dunque non più manipolate dal fornitore. Un risultato reso possibile soprattutto dalla diversificazione delle fonti, realizzata, va riconosciuto all’Europa, con straordinaria rapidità ed efficacia. Ne consegue che è vero l’esatto contrario di ciò che dice e quotidianamente scrive Travaglio: l’aver chiuso i rubinetti di Mosca salva non solo migliaia di vite in Ucraina, ma anche le nostre bollette, la nostra resilienza energetica e soprattutto la nostra capacità di compiere scelte senza dover cedere al ricattatore di turno. In conclusione, senza voler dare al direttore del Circo Quotidiano del piazzista di Gazprom (tentazione legittima, vista l’insistenza), si può almeno ironizzare, dicendo che tra l’essere venditore di fumo e diventare venditore di gas, il passo talvolta è breve.
Marco Setaccioli tweet media
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
ANCHE CROSETTO TIENE FAMIGLIA   La famiglia di Guido Crosetto si trovava a Dubai in vacanza. Il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, venerdì 27 febbraio, è salito su un volo di linea da Roma per andare a prenderla. Sabato mattina Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Missili su Teheran, su Isfahan, su mezza regione del Golfo. Dubai compresa, con un impatto su Palm Jumeirah, quattro feriti, l’aeroporto chiuso, lo spazio aereo sigillato. Crosetto è rimasto lì, bloccato come un qualsiasi turista con il trolley in mano e il volo cancellato sul tabellone.   Questo è il fatto. Nudo, semplice, verificato da ANSA, Reuters, Fatto Quotidiano, Il Post. Adesso le domande.   La prima è ovvia: i servizi di intelligence italiani non avevano sentore di nulla? Un’operazione pianificata, secondo fonti israeliane citate da NBC News, “per migliaia di ore” tra Washington e Tel Aviv. Un attacco che lo stesso Crosetto, intervistato al Tg1 poche ore dopo, ha definito “non sorprendente, anche nelle tempistiche”. Fermiamoci un secondo su questa frase. Non sorprendente. Neanche nelle tempistiche. Lo dice l’uomo che ventiquattr’ore prima si è imbarcato per Dubai. O mentiva al Tg1 per darsi un tono, o sapeva e ci è andato lo stesso. In entrambi i casi il quadro è devastante. Il governo tedesco ha confermato di essere stato informato in anticipo. Salvini ha ammesso che l’Italia è stata avvisata “quando l’attacco era già iniziato”. Tajani ha detto di aver ricevuto la telefonata dal ministro degli Esteri israeliano ad attacco partito. L’alleato che ti avvisa a cose fatte. I servizi che non producono un’informativa abbastanza urgente da suggerire al ministro della Difesa di non salire su un aereo per il Golfo Persico alla vigilia dell’escalation più grave degli ultimi decenni.   La seconda domanda riguarda il giudizio, quello politico e umano. Anche ammettendo che l’intelligence non avesse certezze sulla data, chiunque segua la situazione mediorientale, anche solo leggendo i giornali, sapeva che l’attacco era questione di giorni. Trump lo aveva detto apertamente. Le trattative erano saltate. Il linguaggio diplomatico aveva lasciato il posto a quello militare da settimane. Il ministro della Difesa di un Paese NATO con contingenti in Kuwait, in Libano, nel Golfo, con navi nella missione Aspide nel Mar Rosso, decide che è il momento giusto per un weekend a Dubai a recuperare moglie e figli dalla vacanza. Ecco, questa è la misura dell’uomo e del politico. Anche Crosetto tiene famiglia, del resto. Le priorità sono chiare.   La terza domanda è sui mezzi. Le fonti governative si sono affrettate a precisare: volo civile, andata e ritorno. Prendiamolo per buono. Il che solleva un altro problema: il ministro della Difesa viaggia senza alcuna copertura operativa, senza un piano di rientro alternativo, senza un corridoio garantito? Se fosse scoppiata un’emergenza che richiedeva la sua presenza fisica a Roma nelle ore immediatamente successive, come sarebbe rientrato? Con un volo ITA da Dubai, lo stesso volo che è stato cancellato? La domanda non è retorica. È procedurale. Un ministro della Difesa ha protocolli di mobilità che prevedono scenari di crisi. Se li ha usati, perché non ha funzionato nulla? Se non li ha usati, perché?   Crosetto stamattina ha partecipato in videoconferenza al vertice di Palazzo Chigi. Ha scritto su X che segue la situazione “con la massima attenzione”. Ha parlato con il Capo di Stato Maggiore, con il Comandante del COVI. Tutto molto professionale, tutto molto da comunicato stampa. Il punto è un altro: mentre i missili iraniani colpivano la base che ospita i militari italiani in Kuwait (danni ingenti alla pista, soldati nel bunker, per fortuna nessun ferito), il loro ministro era in un hotel a Dubai a cercare di capire quando avrebbe riaperto l’aeroporto. Non c’è videoconferenza che possa cancellare questa immagine.   Non è una questione di forma. È sostanza, credibilità, serietà istituzionale. Un ministro della Difesa non può trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non in una fase come questa. L’immagine del responsabile della sicurezza nazionale bloccato a Dubai con la famiglia in vacanza mentre il Medio Oriente prende fuoco è qualcosa che nessun comunicato può aggiustare.   C’è poi un livello più profondo, che riguarda il rapporto dell’Italia con i suoi alleati. La Germania viene informata in anticipo. L’Italia no, o almeno non in tempo utile. Questo dato, da solo, racconta più di qualsiasi analisi geopolitica lo stato reale della nostra rilevanza nel quadro atlantico. Siamo alleati di serie B, tollerati, non consultati. Crosetto bloccato a Dubai è la metafora perfetta: il Paese che arriva sempre dopo, che scopre le cose quando sono già successe, che gestisce le emergenze in videochiamata dalla hall di un hotel negli Emirati.   Se questo governo avesse un minimo di decenza istituzionale, Crosetto dovrebbe quanto meno delle spiegazioni pubbliche, circostanziate, verificabili. Non un post su X con la formula “seguo con la massima attenzione”. L’opposizione, se esiste ancora, dovrebbe chiederle. Il Parlamento dovrebbe pretenderle. Perché qui non si tratta del weekend di un privato cittadino. Si tratta del ministro della Difesa di un Paese in guerra fredda permanente, con soldati sotto il fuoco in Kuwait, che si è fatto trovare dall’altra parte del mondo nel giorno peggiore possibile.   Nessuno gli ha detto niente. O qualcuno gli ha detto qualcosa e lui ci è andato lo stesso, perché anche Crosetto tiene famiglia. Scegliete voi quale delle due versioni sia più grave.
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Matteo Grandi
Matteo Grandi@matteograndi·
@ElenaBasileIT Ah oggi sei vicina al popolo iraniano. E quando venivano torturati e ammazzati dal regime degli ayatollah dove cazzo stavi?
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Darth Putin
Darth Putin@DarthPutinKGB·
There are 19 days u̵n̵t̵i̵l̵ ̵X̵i̵ ̵s̵a̵y̵s̵ ̵I̵ ̵c̵a̵n̵ ̵i̵n̵v̵a̵d̵e̵ ̵U̵k̵r̵a̵i̵n̵e̵ of #WinterOlympics2022 left.
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