Ferdinando Cotugno

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@FerdinandoC

Giornalista. Curo Areale, una newsletter sul clima. Parlo in Ecotoni, un podcast sui boschi. Ho scritto Primavera ambientale, un libro sull'attivismo.

Katılım Mayıs 2009
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L'unico modo per essere felici è darsi delle regole.
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In questi giorni l'uomo più ricco del mondo continua a dire - nelle conversazioni con neonazisti che fa sul social che si è comprato - che ogni civiltà evoluta deve avere due pianeti, perché uno non basta. Ed è singolare che proprio oggi, mentre ascoltiamo le fantasie di civiltà multi-planetaria come se la vita fosse un franchising, e proprio mentre il luogo più pieno di immaginario della nostra civiltà è bruciato - proprio oggi, dicevo, siano usciti i dati su come sta andando la vita fisica e chimica su quello che a tutti gli effetti è l'unico pianeta che abbiamo, si chiama Terra, terzo del sistema solare, quello lì, dove siamo nati e dove moriremo. Sono i dati del servizio Copernicus: se fossimo una specie che sa badare a se stessa, oggi non ci sarebbe notizia più importante. Non sono dati sorprendenti, perché la termodinamica non è un viaggio dell'eroe pieno di svolte improvvise ma un processo stolido e inesorabile, ma sono importanti. Il 2024 è ufficialmente il primo anno che abbiamo passato per intero sopra la soglia di 1.5°C di aumento di temperatura: i dataset dal 1850 a oggi dicono che non ha mai fatto così caldo, noi ovviamente non conosciamo nessuno che abbia vissuto prima del 1850 né nessuno che abbia conosciuto qualcuno che ci avesse vissuto, questa è l'estensione del danno intergenerazionale. Abbiamo reso la Terra fisicamente irriconoscibile. I dieci anni più caldi nella storia dell'umanità sono stati tutti negli ultimi dieci, in ordine un po' sparso (1. 2024, 2. 2023, 3. 2016 e così via). Ci sono state tre intere stagioni da record di temperatura: inverno boreale, primavera boreale, estate boreale. Il 22 luglio è stato il giorno con la temperatura media più alta mai registrata su questo nostro pianeta: 17.16°C. Copernicus ha una nota in cui dice: no, non abbiamo superato i limiti dell'accordo di Parigi, non bastano un anno o due, ma sforare entro fine anni 30 è «altamente probabile». Non sono cattive notizie, possiamo attrezzarci, organizzarci, lottare, batterci, c'è molto lavoro da fare, c'è margine, c'è futuro, c'è ancora tutto, ci sta un solo pianeta su cui farlo, e questo è male, ma è il tuo, ci vivi, e questo è bene.
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Los Angeles, you are too hot, canta Morrissey in First of the gang to die, difficilmente si riferiva a questo, lo chiamano «fire weather», meteo da fuoco, quello che ha creato le condizioni ideali per gli incendi che stanno assediando la contea di Los Angeles. La tempesta perfetta pirolitica è la combinazione di tre elementi: vento, siccità, temperature. «Che modo infernale di cominciare l'anno», detto il governatore Gavin Newsom. Ci sono varie notizie dentro i tre grandi roghi di Palisades, Eaton e Hurst che circondano LA come un triangolo di fuoco. Primo: ci sarà sempre meno una stagione degli incendi. Due: a seconda del climatologo con cui parli, lo chiamano «colpo di frusta» o «tiro alla fune». Dicono che gli anni dobbiamo vederli a coppie di due, poliziotto buono e cattivo, California esempio perfetto. 
Nel 2023 ha piovuto tanto, e la vegetazione è cresciuta, il fuoco ha apparecchiato. 
Nel 2024 non ha piovuto per niente, tutta quella vegetazione si è seccata, il fuoco ha cucinato. 
E ora è il 2025 e il fuoco può mangiare. 
Terza notizia: il fuoco va veloce. La domanda che ti devi fare non è: quanto è grande l'incendio, ma quanto è veloce l'incendio. Il Palisades ieri è passato in poche ore da quattro ettari (diciamo dimensioni del centro di allenamento di una media squadra di calcio) a milletrecento ettari. Fast moving fire li chiamano, quando superano la soglia di appetito di sedici chilometri quadrati al giorno. Veloci, infidi e imprevedibili. L'ingrediente che ha creato il disastro finale in California è stato il vento di Santa Ana fuori stagione, e c'è un vento molto simile a quello dalle nostre parti, il maestrale. Noi stiamo diventando sempre più bravi a spegnere gli incendi piccoli, ma non ci stiamo attrezzando per quelli grandi, e la California è una lezione, anche qui, in tanti territori, c'è stato un colpo di frusta, acqua, vegetazione che cresce, secco, vegetazione che diventa infiammabile, qualunque incendio possa apparire tra mesi dobbiamo iniziare a spegnerlo ora, attrezzando territorio e comunità. Perché quando c'è il meteo da fuoco, solo il meteo spegne l'incendio, e tu puoi solo scappare. Il resto della cronaca su Domani di oggi, con interviste a @gvacchiano e Giuseppe Delogu.
