Alessandro Fanchin

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@Alex27459

Temporary Mngr, Executive Interim Mngr, CRO, CEO🇮🇹🇺🇸🇬🇧🇮🇪🇧🇸🇬🇷🇭🇷🇪🇸🇺🇦🇮🇱🇫🇷🇯🇲🇳🇴🇨🇦🇪🇺Flags shown here are countries that I know and love.

Padova, Italy Katılım Aralık 2011
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Alessandro Fanchin
Alessandro Fanchin@Alex27459·
Notevole affresco di @marsetac che spiega la situazione vera della Russia e dell’URSS. Ci sarebbe una via per risolvere il problema, leggete🙂
Marco Setaccioli@marsetac

Ogni volta che la Russia entra in crisi sistemica, l’Occidente commette lo stesso errore. Quello di confondere il crollo dello Stato con la trasformazione della società. È accaduto nel 1917, quando la fine dell’Impero zarista non produsse una Russia democratica ma un esperimento totalitario ancora più espansivo. È accaduto nel 1991, quando la dissoluzione dell’URSS fu letta come “fine della storia”, salvo scoprire che sotto le macerie del comunismo non c’era una società civile pronta alla libertà, ma un vuoto identitario presto riempito dal revanscismo imperiale. Oggi, mentre la guerra contro l’Ucraina consuma risorse, capitale umano e legittimità del potere russo, torna una domanda che in molti evitano per scaramanzia: che cosa farà il mondo del popolo russo, quando (non “se”) la Russia collasserà di nuovo? Non è necessario indulgere nel wishful thinking per riconoscere che il sistema russo mostra crepe strutturali. La guerra ha accelerato dinamiche già presenti: dipendenza estrema dall’economia di guerra, deindustrializzazione mascherata da autarchia, fuga di cervelli, crollo demografico, militarizzazione della società come surrogato di consenso, repressione totale dello spazio pubblico. Il potere è sempre più personalistico, la successione opaca, le élite tenute insieme non da un progetto ma dalla paura. Sono segnali che ricordano da vicino la fase terminale dell’URSS. Non tanto per l’imminenza cronologica del collasso, quanto per la rigidità del sistema, incapace di riformarsi senza autodistruggersi. Quando un regime può sopravvivere solo radicalizzandosi, il problema non è se cadrà, ma come e cosa lascerà dietro di sé. Qui entra in gioco un nodo più profondo, su cui numerosi studiosi hanno insistito. Da Richard Pipes a Martin Malia, da Orlando Figes a Timothy Snyder, passando per Aleksandr Etkind e Marlene Laruelle, tutti i grandi storici e studiosi concordano sul fatto che la Russia storicamente fatica a concepirsi come Stato-nazione. La sua identità politica non nasce dal patto civico, ma dall’espansione territoriale. Quando smette di crescere, implode. Non è un caso che Putin, nel suo saggio del 2021 sull’“unità storica” di russi e ucraini, non parli mai di cittadinanza, diritti o confini legittimi, ma solo di spazio, destino e subordinazione. È la prosecuzione di una tradizione che attraversa zarismo, bolscevismo e putinismo: cambiano i simboli, resta l’idea che senza impero la Russia non sia nulla, o peggio, non sia legittima. Il breve esperimento di libertà degli anni ’90 lo dimostra in modo brutale. Le libertà civili furono percepite non come strumenti di emancipazione, ma come caos. Il pluralismo come umiliazione. La responsabilità individuale come abbandono. In assenza di istituzioni solide e di una memoria democratica, la libertà venne associata alla miseria, mentre l’autoritarismo tornò a essere sinonimo di ordine. Spesso si invoca la Germania post-hitleriana come modello: denazificazione, rieducazione civica, integrazione europea. Ma il paragone regge solo fino a un certo punto. La Germania fu sconfitta militarmente, occupata, divisa, privata della capacità di raccontarsi come vittima. L’ideologia nazista venne delegittimata in modo totale e irrevocabile, anche grazie alla scoperta pubblica e innegabile dei suoi crimini. La Russia, al contrario, ha sempre evitato una vera resa dei conti con il proprio passato. Lo stalinismo non è mai stato davvero processato, l’impero sovietico viene rimpianto, la Seconda guerra mondiale è diventata una religione civile che giustifica tutto. Nella retorica putiniana la guerra in Ucraina ne è in fondo una sorta di riedizione, al punto di rendere giustificabile ogni efferatezza. Senza una sconfitta chiara, senza una rottura simbolica, il mito imperiale russo sopravvive a ogni regime. Pensare di “rieducare” la Russia senza smantellare questo mito equivale a ristrutturare una casa lasciando intatte le fondamenta marce. La domanda scomoda, ma inevitabile è dunque se sia possibile una “civilizzazione” del popolo russo. E nell’aprire