Alessandra Veglio

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@AlessandraVegli

Vallo Torinese, Piemonte Katılım Haziran 2012
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@LuciaGoracci
@LuciaGoracci@ZiaLulli1·
TRA CIVILI INNOCENTI “Israele aveva diramato un ordine di evacuazione su El Fawar, ma poi ha bombardato qui. Senza preavviso.” Per colpire un target, è stata distrutta la metà di un palazzo. E il #Libano assomiglia sempre più a #Gaza #Sidone. Con Ivo Bonato
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Davide Perina 
Davide Perina @DavidePerina·
Gherardo Colombo:
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Repubblica
Repubblica@repubblica·
Padre Gabriel Romanelli è stanco. Si sente dalla voce, che arriva mentre dietro di lui si sentono i bambini giocare a calcio. Da due anni esatti, quando a Pasqua 2024 riuscì a tornare a Gaza dopo essere rimasto bloccato fuori nell’ottobre 2023, questo sacerdote argentino tiene insieme con una manciata di sacerdoti e suore la piccola comunità cristiana della Striscia. Lo ha fatto sotto le bombe e con la fame, quando gli occhi del mondo erano su di loro. Lo fa ora che lo sguardo è lontano. Padre, come va? “Siamo qui. Resistiamo […]. La Striscia è in rovina e manca assolutamente tutto, non c’è più un sistema elettrico. L’elettricità viene prodotta come si può, lo stesso vale per l’acqua: a volte viene distribuita dalle varie municipalità e la gente fa ore di fila solo per riempire un bidone. Tutto è così”. L’intervista completa di Francesca Caferri su Repubblica #rep #gaza #palestina
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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
Mentre Buttafuoco ci racconta che la @la_Biennale sarà la vera “tregua”, appena fuori dal villaggio dei Puffi, cioè in Russia, ci si prepara ad avviare per legge nuove “operazioni militari speciali” in giro per l’Europa. Il Ministero della Difesa russo ha infatti ottenuto il via libera dal governo per un disegno di legge che permetterebbe l'invio delle forze armate all'estero per proteggere i cittadini russi. La legge mira a intervenire in caso di arresti, detenzioni o procedimenti giudiziari da parte di tribunali stranieri o organismi internazionali. Questa iniziativa ovviamente si inserisce in una strategia già nota, rafforzata recentemente, che considera la protezione dei russofoni (non solo cittadini russi, ma chiunque parli la lingua o condivida la cultura) un interesse di sicurezza nazionale. “Protezione”, tradotto dallo slang putiniano, come abbiamo appreso in questi 12 anni in Ucraina, significa letteralmente costruzione a tavolino di un pretesto che diventi casus belli e poi distruzione sistematica di case e infrastrutture civili, russificazione, stupri, rapimenti di bambini, oltre ad arresti, torture, sparizioni forzate e omicidi di chiunque non capisca la natura sinceramente umanitaria della politica russa. Nessun cenno al fatto che per proteggere i russi si dovrebbe innanzitutto evitare di mandarne milioni al macello in guerre imperialiste e criminali. Faccio presente a chi non avesse inteso la natura del problema, che in Estonia e Lettonia circa un quarto della popolazione è di etnia russa o russofona, ma a tremare è anche la Lituania (che ne ha circa il 5%), già fatta oggetto in questi anni di ripetute minacce dirette e per la quale alcuni esponenti del partito di Putin avevano proposto qualche anno fa addirittura l’annullamento della dichiarazione di indipendenza del 1990, riconosciuta dall’URSS nel settembre 1991. Di pace e di tregua parlano solo i nostri propagandisti e collaborazionisti. Perché la Russia, cioè il paese che dovrebbe dichiararle o accettarle, si prepara invece ad allargare la guerra, ormai persino a norma di legge.