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Stamattina Antonio Gozzi, presidente di Duferco (siderurgia) e advisor di Confindustria, ha detto che l'obiettivo di decarbonizzazione europeo al 2050 è irraggiungibile, e che bisogna rivedere tutto, obiettivi tempi e modi della lotta alla crisi climatica, in modo che non sia più lotta ma accettazione (cosa sicuramente più accettabile per un miliardario europeo sessantenne) e ho pensato a quante volte si può dire una cosa falsa fino a farla diventare vera. E poi ho pensato alla distanza strategica di queste dichiarazioni dagli eventi climatici più dolorosi: sarebbe più onesto se avessero il coraggio di dirlo dopo Valencia o la Romagna, quando ci sono fango, paura e devastazione, che l'industria europea non vuole fare la sua parte. Invece aspettano che il clima plachi la sua furia, o che la porti lontano (in questa foto è Mayotte, dove gli ospedali hanno smesso di funzionare e non riescono nemmeno a contare i morti). Nessuno nega che quegli obiettivi siano difficili, richiedono una capacità di vedere il futuro che il capitalismo europeo sembra aver programmaticamente perso. Perché investire quando si può usare tutto lo spazio pubblico per lamentarsi del fatto che i propri insuccessi sono colpa di scienziati, ambientalisti o cinesi? L'industria europea sta venendo giù come cartapesta e la loro ricetta che è: continuare come se niente fosse, in un fortino sempre più ristretto di opzioni. La trasformazione industriale viene rifiutata anche perché porta con sé una ridefinizione profonda dei rapporti di lavoro. Nessun sindacato oggi dice no al Green Deal, dicono no al Green Deal senza innovazione e protezione per i lavoratori, perché altrimenti sarà rivolta sociale. In Europa la rivolta sociale è qualcosa che non si vede da generazioni. Se l'opzione è proteggere chi lavora o accettarne la rivolta, la risposta è: allora non facciamo niente, assolutamente niente, neghiamo, diciamolo ogni singolo giorno, con ogni mezzo, al prossimo disastro restiamo in silenzio per un po' e poi ricominciamo. Il risultato è che la vera ultima generazione sarà quella dei capitalisti che a colpi di disinvestimento ci faranno perdere sia l'industria europea che la stabilità climatica.
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E così ieri sera ho premuto Invia e ho consegnato il libro. Uscirà a marzo, per Guanda, che ne ha accettato ogni stranezza, a partire dall'idea di pubblicare un romanzo che non fosse propriamente un romanzo, che parlasse di carbone e petrolio, di famiglie e fantasmi, di clima e capitalismo, di Napoli e delle Isole Marshall, di costi irrisolti, urgenza e speranza. Il resto si vedrà quando sarà. Quando qualcuno mi chiede se vale la pena, scrivere un libro in tempi strani e distratti come questi, dico sempre si, sì col punto esclamativo, perché un libro è come una lettera che mandi al mondo, e poi non sai mai chi risponderà, e perché, e cosa farà succedere, dove ti porterà, e Primavera ambientale è stata una piccola lettera che ho mandato dalle mie viscere al mondo e ha fatto accedere cose incredibili alla mia vita, cose che non avrei mai pensato. Mi ha portato in posti impensabili. Poi mi sono chiesto cosa avrei fatto dopo, e a un certo punto ho capito che avevo voglia di scrivere un romanzo, e quindi l'ho scritto. Ci ho messo un anno, in cui sono andato in luoghi molto remoti del passato e del futuro, l'inizio del novecento e l'anno 2150, è stato faticoso e divertente. Questa foto l'ho scattata ad agosto in una fabbrica abbandonata da decenni a Napoli est, dove mi sono intrufolato la scorsa estate, guidato da nuovi amici e da un pescatore di frodo che voleva parlarmi di Piano Marshall e contrabbando di nafta. Scrivere un romanzo è l'attività meno solitaria che esista. Ti tocca diventare più vulnerabile di quanto tu sia comodo a essere, di quanto sia in generale sicuro essere per un essere umano, e per farlo non puoi stare da solo, e io non l'ho fatto da solo, e quindi è stato un atto di comunità e di amore, dato e ricevuto, di pagine lette ad alta voce, stanchezza senza redenzione e cura, tantissima cura. Dice Stephen King che il romanzesco è la verità dentro la bugia e poi dice, di IT, che la verità di quel romanzo è semplice: la magia esiste. E sì, il romanzesco è davvero la verità dentro la bugia, e la verità del mio romanzo sarà altrettanto semplice: il capitalismo ci ha tradito ma il futuro esiste. Per chi vorrà, ne parliamo a marzo, in primavera.