questa riflessione bisogna evitare sia il razzismo culturale sia l’ingenuità liberal. Non esiste alcuna predisposizione genetica all’autoritarismo, ma esistono tradizioni politiche, traumi storici non elaborati e narrazioni collettive tossiche che, se non affrontate, si riproducono. Una Russia post-collasso potrebbe imboccare due strade. La prima è quella già vista: vittimismo, revanscismo, ricerca del nuovo uomo forte che prometta di “rialzare la testa”. In questo caso, l’Occidente comprerebbe forse vent’anni di tregua, prima che l’orso – ferito ma non addomesticato – esca di nuovo dal letargo. La seconda strada è più difficile e richiede condizioni drastiche: perdita irreversibile dello status imperiale, decentralizzazione reale, apertura degli archivi, fine del culto della guerra, smilitarizzazione dell’identità nazionale, integrazione condizionata e non gratuita nel sistema internazionale. In altre parole: non solo un cambio di regime, ma un cambio di paradigma. Il nodo, alla fine, è semplice e inquietante: il problema non è solo Putin, ma ciò che viene dopo Putin. Se il mondo continuerà a trattare la Russia come una potenza “naturalmente” destinata a essere imperiale, continuerà a produrre mostri. Se invece accetterà che una Russia post-imperiale sarà più piccola, più frustrata e inizialmente più instabile, ma potenzialmente meno pericolosa, allora forse il ciclo potrà spezzarsi. Non è certo una promessa di pace eterna. Ma è una scommessa sulla storia. L’alternativa è continuare a illuderci che ogni collasso russo sia l’ultimo, salvo scoprire, puntualmente, che l’orso non è mai stato curato: solo sedato. E prima o poi, si sa, si sveglia.

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Mario
Mario@PawlowskiMario·
This is how last stage of MNPD combined with possible dementia and simply being the worst human being looks like🤦🏻‍♂️ Just take a look at Japanese PM reaction as Trump says "Who knows better about surprise than Japan? Why didn't you tell me about Pearl Habour?" This guy belongs to a mental institution, not the WH, everyone who is keep him there for their own benefit should be held accountable after he is gone. No exceptions
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🌷🦋 Love Music 🎶 & Dance 💃🏻🕺🏻
This performance of this song is so perfect that no other versions can compare! Both girls are amazingly good! Everything is in the style of a bygone era: the dresses, the shoes, the hair, the makeup, the movements, the gestures, the voice, and even the timbre. Everything is just perfect!
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RTL 102.5
RTL 102.5@rtl1025·
✈️ L'11 marzo 2026, re Willem Alexander dei Paesi Bassi ha pilotato per l'ultima volta un Boeing 737 della KLM. Nessuno sapeva che l’ha fatto per 30 anni, in anonimato: il re, infatti, ha co-pilotato voli commerciali per la KLM, facendosi chiamare con un altro nome, Meneer van Buren. I colleghi sapevano, ma hanno sempre mantenuto la più totale discrezione su quanto avveniva nella cabina di pilotaggio. Migliaia di persone, trasportate da un re senza mai saperlo. Quella per il volo è sempre stata la sua grande passione e a quanto pare non vi ha mai rinunciato. 📷: ANSA/Koen van Weel
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Aleksandar Djokic (Александар Джокич)
It's amazing how many Americans apparently believe that it's enough for Washington to snap its fingers and all of Europe should immediately be up in arms for America's wars, yet when Europe itself is threatened, America is nowhere to be found. Greenland isn't forgotten either.
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marco taradash
marco taradash@mrctrdsh·
Dove è Ilya Remeslo? Ora lo sappiamo. È stato portato in un ospedale psichiatrico. Ieri pomeriggio e questa mattina ho raccontato delle pesantissine accuse rivolte a Putin da Ilya Remeslo, 42 anni, avvocato e famosissimo blogger. Remeslo è stato uno dei più spregevoli accusatori di tutti i dissidenti russi e in particolare di Navalny, sia come delatore sul suo blog che come fabbricante di prove false nelle aule dei tribunali. L’altro ieri Remeslo di punto in bianco ha accusato Putin di aver distrutto con la guerra all’Ucraina l’economia e la solidità della Russia e ha invocato che venisse trascinato in tribunale come criminale di guerra e profittatore. Mi chiedevo se sarebbe caduta prima la testa di Putin, nel caso che Remeslo fosse al corrente di un golpe in corso al Cremlino, o la sua. Ora abbiamo avuto la risposta, o almeno una prima risposta dal sito russo SOTA.
