Beppe Bortoloso
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Beppe Bortoloso
@BeppeBort
Sono giglio della Chiesa
Italia Katılım Aralık 2010
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@BeppeBort Buongiorno Beppe il miracolo dei pani. Che grande lezione. Il donare.,
Italiano

PRIMA DEL PANE, IL LIEVITO
Modello del discepolo è un ragazzo senza nome né volto, che dona ciò che ha, senza pensarci, e così innesca la spirale della condivisione, il miracolo del dono.
Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai. E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano.
Quello del pane è l’unico segno riferito da tutti e quattro i Vangeli. Marco e Matteo ne riportano addirittura due redazioni. Si tratta, evidentemente, di un evento decisivo per capire la vita e il messaggio di Gesù.
Con il segno del pane, più che davanti ad un eclatante miracolo siamo di fronte ad una fessura di mistero.
Il racconto è pieno di simboli bellissimi: è ormai primavera; c’è molta erba che richiama i pascoli e il Salmo del buon pastore; c’è il monte grande simbolo della casa di Dio; è vicina la pasq; uaci sono i numeri: cinque pani e due pesci che compongono il sette, simbolo della pienezza; c’è il pane d’orzo, pane di primizia perché l’orzo è il primo dei cereali che matura, primo pane nuovo; e c’è un ragazzo, neppure un uomo adulto, una primizia d’uomo. Un Vangelo pieno d’inizi e di gemme che fioriscono, per grazia.
Modello del discepolo oggi è un ragazzo senza nome né volto, che dona ciò che ha, senza pensarci, e così innesca la spirale della condivisione, il miracolo del dono. Il problema del nostro mondo non è la penuria di pane, ma la povertà di quel lievito che incalza e spinge a condividere, a fare di ciò che hai un sacramento di comunione. «Al mondo, il cristiano non fornisce pane, fornisce lievito» (Miguel de Unamuno).
«Credo sia più facile moltiplicare il pane che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti» (D. M. Turoldo).
Prese i pani, ringraziò, diede. “Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo” (Rig Veda). L'uomo può solo ricevere la vita, il creato, le persone, sono il suo pane. Può solo ringraziare, benedire, donare. E basteranno le briciole a riempire dodici ceste. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
P. E. Ronchi (smariadelcengio.it)

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IL CORAGGIO DEL POCO…
I discepoli di fronte alla mancanza di pane per sfamare la folla rivolgono lo sguardo su se stessi, sulle loro risorse, fanno calcoli e sono tentati di arrendersi alla logica del mondo. Gesù non segue la razionale analisi degli apostoli e sceglie di accogliere l’offerta un po’ folle di un ragazzo. Anche noi, spesso posti dinanzi alla fame alla quale ci sentiamo interpellati, fame di pace, di giustizia, di dialogo, di verità, sentiamo che le nostre forze sono limitate se non impossibilitate e vorremmo che fosse il Signore ad occuparsene. Ma il Vangelo ci sta dicendo, anche se la sproporzione è immensa, che sta a noi dare del nostro, affinché il Signore possa agire. Siamo invitati a mettere sul piatto quel poco che abbiamo condividendolo con amore e poi… penserà Lui alla moltiplicazione. L’amore si dona, si offre anche in piccole cose, quello che si può, ma è importante perché fonte di un cuore solidale che si prende cura… Oggi Dio ci invita ad uscire e osare sulla mia e altrui vita.


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Oggi cominciamo il capitolo 6° del Vangelo secondo San Giovanni il cui contenuto integro è il tema del pane. Questa questione occupa un luogo importante nel messaggio di Gesù, dalla tentazione nel deserto, passando per la moltiplicazione dei pani, fino all’ultima cena.
Il grande sermone sul pane rivela l’ampio spettro del significato di questo tema. Inizialmente viene descritta la fame della gente che ha ascoltato Gesù che non congeda senza dare prima a loro da mangiare. Ma Gesù non permette neppure che la necessità dell’uomo sia ridotta al pane, alle necessità biologiche e materiali. «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Dt 8,3).
Il pane moltiplicato miracolosamente ci ricorda il miracolo della manna nel deserto e, oltrepassandolo, indica, allo stesso tempo che il vero cibo dell’uomo è il “Logos”, la Parola eterna, il senso eterno dal quale veniamo e in attesa del quale viviamo.
REDAZIONE evangeli.net (tratte da testi di Benedetto XVI)
(Città del Vaticano, Vaticano)