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Questa non è Calenzano, ma è come se lo fosse. È una foto del disastro del deposito Agip a Napoli, 1981, dicembre come oggi, stessa dinamica del deposito Eni in Toscana, qualcosa che va molto storto durante carico e scarico del combustibile. Morirono cinque persone, ci fu la nube tossica, migliaia di sfollati, un territorio ancora in attesa di una bonifica. Quel quartiere di Napoli, San Giovanni a Teduccio, è stato a lungo una delle più grandi zone di sacrificio fossile d'Italia, ma è un titolo molto conteso. Da ieri non faccio che pensare ai comitati di Calenzano che continuavano a ripetere: quei depositi sono troppo vicini, sono pericolosi, agli esposti di Medicina Democratica, a tutta la gente a cui hanno detto siete pazzi, fanatici, il deposito rimane qui, è sicurissimo. Come su quel disastro di Napoli, proveranno a scaricarla sui lavoratori, parleranno di errore umano, su alcuni giornali tra le parentesi è apparso il sabotaggio. Ma il combustibile fossile è questo, il fuoco credi di controllarlo ma è un animale in attesa e arriva il momento in cui non lo controlli più. L'Italia è piena di queste zone di sacrificio che scegliamo di non vedere mai, depositi di combustibile, raffinerie, oleodotti, gasdotti, rigassificatori. Per chi ci vive accanto e ci lavora è un odore e un terrore che ti accompagnano per tutta la vita. L'economia fossile funziona così: estrazione e scarico lontano dagli sguardi. Se sei dal lato sbagliato, peggio per te. Ieri guardavo un programma su Retequattro (...) e c'era un sindacalista della Uilm di Melfi, operai messi in mezzo a una strada da Stellantis. Il sindacalista ha ricordato i trasportatori morti e dispersi a Calenzano, ha detto che alcuni venivano dalla stessa terra, la Basilicata, e che quella generazione aveva avuto davanti la stessa alternativa: le macchine o il petrolio. Il disastro di Calenzano è l'immagine di un intero modello di sviluppo da ripensare, perché sta cedendo da tutte le parti, insicuro, pericoloso, inquinante, tossico, costoso, senza futuro. Un sistema che sta tradendo tutti.
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In quanti modi può cambiare fisicamente il mondo? «Le siccità a un certo punto finiscono, ma l'aridità è una trasformazione permanente. Quando un'area diventa arida, la sua capacità di tornare allo stadio precedente è persa». In Arabia Saudita è in corso una COP che viene considerata minore solo per il nostro autolesionismo biologico: quella sulla desertificazione. Negli ultimi tre decenni un'area più grande dell'India è passata da umida ad arida, in modo irreversibile. Tre quarti delle terre emerse oggi sono più aride di quanto fossero trent'anni fa. E in totale il 40 per cento del mondo oggi è arido (escluso l'Antartide). Una catastrofe ecologica che diventa economica e sociale. L'Africa ha perso il 12 per cento del PIL tra il 1990 e il 2015 a causa di questa trasformazione permanente del mondo. Ne perderà il 16 per cento nei prossimi decenni: li stiamo desertificando a casa loro. E ci stiamo pure desertificando a casa nostra. Due siccità gravi in tre anni, una al nord e una al sud, in contesti completamente diversi, ma accomunati dall'essere parte della trasformazione del mondo. Nei prossimi 25 anni un essere umano su tre affronterà in qualche sua forma la siccità, che si è aggravata del 29 per cento. Il nostro è un mondo nuovo che ha bisogno di mappe nuove: l'italiana @CIMAFoundation ha sviluppato e presentato oggi alla COP16 sulla desertificazione in Arabia Saudita il World Drought Atlas, l'Atlante mondiale della siccità. Questa è la mappa dei conflitti sull'acqua degli ultimi tre anni. Questa è l'acqua (e la sua assenza).
