
fabio De Vivo
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fabio De Vivo
@DeVivoFa
geneticamente GRANATA


LETTERA APERTA PER LA MORTE DI MIO FIGLIO GIOVANNI. Mi chiamo Carlo Iannelli, sono nato a Prato l’11 luglio 1963, dove risiedo. Sono il padre di Giovanni Iannelli, giovane corridore pratese di 22 anni, morto il 5 ottobre 2019 a Molino dei Torti (AL), a poco più di 100 metri dalla linea di arrivo, durante la volata finale di una corsa ciclistica. Mio figlio è deceduto a seguito di un violento impatto con la testa contro lo spigolo di una colonna di mattoni rossi sporgente sulla carreggiata. Un ostacolo non protetto. Un ostacolo che non avrebbe mai dovuto trovarsi in quelle condizioni lungo un rettilineo d’arrivo. Gli organizzatori della gara non hanno predisposto alcuna protezione per ostacoli pericolosi presenti sul percorso, in violazione di norme, regolamenti e basilari principi di sicurezza. Sono un avvocato, iscritto all’Albo di Prato dal 1990. Ho dedicato oltre 30 anni al ciclismo: ho organizzato centinaia di gare, sono stato Vice Presidente del Comitato Regionale Toscano della Federazione Ciclistica Italiana e giudice degli organi di giustizia federale per oltre un decennio. So esattamente di cosa parlo. I FATTI La corsa era organizzata dal G.S. Bassa Valle Scrivia. Numerose figure istituzionali e sportive erano presenti quel giorno. Nonostante ciò: non furono adottate adeguate misure di sicurezza sul rettilineo finale; non vennero effettuati rilievi completi e adeguati nell’immediatezza del fatto; non furono raccolte testimonianze fondamentali; non vennero sequestrati elementi utili alle indagini. Il rapporto di gara non segnalò alcuna anomalia. GLI ACCERTAMENTI SPORTIVI La Corte Sportiva di Appello della Federazione Ciclistica Italiana ha accertato: la non conformità della transennatura; la pericolosità del rettilineo d’arrivo. Irregolarità gravi e direttamente collegate alla morte di mio figlio. IL PROCEDIMENTO PENALE Nonostante ciò: la Procura della Repubblica di Alessandria ha richiesto l’archiviazione; l’opposizione della famiglia è stata dichiarata inammissibile; le successive richieste di riapertura delle indagini sono state respinte. Non sono mai stato convocato per essere ascoltato. LE VALUTAZIONI TECNICHE Numerosi esperti del mondo del ciclismo, tecnici, periti e professionisti del settore hanno evidenziato gravi negligenze e omissioni nell’organizzazione della gara. Perfino il presidente della società organizzatrice ha ammesso di non aver verificato la sicurezza dell’ultimo chilometro. Eppure, tutto questo non è bastato nemmeno ad avviare un processo. LA MIA RICHIESTA Chiedo una cosa semplice e fondamentale: che venga celebrato un processo. Un processo è il luogo naturale in cui accertare la verità, nel contraddittorio tra le parti, nel rispetto delle regole e della giustizia. Negare un processo significa negare la possibilità stessa di accertare i fatti. UNA QUESTIONE DI GIUSTIZIA E CIVILTÀ Chiedere un processo non è solo un diritto della mia famiglia. È una questione di civiltà. È rispetto per un ragazzo che ha perso la vita mentre praticava lo sport che amava. È rispetto per chi, con la donazione degli organi, ha salvato altre vite. È tutela per tutti i corridori, di oggi e di domani. Perché tragedie come questa non si ripetano mai più. CONCLUSIONI In questi anni mi sono rivolto a tutte le istituzioni competenti, senza ottenere risposte concrete. Non mi fermerò. Continuerò a chiedere verità e giustizia per mio figlio Giovanni, finché ne avrò la forza. Non sono in cerca di visibilità. Sono un padre che chiede giustizia. Prato, 1 maggio 2026 Carlo Iannelli Giustizia per Giovanni – Sicurezza per tutti #verita #giustizia #veritaegiustiziapergiovanniiannelli



