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Il Foglio
Il Foglio@ilfoglio_it·
Dimenticate l'architetto delle stragi iraniane: Ali Larijani era un “raffinato intellettuale” secondo trasmissioni televisive americane, giornali europei e italiani. Di @GiulioMeotti ilfoglio.it/esteri/2026/03…
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anna paola concia
anna paola concia@annapaolaconcia·
Sono femminista e voto #SI non vi fate fregare dalle ennesime bufale del NO! “Usare” la violenza sessuale per sostenere il No, è davvero malafede oltre che falso. @ilriformista
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S.A.
S.A.@shiafz·
🔺 Impiccati oggi, per la colpa di aver partecipato alla manifestazione di gennaio per la libertà! Mandatelo all’attenzione di chi vi racconta che la guerra contro i sadici del regime è una brutta cosa.
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Mariano Giustino
Mariano Giustino@MarianoGiustino·
Giovani iraniani scrivono sui muri di #Teheran: "Non preoccuparti della distruzione, la libertà è meglio della prosperità". Gli iraniani resistono e intendono portare fino in fondo la loro lotta di liberazione dalla tirannia della repubblica islamica. RR #Iran #Turchia
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Dario D'Angelo
Dario D'Angelo@dariodangelo91·
🚨🪖🇺🇸🇮🇱🇮🇷🇬🇧🇫🇷🇩🇪🇮🇹🇳🇱🇯🇵 Dichiarazione congiunta dei leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone sullo Stretto di Hormuz “Condanniamo con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi commerciali disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, incluse installazioni petrolifere e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto. Invitiamo l’Iran a cessare immediatamente le sue minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto al traffico commerciale, e a conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, anche ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire tra le popolazioni di tutte le regioni del mondo, in particolare tra le più vulnerabili. In linea con la Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineiamo che tali interferenze con il traffico marittimo internazionale e l’interruzione delle catene globali di approvvigionamento energetico costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. A questo riguardo, chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi contro infrastrutture civili, incluse installazioni petrolifere e del gas. Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire un passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno dei Paesi che stanno partecipando alla pianificazione preparatoria. Accogliamo con favore la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di autorizzare un rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio. Adotteremo ulteriori misure per stabilizzare i mercati energetici, inclusa la collaborazione con alcuni Paesi produttori per aumentare la produzione. Lavoreremo inoltre per fornire supporto ai Paesi più colpiti, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali. La sicurezza marittima e la libertà di navigazione avvantaggiano tutti i Paesi. Invitiamo tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionale“.
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m a u r o
m a u r o@maurorizzi_mr·
Quando sento un attore, o un cantante, spiegare come votare al referendum, mi vengono subito in mente le parole di Ricky Gervais: “Non siete nella posizione di dare lezioni al pubblico su niente”.