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Il capo della Banca Mondiale aveva chiesto una cifra più alta, la bolla clima sta celebrando un pareggio come una vittoria perché questi sono tempi in cui i pareggi sono vittorie e anche 23,7 miliardi da 59 paesi donatori (tra cui quota principale i G7) è qualcosa da celebrare.
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Il fondo si chiama IDA (International Development Association), è la più importante fonte di capitale internazionale contro la crisi climatica. Va a 78 paesi, la maggior parte in Africa sub-sahariana, metà dei fondi in adattamento, difficile da finanziarie con ogni altra fonte.
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La Banca Mondiale ha aumentato i finanziamenti per lo sviluppo. Di quanto? Di pochissimo, da 23,5 a 23,7 miliardi sono cresciute le donazioni dei paesi, che contribuiranno ad arrivare a un totale di 100 miliardi di dollari con altra finanza mobilitata (prima erano 93 miliardi).
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La trilogia di fallimenti del multilateralismo ambientale di questa faticosissima fine d'anno, dopo Calì e Baku, si è chiusa a Busan, in Corea del Sud, con l'esito peggiore: i negoziati per un trattato sulla riduzione della produzione di plastica si sono «riaggiornati», senza una data né un orizzonte, perché i paesi non si sono trovati d'accordo su niente, e quindi niente trattato, nemmeno le basi per un trattato, solo l'arto fantasma di un trattato che non c'è. Il negoziato internazionale sulla plastica si trova oggi, a fine 2024, dove si trovava quello per il clima negli anni '90: all'anno zero, in cui c'è solo la consapevolezza dell'enormità del problema e poco altro. Sappiamo solo che non ne usciremo riciclando, e chiunque dica il contrario sta mentendo: solo il 10% della plastica trova nuova vita come altra plastica, il resto viene incenerito, o finisce in una discarica, nei fiumi, negli oceani. Intanto le microplastiche sono un'onda di marea che sta entrando nel nostro corpo, nel sangue, nei tessuti, nei genitali. Stiamo trasformando i nostri corpi in discariche dei nostri consumi, è una specie di esperimento scientifico collettivo, siamo la prima generazione che ingerisce e assorbe tutta quella roba provando a vedere quanto reggiamo in questo ibrido post umano di plastica, acqua e sangue, ormai metà umani e metà bottigliette. Dal punto di vista politico, i paesi con più interessi nella produzione di plastica (che è a sua volta il piano B dell'intera industria petrolifera, nel caso la decarbonizzazione dei sistemi energetici fosse più veloce del previsto), hanno imparato la lezione dell'accordo di Parigi, che ha fatto male ai loro interessi, pur con tutte le sue fragilità, e allora la trincea è «riaggiornarsi», e fare di tutto perché non si trovi mai il punto di caduta per un trattato, del quale si parla da anni, nel solito generale disinteresse collettivo, e nel frattempo spendere milioni in campagne di disinformazione con per convincerci che non c'è nessun bisogno di rinunciare alla plastica, che basterà riciclare meglio. La plastica ormai non è più solo un problema ambientale, ma di salute collettiva, perché l'ambiente contaminato ora siamo noi.
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Le richieste dei paesi in via di sviluppo a COP29 non potevano essere espresse in modo più chiaro di come ha appena fatto il portavoce G77 Adonia Ayebare. "Vogliamo un titolo a questa storia e in quel titolo ci devono essere i trilioni".
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"Questa non è beneficenza e voi non siete donatori". Gli ultimi giorni di COP29 si svolgono tra finanza e semantica. I delegati del sud globale presidiano anche le parole, perché il clima è un debito e loro, a Baku, sono venuti a riscuoterlo. I paesi occidentali, diventati quello che sono a colpi di colonialismo e carbonio, sono di fronte alla riscossione. 
Devono pagarlo? 
Legalmente, certo che sì. È un principio dell'accordo di Parigi, che siamo stati felici di firmare, facendoci fotografare mentre salvavamo il clima con penna su carta intestata. Poi abbiamo scoperto che penna e carta intestata da sole non bastavano. Lo faranno? Lo sapremo venerdì. Conviene farlo? 