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La scena raccontata nel Vangelo di oggi è quella del miracolo della moltiplicazione dei pani. La cosa che colpisce nella narrazione di questo miracolo è il senso di inadeguatezza che Gesù vuole fare emergere nei suoi discepoli: “«Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterli alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare”. Non è un modo per umiliarli ma per ricordare loro che sono creature, cioè esseri umani che hanno dei limiti.
Viviamo in un mondo che ci dice che dobbiamo sempre immaginarci senza nessun limite, e questo inevitabilmente ci fa ammalare di deliri di onnipotenza. È una menzogna dire a un figlio “tu puoi tutto!”, non è vero. Lui può solo ciò di cui è in grado, ma moltissime altre cose non gli saranno possibili. Ha allora bisogno di capire che senza l’umiltà di lasciarsi aiutare egli sperimenterà solo frustrazione. La Grazia di Dio è ciò che manca al nostro possibile. Non si sostituisce a ciò che io posso e devo fare con le mie forze, ma viene in aiuto lì dove la vita si manifesta come sproporzionata rispetto alle mie forze.
Se ad esempio vivo un dolore, una perdita, mi accorgo che da solo soccombo sotto il peso del dolore, ma se mi lascio aiutare dalla Grazia di Dio mi accorgo che i miei sforzi sono sostenuti e moltiplicati da una misteriosa forza che mi fa andare avanti. E così per qualunque altra situazione della nostra esistenza. “«C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». (…) Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”. La merenda di uno diventa così il pranzo di tutti. Il mio piccolo possibile diventa una benedizione per molti se mi fido di Dio.
L. Epicoco (famigliacristiana.it)

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IL DIO DELL’AMORE DANZANTE
Giovanni 3,31-36
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Ma chi non ascolta il Figlio non vedrà vita.
Chi crede in Gesù ha la vita eterna.
La fede è il luogo dove si incontrano l’umano e il divino, e quando Dio e l’uomo si siedono alla stessa tavola l’ordinaria vita diventa straordinaria.
Credere, fondarsi sul vangelo, seguirlo, è la ricetta per dare infinito gusto alla vita, perché permette di riconoscere e gustare la vita nascosta in ogni cosa: a casa, a scuola, nella fatica, nelle relazioni, nella luce delle foglie, nel bambino che nasce, nelle fornaci termonucleari delle stelle.
Il luogo in cui c’è “gusto di vivere” noi però lo troviamo nelle cose quotidiane, vissute con l’apertura e la cura di chi invita un amico a cena. Vissute con amore. Se alla vita manca questo gusto, è davvero priva di senso. Oltre al gusto di vivere, esiste un “gusto di credere”: quando divino e umano si incontrano e cenano alla stessa tavola allora succede qualcosa di grande.
Infatti, in che cosa credo quando dico “io credo”?
L’oggetto della fede cristiana non è una dottrina, una morale, una ascesi, o il fatto di credere che Qualcosa c’è, ma è molto di più: oggetto della fede è l’amore di Dio, un Dio che ama per primo, ama senza condizioni, ama in perdita, fino all’estremo.
L’amore è il pane di cui vive l’uomo. Sulla terra come in cielo.
Chi non crede nell’amore, chi non lo ascolta o lo svende, ha già la morte nel cuore.
Chi invece crede nell’amore vive cose che meritano di non morire, ha in sé la vita dell’Eterno, una vita di una qualità indistruttibile, capace di attraversare la morte e di rifiorire dovunque, per sempre.
Nel pensiero dominante oggi la “vita eterna” sembra interessare poco, anche ai cristiani. Forse perché la immaginiamo come durata interminabile, come una ripetizione in fondo noiosa.
Ma l’eternità non è durata, è invece gusto di vivere, intensità, la creatività giocosa dell’amore.
Il Dio in cui io credo è il Gesù delle nozze di Cana, che si prende cura, con il vino migliore, DELLA GIOIA DEGLI UOMINI; è il Dio che ama il profumo di Betania, il Dio del gioioso amore danzante.
È questa la vita dell’Eterno.
P. E. Ronchi (cercoiltuovolto.it)