Marco Setaccioli tweet mediaMarco Setaccioli tweet media
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The New York Times
The New York Times@nytimes·
Breaking News: The U.S. was responsible for a missile strike on an Iranian school, an ongoing military investigation found. The inquiry said the strike — which Iranian officials said killed at least 175 people — was the result of a targeting mistake. nyti.ms/47G2uw2
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Sky tg24
Sky tg24@SkyTG24·
Quando nei primi giorni del conflitto una scuola in #Iran, a Minab, è stata colpita da un missile, uccidendo soprattutto bambine, in rete si sono diffuse velocemente fake news che attribuivano a Teheran la responsabilità di quanto accaduto. Grazie a un lavoro certosino, però, il New York Times, analizzando video e immagini, ha attribuito la responsabilità a un missile Tomahawk americano. Un'inchiesta che è stata confermata anche da fonti anonime. In casi di tragedie come queste, ci ricorda il nostro inviato negli Stati Uniti Federico Leoni, le fake news si diffondono più velocemente della verità, perché la verità, a differenza delle notizie false, ha bisogno di solide fondamenta che hanno bisogno di tempo per essere verificate. Per i cittadini, insomma, la verità è un diritto, ma la pazienza è un dovere #guerrairan #minab #ultimenotizie
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Elizabeth Warren
Elizabeth Warren@SenWarren·
NEWS: The Trump administration confirmed it bombed a girl’s school in Iran. It's one of the most devastating military errors in decades. Trump lied about it. Pete Hegseth gutted the office preventing civilian casualties. 175 are dead. Most were kids. Hegseth should be fired.
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Leonardo Becchetti
Leonardo Becchetti@Leonardobecchet·
Straordinario Massimo Nava #Trump #USA #Iran Gli Stati Uniti, cowboy in servizio permanente editorialista MASSIMO NAVA Adesso tutti a farsi domande sulla natura guerrafondaia di Donald Trump, il presidente che, almeno inizialmente, si era presentato come uomo di pace, addirittura risoluto a «mettere fine a sette guerre». Sommersi dalla cronaca drammatica di queste ore, forse è sfuggita la legge dei corsi e ricorsi della Storia che, per gli americani, , significa guerra sempre e comunque, da quando avevano cacciato gli inglesi per conquistare l’indipendenza a quando avevano deciso di sterminare gli indiani per fare l’America più ricca e più grande. Non basterebbe appunto un’enciclopedia per raccontare decine di guerre e interventi militari che gli Stati Uniti hanno combattuto in ogni angolo del mondo nei due secoli e mezzo dalla fondazione del «Grande Paese», oltre a colpi di stato provocati o sostenuti. Dal secondo conflitto mondiale in poi, tutti i presidenti si sono impegnati in una guerra, lasciandosi alle spalle a volte scenari peggiori. Basterebbe ricordare la Corea (presidente Truman), il Vietnam e Cuba (Kennedy), Vietnam e Repubblica Dominicana (Johnson), Cile, Cambogia e Laos (Nixon), Afghanistan e Iran (Carter), Grenada e Libia (Reagan), Panama e Iraq (Bush senior), Somalia, Serbia (Clinton), Afghanistan e Iraq (Bush junior), Siria, Libia (Obama), Afghanistan (Biden) Iran, Venezuela (Trump). Se andiamo indietro nel tempo, ecco i conflitti con il Messico e la Gran Bretagna e, sul fronte interno, appunto lo sterminio dei nativi indiani. Statisticamente, la Francia è uno dei pochi Paesi che nel corso dei secoli non si è battuto contro gli Stati Uniti. Se ci fermiamo al periodo successivo alla Seconda guerra mondiale e al tempo della guerra fredda, non c’è presidente americano che non abbia sganciato qualche bomba o mandato truppe in qualche Paese, utilizzando una vasta gamma di argomenti per lo più nobili (la difesa della libertà, la lotta al comunismo, l’esportazione della democrazia, la minaccia terroristica) senza nascondere interessi economici e geostrategici e senza preoccuparsi troppo della legittimità del casus belli. Come quando il segretario di stato, Colin Powell, esibì all’assemblea dell’Onu la famosa falsa provetta che avrebbe dovuto convincere il mondo dell’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani del dittatore iracheno Saddam Hussein. La menzogna in mondovisione giustificò l’invasione del Paese e l’eliminazione di Saddam, ma non impedì la destabilizzazione del Medio Oriente, la nascita del Califfato terrorista dell’Isis, lo sterminio dei curdi (utilizzati a fasi alterne come alleati) e mezzo milione di vittime civili. Una storia di menzogne che si sta ripetendo in questi giorni in Iran, con la speranza forse vana che le conseguenze non siano ancora più drammatiche. Da un lato si è ingigantita la minaccia nucleare iraniana, dall’altro lato si è assecondato il disegno di guerra totale in Medio Oriente del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il che fa riflettere sulla straordinaria capacità d’Israele di risucchiare gli Stati Uniti nei propri disegni strategici. Prima di Trump e prima di George Bush junior, aveva giocato con bombe e missili per esportare democrazia nei Balcani il presidente democratico Bill Clinton, quello che aveva vinto le elezioni sostenendo il primato dell’economia, più