Gaetano Mosca

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Gaetano Mosca

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@GaetanoMosca8

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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
Vi siete chiesti per quale motivo nessuno dice più che le sanzioni verso la Russia non funzionano? Perché chi derideva i 20 pacchetti di restrizioni europee, oggi non ride più? Il magazine Fortune ha pubblicato un articolo col quale conferma che i peggiori incubi del Cremlino si stanno materializzando molto più velocemente del previsto e che l’economia russa ormai fa acqua da tutte le parti. Che le cose stessero andando molto peggio di quanto preventivato lo si era capito nella recente riunione nella quale Putin ha rimproverato Governo e Banca Centrale per gli insoddisfacenti dati di crescita, ottenendo imbarazzati silenzi da parte di chi non aveva certo la possibilità di rispondere che quei dati erano dovuti alla guerra criminale e suicida che proprio lui aveva scatenato. La differenza tra numeri reali è in effetti non di poco conto: nei primi tre mesi dell’anno il PIL russo si è contratto dello 0,5% anziché crescere del 1,6%. L’inflazione ancora fuori controllo, a causa delle due guerre, costringe infatti la Banca Centrale a tenere alti i tassi di interesse, i quali a loro volta si traducono in costi per lo più insostenibili per le aziende che devono accedere al credito. Una necessità che riguarda soprattutto le imprese civili, le quali non godono degli stessi incentivi ed agevolazioni di quelle militari, e che hanno visto in questi anni precludersi mercati esteri a causa delle sanzioni e calare la domanda interna, con conseguente inevitabile indebitamento. Molte aziende già indebitate prima della guerra, si vedono peraltro ora costrette a rifinanziare i loro debiti a costi infinitamente superiori. La conseguenza è che, secondo quanto riportato anche dal quotidiano Izvestia, il 25% del mercato obbligazionario sarebbe a rischio di insolvenza e si tratterebbe di una una tendenza sistemica, dal momento che, scrive ancora Fortune, “il volume del debito da rifinanziare quest'anno è circa il doppio rispetto all'anno scorso, esercitando pressione sui flussi di cassa e intensificando la concorrenza per la liquidità”. Già nel giugno scorso banche e imprese avevano avvisato del rischio di una crisi del debito e di una finanziaria, un think tank statale a dicembre aveva confermato i timori di una crisi bancaria entro ottobre mentre diversi funzionari russi avevano anticipato quel possibile termine all’inizio dell’estate, a causa dell’impossibilità delle imprese di rifondere i propri debiti e visto l’aumento vertiginoso di insolvenze, che a gennaio aveva raggiunto un totale di 109 miliardi di dollari di fatture non pagate. Non è un caso che gli 11 default del 2024, siano più che raddoppiati nel 2025 e che quella stessa cifra si sia registrata solo nei primi tre mesi del 2026. Il modello economico costruito dal Cremlino dopo il 2022, oggi più che mai, sembra sempre più dipendere da una spirale di spesa pubblica, debito e militarizzazione permanente, che funziona come una droga: ti consente di operare al di sopra delle tue reali possibilità, ma ti uccide lentamente. Allo stesso modo l’economia russa oggi sopravvive grazie alla sconsiderata spesa pubblica (che ha già portato a bruciare in tre mesi il deficit programmato dell’intero anno), ma ogni giorno che passa la totale dipendenza dalla guerra rende più difficile la prospettiva di una sopravvivenza del “tossicodipendente” in tempo di pace. Comunque la si guardi, il dato resta che il fattore tempo non gioca più a favore di Mosca e Putin non è più nella posizione di poter imporre condizioni vessatorie all’Ucraina. Ma significa anche che le politiche europee di sostegno verso Kyiv hanno raggiunto lo scopo che si prefiggevano, cioè aiutare l’aggredito a difendersi e rendere la guerra un totale fallimento per l’aggressore, un risultato che dovrebbe far riflettere e vergognare i tanti che chiedevano di abbandonare un intero popolo al suo destino perché spacciato, in una guerra che non aveva alcuna possibilità di vincere. Per questi collaborazionisti non credo esista posto abbastanza lontano o abbastanza nascosto per sfuggire alla vergogna di aver provato a svendere 44 milioni di vite e la libertà di noi tutti, per vanità personale, ideologia o nella speranza di avere un posto al sole nel distopico mondo del quale celebravano l’imminente avvento.
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乌克兰战争•最新进展🇺🇦
#乌克兰今日 乌克兰军人在战斗,抵御俄罗斯入侵者。请告诉他们,你支持乌克兰的留言信息。
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Roberto Avila
Roberto Avila@avila92796·
Sarebbe finalmente giunto il momento di liberarci di questo problema?
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Gaetano Mosca
Gaetano Mosca@GaetanoMosca8·
@avila92796 E questo essere vorrebbe governare una nazione come l'Italia. Assurdo. Propagandista del nulla, oltreché fascista. Vorrebbe portarci 100 anni indietro, come ai tempi del suo eroe mussolini. Naturalmente non ci riuscirà
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Andrea Valdesolo
Andrea Valdesolo@AndreaValdesolo·
@pecoraroluca883 🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺✊️✊️✊️✊️✊️✊️✊️🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺💪💪💪💪💪💪💪💪🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺🇷🇺
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Segrate, Lombardia 🇮🇹 QME