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AMORE SMISURATO - Tutta la nostra umanità, il nostro essere del mondo, la nostra saggezza di buon senso, sono cose anche belle, ma che comunque non riescono a dare vita, quella vita di Dio in noi e per noi. Accettare la testimonianza di Dio, significa accettare la testimonianza di Colui che ha dato la vita vivendo da Agnello. È il Figlio di Dio e come figlio non bada a dare un po’ per volta, non fa calcoli, non va al risparmio, il suo dono è totale e smisurato. La sua volontà d’amore si riversa senza misura, in maniera gratuita, grazie, in primis, alla sua Parola. Questo dovrebbe aiutarci a disinnescare, nella nostra quotidianità, la volontà del “bene col contagocce”, il desiderio di donarsi frenato da tanti “se”, “ma”, “forse”, “vediamo”… Se dessimo davvero ascolto alla libertà che dona il vangelo, che è la libertà dello spirito d’amore, scopriremmo che siamo più preziosi di quello che pensiamo. Se restiamo ancorati alla sua Parola, pian piano diventeremo seminatori d’amore e liberi davvero!


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Oggi, Gesù parla della sua provenienza e, allo stesso tempo, ci scopre il nostro destino. Egli viene dal “di sopra”, dal Cielo eterno dove è sempre esistito insieme al Padre e allo Spirito Santo. Lì c’è anche la nostra vita più autentica. Il Figlio di Dio è venuto per rivelarci questa meraviglia, ma ci costa fatica staccarci dalla terra e suscitare la nostra aspirazione all’eternitá.
Fin dalle sue origini, l’uomo ha considerato con rispetto la sua morte e la vita al di là della “terra”. Ma, realmente, poco sapevamo di questa “vita superiore” e del suo contenuto, Con l’incarnazione del Figlio di Dio c’è stata rivelata la vera vita, quella più reale: la vita di amicizia con Dio, che è “sopra-naturale” e, perciò, senza fine. Solamente finisce quello che è terrenale.
Voglio vivere, mio Dio, una vita di amicizia con Te. Concedimi di capire le cose come Tu le capisci, e amare come Tu ami. Gesù, ho fiducia nella tua parola.
Fonte: evangeli.net (tratte da testi di Benedetto XVI
(Città del Vaticano, Vaticano)

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… La Pasqua di salvezza, che in questo felice spazio di cinquanta giorni continuiamo a celebrare fino alla festa di Pentecoste, è un tempo in cui siamo chiamati ad acquisire una profonda libertà verso noi stessi e verso gli altri. Pertanto non può che essere anche un tempo in cui proviamo a mettere meglio a fuoco quali sono le voci e le autorità da cui ci lasciamo ogni giorno guidare. Molte volte abbiamo l’impressione di essere molto obbedienti nella vita di tutti i giorni, consumandoci e impegnandoci in tante cose che, in realtà, sono solo forme di idolatria di cui siamo profondamente schiavi. Non si tratta solo di quelle forme di dipendenza in cui è possibile cadere, ma anche di quelle esagerate attenzioni ai doveri della bontà, della fedeltà, della generosità, a causa dei quali annulliamo noi stessi pur di apparire come gli altri desiderano.
Risorgere con Cristo significa verificare bene se ciò a cui stiamo vincolando la nostra libertà sia realmente qualcosa che Dio ci ha chiesto e non un ideale di perfezione e di coerenza che stiamo faticosamente tentando di conquistare. Una verifica di questa libertà interiore non può che essere sempre la non paura di deludere le aspettative degli altri pur di testimoniare la novità e la verità di una vita da figli di Dio: «Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo» (5,28).
Le parole con cui il Vangelo odierno introduce la riflessione sul mistero del Verbo di Dio possono essere assunte come un approfondimento del repentino indurimento di cuore che i discepoli suscitano negli uomini del sinedrio:
«Chi viene del cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza» (Gv 3,31-32).
Dopo essere fuggiti, dopo aver tradito e rinnegato, i discepoli sono stati condotti dallo Spirito Santo dentro le profondità di una meravigliosa esperienza di intimità con il Signore risorto e con il suo ostinato desiderio di comunione con noi. Solo, però, dopo la Pentecoste, i discepoli sono potuti tornare, con la memoria del cuore, alle parole pronunciate da Gesù per scoprirne una profonda ricchezza spirituale:
«Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito» (Gv 3,33-34).
La Risurrezione è una porta che spalanca impensabili orizzonti di amore e di libertà solo per chi accetta di riconoscere in Cristo il testimone del Padre. Non è la prova scientifica di un ulteriore segmento di vita senza confine dopo la morte, ma la testimonianza che, già in questo mondo, si può accedere a un modo di vivere la nostra umanità che supera il peccatoperché è capace di rompere definitivamente con l’egoismo che ci fa essere individui soli e tristi. Obbedire a Dio anziché agli uomini non è altro che disobbedire alla paura di non poter condividere e comunicare agli altri questa passione d’amore per l’umanità, che non teme né il rifiuto né la morte.
fra R. Pasolini (nellaparola.it)