o meno con gli stessi argomenti del suo ex amico Trump. Nel 1999, legittimando come «difensivo» (!!) l’intervento della Nato, guidò la lunga campagna aerea contro la Serbia di Milosevic. Fra parentesi, il sostegno all’indipendenza della provincia separatista del Kosovo fornì un formidabile alibi a Vladimir Putin per prendersi la Crimea e appoggiare i separatisti filorussi nel Donbass. Non fu da meno, otto anni dopo, un altro democratico, Barack Obama, che peraltro si era opposto all’invasione dell’Iraq e aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace senza particolari meriti, ma semplicemente perché aveva appunto promesso un’epoca di pace. Obama aveva in effetti ottenuto un maggiore controllo e ridimensionamento del programma nucleare iraniano. Poi si era impegnato militarmente in Afghanistan e aveva contribuito al rovesciamento con le bombe del regime libico e all’eliminazione del dittatore Gheddafi. Un altro esempio macroscopico e dimenticato di obiettivi (la fine della dittatura, eliminazione del dittatore) che si traducono in risultati opposti: destabilizzazione, guerra civile, vittime innocenti. Alla fine del suo secondo mandato, gli Stati Uniti stavano ancora combattendo in Afghanistan e non erano affatto vicini alla vittoria. Nel primo mandato, anche Donald Trump aveva condannato apertamente le guerre infinite, salvo continuare le operazioni in Afghanistan e aumentare il budget della difesa. Dopo di lui, Joe Biden ha messo fine alla disastrosa campagna afghana, ma si è impegnato alla grande nel sostegno militare all’Ucraina dopo l’invasione russa e nell’armare Israele per la campagna contro Hamas dopo il massacro del 7 ottobre. Gli errori di Biden e il suo maldestro tentativo di riconquistare la Casa Bianca hanno spianato la strada al Trump 2, il quale ha promesso di essere un presidente di pace e si è rivelato più pronto a premere il grilletto dei presidenti che era solito deridere. Gli Stati Uniti hanno bombardato diversi Paesi, stanno uccidendo equipaggi di imbarcazioni nei Caraibi con il solo sospetto che possano trasportare droga, hanno rapito il leader del Venezuela per prendere il controllo del petrolio del paese (lasciando il paese nelle mani di un nuovo dittatore) e ora hanno lanciato un secondo attacco contro l'Iran in meno di un anno. Dopo aver detto al mondo che l'infrastruttura nucleare iraniana era stata «distrutta» la scorsa estate, ora Trump sostiene che gli Stati Uniti hanno dovuto bombardarla per fermare «minacce imminenti». Analizzando l’aggressività di Trump per la Groenlandia e in Venezuela, egli appare più franco dei suoi predecessori. Con lui, non c’è nemmeno la narrazione dell’esportazione della democrazia o della difesa dei valori occidentali. Trump non parla di principi ma di interessi, che peraltro confliggono con l’Europa più che con i «nemici» russi e cinesi. «Il problema è che bombardare con tanta frequenza raramente risolve i problemi politici di fondo, non rende gli Stati Uniti più sicuri e certamente non fa bene alla maggior parte dei paesi che abbiamo martellato. Anche un paese lento a imparare come gli Stati Uniti dovrebbe averlo capito ormai. Quindi il mistero rimane: perché Washington continua a fare queste cose?», si domandano gli analisti di Foreign Policy. Una risposta consiste nel forte consolidamento, non da oggi, del potere esecutivo che concede ai presidenti un’enorme capacità d’iniziativa. In questa ottica, si bypassano controlli e contrappesi e cresce l’influenza dei consiglieri più vicini allo Studio Ovale. «I presidenti di entrambi i partiti sono stati fin troppo felici di accettare questa libertà d'azione e raramente hanno accolto con favore gli sforzi volti a limitare i loro poteri». Il risultato di queste politiche sono guerre che si concludono nelle cronache, ma che continuano come conflitti a bassa intensità. Guerre che ingrassano l’apparato militare americano, le cui potenti lobby influenzano a dismisura le opinioni pubbliche sulla «necessità» di un intervento. Guerre che, al tempo stesso, fanno aumentare il debito pubblico. Campagne costate trilioni di dollari al contribuente americano non vanno peraltro sul conto di nessun presidente a fine mandato, nessuno dei quali ha mai ammesso di essersi sbagliato. C’è infine il fondato rischio che le cose vadano sempre peggio, anche perché - nonostante le battute di Trump di queste ore - sono diminuite le possibilità che molti soldati americani perdano la vita come ai tempi del Vietnam o della Corea. Per ora si tratta di danni collaterali, talvolta di fuoco amico, insomma di perdite accettabili che non influiscono sull’opinione pubblica e sui sondaggi. Il che facilita la decisione di entrare in guerra. I missili da crociera, gli aerei stealth, le bombe a guida di precisione e i droni hanno permesso agli Stati Uniti di condurre campagne aeree senza dover inviare truppe sul campo. L'Iran può reagire contro gli Stati Uniti o i loro alleati in vari modi, ma non può sperare di infliggere lo stesso livello di danni sul suolo americano. Il senatore Richard Russell, negli anni Sessanta, disse «C'è motivo di pensare che se per noi è facile andare ovunque e fare qualsiasi cosa, andremo sempre da qualche parte e faremo sempre qualcosa».