Forse si. Un'enorme porzione di umanità, demograficamente esplosiva, inquieta e in crescita, si trova di fronte a un bivio: fare come gli occidentali o in modo diverso. Ridefinire il modello di sviluppo è un'idea diversa a seconda di dove sei nella traiettoria di sviluppo. Noi stiamo già rallentando, ma rallentare è più facile sul plateau dove siamo. È difficile per gli altri, all'inizio della parabola o ancora prima di quell'inizio, quella delle prime volte, il primo frigo, il primo aereo, la prima generazione senza black-out. Se emetteranno come noi, il pianeta non potrà più reggere e inizierà a liberarsi di noi, a partire da noi europei, che viviamo in un continente prospero e fragile. Nessuno a Valencia pensava che Valencia avrebbe significato crisi climatica per generazioni, nessuno sa quale sarà la prossima città a essere metonimia del collasso. Se il mondo altro avrà uno sviluppo diverso, potremo contenere le emissioni e la termodinamica. Questo è il bivio in cui siamo. Che lato imboccheremo è una domanda finanziaria, 1300 miliardi dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo sono tanti. Dentro questo camion di soldi non c'è solo un imperativo morale, ma un principio di auto-conservazione. Qui nessuno ha voglia di dire grazie occidente, che ormai è una cosa che l'occidente si dice da solo. Se abbiamo davvero voglia di dircelo da soli con costrutto, questo grazie occidente, ecco un modo: 1300 miliardi di dollari per scegliere, per una volta, il lato giusto del bivio dello sviluppo.
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Più che una manifestazione, questo è un funerale. Tre anni fa, c'erano centomila persone per le vie di Glasgow a custodire e stimolare il negoziato climatico delle COP26. Poi l'Egitto e gli Emirati, dove le proteste si erano barricate dentro le COP ma erano state comunque, pur nei limiti dello spazio, vibranti, potenti e urlate. E ora, a Baku, in Azerbaijan, governo amico e affine all'Italia, questo è il massimo consentito dall'ONU. Che ha dato ai manifestanti un'alternativa: o un'assemblea a porte chiuse, o questo strano, assurdo, tristissimo e potente allo stesso tempo corteo funebre in cui si seppellisce l'idea di un tempo, che questi fossero spazi aperti e inclusivi, dove il cambiamento poteva essere innescato dalla partecipazione pubblica. Non solo non si possono nominare paesi e aziende, ma non si può nemmeno parlare. Non si può dire niente. Solo schioccare le dita e mormorare. Questo è quello che ha preteso la sicurezza ONU per far uscire i manifestanti dalla sala chiusa e sorvegliata e farli entrare nei corridoi della COP (per le vie di Baku ovviamente non se ne parla nemmeno). Le conferenze sul clima sono diventate, purtroppo, anche questo: se le organizzi, puoi tranquillamente dire che petrolio e gas sono un dono di Dio. Ma se vuoi dire la cosa opposta, tutto quello che puoi fare è mormorare e schioccare le dita. Una di quelle cose cosi tristi che fanno tutto il giro, è il momento pugno nero sollevato in silenzio dei movimenti per il clima. A modo suo: storico. Sicuramente: un punto di non ritorno, alla terza autocrazia di fila a cui è stata affidata la conferenza sui cambiamenti climatici.
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@jacopaso Sono calati anche i numeri assoluti della Cop però (da 83k a 66k). Quindi proporzione simile.
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Numero chiave della COP29: 1773, il numero di rappresentanti dell'industria oil&gas presenti a Baku, sono la quarta delegazione in numeri assoluti, più dei delegati dei dieci paesi più vulnerabili sommati. Si prendono la briga di venire fin qui in numeri così grandi perché riconoscono (e temono) il valore di questo processo.
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Reazione a catena di matrice trumpiana: il governo di Milei ha deciso di ritirare la delegazione dell'Argentina da COP29 e dai negoziati. Cosi. Di botto. Senza senso. Un brutto colpo, un segnale di come la destra sovranista sta provando a far deragliare tutto il lavoro sul clima.
Tais Gadea Lara@TaisGadeaLara

🇦🇷 El gobierno de Milei decidió retirar a la delegación argentina de la conferencia climática #COP29 y no participará en las negociaciones. Me lo confirmaron de la subsecretaría de Ambiente de la Nación En breve nota en @Climatica con lo que esto realmente implica

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Ronaldinho 🤝 La lotta ai cambiamenti climatici.
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@marcocattaneo @ricsallustio No, per me invece è un segnale preciso. Meloni è sempre stata scettica sul nucleare, e non averlo menzionato è un bello schiaffo al suo ministro, che ne parla sempre, e a Salvini.
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In un mondo che brucia e si allaga, oggi, di cosa ha parlato Meloni a COP29? Di fusione nucleare. Non ha menzionato la fissione, che almeno è un'opzione reale, ma la fusione, che è un'energia che non esisterà per decenni, gli unici che abbiamo per risolvere la crisi climatica.
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