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«Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura». Può sembrare complesso questo passaggio del Vangelo di Giovanni, inserito nel dialogo con Nicodemo. Eppure c’è un’espressione che merita di essere sottolineata oggi: Gesù dà lo Spirito senza misura. Non in modo limitato, non con parsimonia, ma in abbondanza. Questo significa che Dio non entra nella nostra vita con calcoli o riserve. Dona il suo Spirito in pienezza.
È come dire che riversa in noi un amore sovrabbondante, capace di trasformare ciò che siamo e ciò che viviamo. In fondo, che cos’è che muove davvero la vita, se non l’amore? Ma quando la nostra vita è mossa dall’amore di Dio, allora cambia prospettiva. Non restiamo più prigionieri di una visione ridotta, ma impariamo a guardare tutto da un’altezza diversa. Quante volte, invece, i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre reazioni restano “terra terra”. Ci muoviamo dentro logiche strette, ripetitive, segnate dalla paura o dal calcolo. Eppure l’incontro con Cristo apre uno spazio nuovo. Chi accoglie il dono dello Spirito si accorge che le cose diventano più grandi, più profonde, più vere.
La vita spirituale, allora, è proprio questo passaggio: smettere di vivere in modo ripiegato, chiuso, limitato, e imparare a vivere secondo una misura più alta. Non è evasione dalla realtà, ma il modo più vero di abitarla. È lasciarsi portare dallo Spirito, che non toglie nulla alla nostra umanità, ma la dilata. Che non ci rende estranei alla vita, ma più capaci di viverla fino in fondo. E forse è proprio questo il dono più grande: scoprire che siamo fatti per molto di più di quello che spesso ci accontentiamo di vivere nelle nostre giornate e nella mediocrità di certe esperienze. La cosa che dovremmo detestare di più non sono le cadute. Infatti queste a volte dipendono solo dalla nostra debolezza. La cosa che dovremmo detestare di più è invece la mediocrità in cui certe volte è ridotta la nostra vita e la nostra vocazione. Per parafrasare una felice espressione di un maestro spirituale del nostro tempo, dovremmo dire che siamo delle aquile che si ostinano a vivere come polli.
L. M. Epicoco (famigliacristiana.it)

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@Silvia72266704 Buona giornata carissima Silvia! Certamente 🙏
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@BeppeBort Buongiorno Beppe sereno giorno. Ricordami in una preghiera.🙏🙏
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«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». E’ questa una delle parole centrali del Vangelo. Il soggetto è Dio Padre, origine di tutto il mistero creatore e redentore. I verbi “amare” e “dare” indicano un atto decisivo e definitivo che esprime la radicalità con cui Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte. L’oggetto e il beneficiario dell’amore divino è il mondo, cioè l’umanità. E’ una parola che cancella completamente l’idea di un Dio lontano ed estraneo al cammino dell’uomo, e svela, piuttosto, il suo vero volto: Egli ci ha donato il suo Figlio per amore, per essere il Dio vicino, per farci sentire la sua presenza, per venirci incontro e portarci nel suo amore, in modo che tutta la vita sia animata da questo amore divino. Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e donare la vita. Dio non spadroneggia, ma ama senza misura. Non manifesta la sua onnipotenza nel castigo, ma nella misericordia e nel perdono. Capire tutto questo significa entrare nel mistero della salvezza: Gesù è venuto per salvare e non per condannare; con il Sacrificio della Croce egli rivela il volto di amore di Dio. (Papa Benedetto XVI, Omelia, 4 novembre 2010)
(vaticannews.va)