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Don Winslow
Don Winslow@donwinslow·
The disgusting view of the world Donald Trump spoke of tonight was brought to you by 77 million American voters who voted against their own self interest, against women and children and tragically voted to destroy the very country they claim they love. This is not America.
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Agenzia ANSA
Agenzia ANSA@Agenzia_Ansa·
La Danimarca replica a Trump dopo l'annuncio dell'invio in Groenlandia di una nave ospedale per 'assistere i malati'. La premier: 'Non ci serve, felice di vivere in un Paese in cui la sanità è gratuita. Lo è anche sull'isola' #ANSA ansa.it/sito/notizie/m…
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Franco Maria Fontana
Franco Maria Fontana@francofontana43·
Quasi un pugno nello stomaco a Trump “Nessun migrante è straniero per la Chiesa” Questo il pronunciamento degli organismi episcopali del continente americano riuniti a Tampa (Florida) @oss_romano
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Giusto dire NO
Giusto dire NO@GiustodireNO·
22–23 marzo: si vota su politica e Costituzione. L’attacco ai giudici? Un pretesto. Intanto, mentre la Magistratura è nel mirino, a Milano 40mila lavoratori sottopagati vedono ripristinare la legalità grazie a un tribunale. Le parole di Nando dalla Chiesa a Propaganda Live (La7).
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Giusto dire NO
Giusto dire NO@GiustodireNO·
Per la prima volta in ottant’anni di Repubblica, una riforma costituzionale è stata approvata senza la discussione di nemmeno un emendamento parlamentare. Enrico Grosso, Presidente del Comitato “Giusto dire NO” ha partecipato alle audizioni in sede di discussione.
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La Stampa
La Stampa@LaStampa·
Non succede tutti i giorni di incontrare, in privato nel foyer del Teatro Carignano, il presidente della Repubblica. Ma capita ancora meno che sia lui, Sergio Mattarella, a ringraziarti per «l’impegno civico». Solo a Tommaso tutto questo poteva succedere. Lui, che è uno su un milione. «È un sogno che si realizza - dice ancora emozionato - Lo stavo aspettando da tre anni». Tommaso è uno studente di quindici anni di Verbania. Ha una malattia genetica rarissima, si chiama discheratosi congenita: colpisce una persona su un milione. […] La famiglia arriva all’ospedale Regina Margherita, entrano ed escono dal reparto di Oncoematologia pediatrica. A Tommaso viene fatto un trapianto di midollo quando ha tre anni, compiuti da poche settimane. Le prime parole le dice lì, nel centro trapianti. […] Tra le corsie dell’ospedale la famiglia incontra Make-A-Wish Italia Onlus, che collabora con il Regina. Sono esperti nel realizzare i desideri di bambini affetti da gravi malattie. […] Tommaso da sempre è appassionato di storia, educazione civica e politica. Con sua nonna Wanda ama parlare di antifascismo e leggere insieme la Costituzione. «Vorrei incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella», dice agli “esperti di desideri” Ne parla Caterina Stamin su La Stampa - Torino #torino #mattarella
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