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Mariano Giustino
Mariano Giustino@MarianoGiustino·
Lui è Saleh #Mohammadi, di soli 19 anni, è stato impiccato all'alba in nome del dio musulmano. Era un promettente campione di wrestling. Un giovane con un futuro. Era stato arrestato durante la rivolte anti regime del gennaio scorso. Era stato rapito dalle forze di sicurezza coordinate da #AliLarijani. È stato tenuto in isolamento e accusato di "aver mosso guerra contro Dio", un'accusa per mettere a tacere le voci dei giovani che rivendicano i diritti umani fondamentali. Non c'erano prove contro di lui, era stato sottoposto a un processo farsa durato pochi minuti dal cosiddetto "Tribunale rivoluzionario islamico". È stata di fatto una esecuzione extragiudiziale compiuta in nome del dio Allah, in nome dell'#Islam, come dicono gli ayatollah. RR #Iran #Turchia
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Piercamillo Falasca 🇮🇹🇪🇺
🚩 La guerra dell'energia, che potrebbe diventare guerra dell’acqua. 🛢️ 💧 Il 18 marzo 2026 la guerra ha compiuto un salto di scala. Israele ha attaccato le infrastrutture di South Pars, il più grande giacimento di gas naturale del mondo, situato in mare e condiviso tra Iran e Qatar. Le sue riserve recuperabili complessive superano i 36 trilioni di metri cubi di gas — circa 51 trilioni considerando il volume geologico in-situ totale — un patrimonio energetico che non ha eguali sul pianeta. L'operazione è una ritorsione simmetrica e deliberata. Da inizio marzo, l'Iran ha imposto un sistema di "passaggio selettivo" nello Stretto di Hormuz, bloccando di fatto il transito delle navi statunitensi, israeliane e dei loro alleati: il traffico di petroliere si è ridotto di oltre il 90% secondo Lloyd's List. Il messaggio di Israele è stato esplicito: voi impedite le esportazioni, noi riduciamo la vostra capacità produttiva. Si è passati così da una guerra militare a una vera e propria guerra economica dell'energia. L'operazione rivela anche una contraddizione profonda nell'alleanza anti-ayatollah. South Pars è un giacimento condiviso: colpirlo significa danneggiare anche il Qatar. Non a caso, Trump ha preso pubblicamente le distanze dall'operazione, dichiarando che Israele ha agito senza coordinamento con gli Stati Uniti e avvertendo che "non ci saranno ulteriori attacchi a South Pars". Che si tratti di una frattura visibile tra Washington e Tel Aviv, o di un gioco al poliziotto buono e al poliziotto cattivo, fatto sta che di certo i qatarioti, così come emiratini e sauditi sono stati estremamente infastiditi dall’iniziativa israeliana. Anche perché, come era prevedibile, l'Iran ha risposto rapidamente, colpendo il terminal di Ras Laffan in Qatar — il più grande impianto di gnl al mondo, che insiste sullo stesso giacimento — e altre infrastrutture energetiche in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, provocando incendi e danni estesi, parzialmente intercettati dai sistemi di difesa sauditi. Questa spirale rende ormai molto concreto il rischio di uno shock prolungato sui mercati globali, e apre a un ulteriore livello di ritorsione possibile, questa volta dell'Iran a danno dei Paesi della penisola arabica: colpire il loro accesso all'acqua potabile. Non è fantascienza. È già cominciato. L'8 marzo un drone iraniano ha colpito un impianto di desalinizzazione in Bahrain, riportando in primo piano una vulnerabilità strutturale dell'intera penisola: questi Paesi non hanno fiumi, non hanno sorgenti, non hanno falde freatiche significative. La loro sopravvivenza dipende quasi interamente dalla desalinizzazione dell'acqua marina. Arabia Saudita, UAE, Kuwait e Qatar producono insieme oltre il 40% dell'acqua desalinizzata mondiale. Secondo alcune analisi, Riyadh potrebbe entrare in crisi idrica entro sette giorni dall'interruzione prolungata dei suoi impianti principali. Un regime sotto pressione esistenziale come quello iraniano potrebbe considerare questa opzione: costosa politicamente, perché colpirebbe la vita dei milioni di persone di fede islamica, ma a costi militari relativamente bassi. Ma i rischi per l’accesso all’acqua potrebbero emergere anche in altro modo. Ne ha parlato mesi fa in un’intervista il Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al Thani: un possibile attacco o incidente al reattore nucleare iraniano di Bushehr (affacciato sul Golfo) causerebbe una contaminazione radioattiva delle acque. Il Qatar dipende per il 99% dall’acqua potabile prodotta da impianti di desalinizzazione che attingono direttamente dal mare; secondo simulazioni qatariote, il Paese rimarrebbe senza acqua potabile utile in soli 3 giorni. “No water, no fish, nothing… no life”, ha detto Al Thani.
Piercamillo Falasca 🇮🇹🇪🇺 tweet media
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Vladislav Maistrouk
Vladislav Maistrouk@MaistroukV·
Oggi su @mattino5 mi hanno chiesto di commentare l’idea di alcuni politici europei di abbandonare gli ucraini, riallacciare i rapporti con Mosca, e sperare che la crisi economica non li tocchi. Non avendo la registrazione, ho registrato questo video:
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Annina
Annina@anninavigneto·
Vi dico una cosa che i guardiani della Costituzione non vi dicono: La Costituzione è già stata cambiata 20 volte da cani e porci. L'ha cambiata pure l'indecente m5s con la complicità del PD che era contrario al taglio dei parlamentari. Pensate a quanto é incoerente il PD
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