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È PER ME… Il vangelo non ha bisogno di commento ma di un ascolto libero e disarmato. Il vangelo, letto, sta parlando a me. È dedicato a me! Sono Parole che parlano di Dio parlando dí me, e parlando di me parlano di Dio. Se accogliamo la parola dentro il nostro cuore riconosceremo che non sono il frutto di una nostra operazione ma sono un dono che libera e dona luce non solo a noi, ma anche a coloro che ci sono accanto. Fare luce significa fare verità: lasciare che quello che ci abita venga illuminato da una luce che non è inquisitoria, né giudicante. Una luce che ci aiuti a guardarci fino in fondo, che sappia attraversare le resistenze che si annidano nelle nostre ombre: quelle che non vogliono fare la fatica di mettersi in gioco, di sbilanciarsi nel vuoto, di provare a immaginarsi in maniera diversa. Senza la pretesa di fare tutto e subito, senza lasciarsi accecare: chi fa la verità va verso la luce, in un cammino continuo. “La vita è una grande avventura verso la luce”. (Paul Claudel)


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… «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).
Nel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, questo modo di leggere e interpretare la storia da parte di Dio si rivela essere una vera e propria spada a doppio taglio, il cui esito è rimandato alla nostra libertà di accoglienza: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (3,18).
Nutriamo tutti una certa paura nei confronti dei giudizi degli altri, pensando che la loro pericolosità sia sempre da imputare a qualcosa di brutto che di noi può essere accusato o svelato. La condanna di cui parla il Signore Gesù nel Vangelo – quella tenebra in cui possiamo sprofondare se restiamo ostili alla luce della rivelazione – non è in alcun modo da intendersi come una sottolineatura della nostra realtà agli occhi di Dio. È, semmai, quella distanza da Dio a cui ci condanniamo se rifiutiamo di credere che il nostro valore ultimo non possa essere mai ridotto alla somma dei nostri pregi al netto degli errori che abbiamo fatto:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
La vita inizia a diventare senza fine e senza confini, quando (ri)cominciamo a credere che sia possibile esistere davanti a un Dio che non misura mai la sua fedeltà nei nostri confronti a partire dai traguardi che abbiamo raggiunto, ma sempre e solo dal desiderio di condividere con noi la sua natura d’amore.
A noi è affidata la responsabilità di vigilare su quale tendenza prevalga nel nostro cuore, dopo aver vissuto l’esperienza di questo amore folle e smisurato che Dio nutre per la nostra umanità creata a sua immagine e somiglianza. Gesù, nel Vangelo, svela quel raffinato meccanismo in cui sappiamo barricarci quando non vogliamo in alcun modo essere smascherati nella nostra complicità con le tenebre:
«Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate» (Gv 3,20).
Questa libertà di incamminarsi verso Dio oppure di rimanere chiusi in una vita segnata da egoismo e solitudine può diventare una chiave di lettura per interpretare la pagina di liberazione attestata negli Atti degli Apostoli. Imprigionati dietro le sbarre di un carcere, i discepoli si sono scoperti in grado di poter insegnare nuovamente il messaggio evangelico per il semplice fatto di aver udito e accolto una parola di liberazione nel cuore della loro segregazione: «Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare» (At 5,21). Mentre gli apostoli escono dalla galera e iniziano a diffondere l’annuncio del vangelo, le guardie vanno a prelevarli in prigione e si imbattono in una situazione paradossale e sconcertante:
«Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno» (At 5,23).
L’ambiguità della narrazione ruota attorno al dubbio se le porte del carcere siano realmente state aperte o siano rimaste chiuse. Forse la risposta più esatta al dubbio – non solo esegetico – è che, come in ogni manifestazione di Dio, le porte della salvezza si spalancano per gli uni mentre restano serrate per gli altri. Le guardie sono rimaste ferme e sorde al loro posto, senza accorgersi di nessun angelo che avesse condotto i prigionieri verso la libertà. Gli apostoli, invece, hanno vissuto un’esperienza di liberazione così forte da non poter esser trattenuti in alcun modo nella loro volontà di testimoniare la luce vera della Pasqua di Cristo, quella capace di illuminare ogni uomo:
«Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21)
fra R. Pasolini (cercoiltuovolto.it)