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Luca Pecoraro
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Gaetano Mosca
Gaetano Mosca@GaetanoMosca8·
@marioenrico191 @pecoraroluca883 Avete problemi mentali. Viva l'Ucraina. Sempre e ovunque. Paese libero e orgoglioso, mentre i poveri russi, sono tenuti all'oscuro di tutto e minacciati dal bastardo anche solo pensano. Tra poco lo caccieranno a calci e schiaffi
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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
C'è stato un tempo in cui la Piazza Rossa ogni 9 maggio tremava sotto i cingolati dei T-90 e si oscurava all'ombra minacciosa dei missili intercontinentali. Quella parata non è solo il momento nel quale il regime dà sfoggio della propria potenza militare nel costante e voluto equivoco tra deterrenza e minaccia. Le celebrazioni della vittoria dell’Unione sovietica contro i nazisti sono anche l’occasione migliore per alimentare la retorica dell’assedio, della continua minaccia esterna che giustifica azioni militari “preventive” verso l’esterno e politiche sempre più repressive e liberticide entro i confini. Per questo la manifestazione-Bignami di ieri, malignamente “autorizzata” con un decreto-beffa da Zelensky, e che sembra la versione ordinata su Temu di quelle degli anni precedenti, rende evidente in modo ancora più plastico rispetto ai segnali moltiplicatisi negli ultimi mesi, le enormi difficoltà nelle quali naviga il Cremlino, ma anche quanto le paranoie dell’ex spia del KGB divenuta zar, abbiano ormai superato persino quelle che avevano reso paradossali i protocolli di sicurezza per il COVID. Quarantacinque minuti in tutto, nessun mezzo militare, un discorso sbrigativo senza sostanziali novità, in linea con la narrazione vittimistica della guerra esistenziale che la Russia starebbe conducendo contro il mondo intero. Seguita, ed è forse questa la parte più interessante, da dichiarazioni rese davanti al manipolo di dittatori e presidenti di repubbliche immaginarie che hanno sfidato il pericolo che la tregua con l’Ucraina non reggesse, nel corso delle quali Putin ha detto che la guerra più grande da 80 anni a questa parte, starebbe, secondo lui “volgendo al termine”. Partendo dal presupposto che non c’è dittatura al mondo che possa permettersi di mostrare debolezza, va da sé che l’immagine di paura, isolamento e sia pur vaga apertura a negoziati che sancirebbero il fallimento di tutti gli obiettivi dell’“operazione militare speciale”, da parte di Putin non sono il segnale di una disponibilità che il leader ha voluto mostrare, ma semmai di una fragilità che non riesce più a nascondere. L’ulteriore giro di vite su libertà civili, libertà di stampa, social, connessioni a internet, attività delle ong certifica quanto alta sia la percezione del pericolo da parte di un dittatore che 4 anni fa aveva portato 60 km di carri armati alle porte di Kyiv, e che oggi deve invece dormire con un solo occhio chiuso e l’altro fisso al cielo, per timore che il paese che doveva diventare la sottomessa periferia del suo impero, e che nel frattempo è emersa come avanzata potenza tecnologica e militare, dirotti sul Cremlino uno dei migliaia di droni e missili autoprodotti che stanno devastando l’industria petrolifera russa, impedendole persino di approfittare dei prezzi alti del greggio derivanti dalla crisi iraniana. È indubbio che la militarizzazione dell’economia e gli ininterrotti pacchetti di sanzioni abbiano eroso la fedeltà delle élite verso lo zar. Inoltre continuano a moltiplicarsi i sintomi di una popolazione sempre più stanca e resa irrequieta dall’inflazione galoppante, dai tassi di interesse folli, dai morti, dalle privazioni imposte alla quotidianità soprattutto dei più giovani (come le ripetute chiusure delle connessioni ad internet), che suonano come la violazione di quel patto non scritto col quale Vladimir Putin, nel quarto di secolo e oltre di governo assoluto, si è preso il potere in cambio della promessa di benessere, di riscatto dalla miseria e dall’umiliazione che avevano afflitto il paese subito dopo il crollo dell’URSS. C’è consapevolezza che la diplomazia deve dunque ora correre come i soldati in parata, per poter stare nei tempi, i quali non sono però più decisi dal Cremlino. Il declino accelerato dell’economia, il calo demografico, la totale assenza di successi sul campo di battaglia, che fino a poco tempo fa potevano essere ignorati, ora rischiano di combinarsi in modo letale con la crisi di consensi di Trump, il mediatore di parte sul quale il Cremlino contava per chiudere una partita che non riesce a concludere sul piano militare. I sondaggi USA, che preannunciano una batosta per i repubblicani alle elezioni di medio termine di novembre, aprendo scenari inimmaginabili per il tycoon, rischiano ora di dimezzare il quadriennio che lo zar si era dato per approfittare dei buoni uffici dell’agente Krasnov e vincere (barando) la sua sporca guerra. Il rischio è infatti che si debba anticipare di 24 mesi il termine ultimo per ottenere non più un trionfo, ma una via d’uscita non disonorevole per quella che ogni giorno di più assume i contorni di una chiara sconfitta, e che l’intera classe dirigente debba elemosinare per se stessa una non più scontata incolumità politica. Perché quello che appare sempre più evidente è che una volta chiusa questa finestra di opportunità, di finestre potrebbero aprirsene altre. E le finestre aperte a Mosca non sono mai una buona notizia per chi è ai piani alti.
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