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PAROLE DI MIELE
Siamo al versetto centrale del vangelo di Giovanni, a uno stupore che rinasce ogni volta davanti a parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni: Dio ha tanto amato il mondo…
Gesù sta dicendo a Nicodemo, e a noi: Dio ha considerato il mondo, anzi ogni uomo, più importante di se stesso. Per acquistare me, ha perduto se stesso. Follia della croce. Follia d’amore. QUI possiamo RINASCERE.
Ogni amato nasce dal cuore di chi lo ama. Nasce alla fiducia, alla speranza, alla voglia di amare, di vivere, di custodire e coltivare persone e cose, e ogni più piccolo giardino di Dio.
Rinascere dall’alto, guardando le cose in modo nuovo, da un pertugio apertosi in alto, da una prospettiva alta: il cuore di Dio.
Vi invito a gustare la bellezza di questi verbi al passato:
Dio ha amato, il Figlio è dato. Mi dicono non una speranza (Dio ti amerà), ma un fatto sicuro: Dio è già qui, ha intriso di sé il mondo, e il mondo è imbevuto di lui. A prescindere da me, indipendentemente da me, senza condizioni, senza clausole. Che io sia amato dipende da Lui, non dipende da me.
La salvezza è che Dio mi ama, non che io lo amo.
Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama. Prima di ogni nostra risposta.
Ciò che devo fare è non mettere dighe, barriere fra me e il torrente impetuoso dell’amore di Dio.
Ha tanto amato da dare suo Figlio. Nel vangelo il verbo AMARE si traduce sempre con un altro verbo, semplice, asciutto, concreto, fattivo: il verbo DARE.
Amare nel vangelo non è un fatto di emozioni, come l’intenerirsi per la primavera, i fiori o i cuccioli, ma è un fatto di mani, un “dare”: mani che offrono aiuto, che spezzano il pane, che porgono un bicchiere d’acqua fresca.
Buona giornata, allora.
E SAPPIATEVI AMATI!
P. Eemes Ronchi (cercoiltuovolto.it)

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“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Mi piacerebbe che rileggessimo più e più volte queste parole del Vangelo di oggi. Le lasciassimo così scendere fin nel profondo del nostro cuore. A me creano una profonda commozione.
Sapermi amato a tal punto da sapere che Dio ha chiesto al proprio Figlio di sacrificarsi per me non mi lascia indifferente. La fede non è tanto credere delle cose su Dio, ma credere di più in noi stessi accettando di essere amati così per davvero. Ci svalutiamo troppo. Crediamo di più alla nostra tenebra che alla luce con cui siamo guardati: “ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie”.
Ai nostri occhi è più credibile il bicchiere mezzo vuoto. Ci guardiamo quasi sempre con giudizio, con sensi di colpa e non riusciamo a cogliere invece lo sguardo che Dio ha su di noi. Uno sguardo che dice: “Tu vali! Vali a tal punto che sono morto per te”. Non ci dice questo per far nascere in noi gratitudini o sensi di colpa. Dio non ha bisogno dei nostri grazie, o delle nostre frustrazioni.
Egli ha bisogno della nostra felicità. L’unica cosa che davvero dà gloria a Dio è essere felici. Perché l’unica cosa che appaga uno che ama è sapere che chi sta amando è felice. Per quella felicità darebbe via anche se stesso. E Dio lo ha fatto veramente.
L. M. Epicoco (fededuepuntozero.com)

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