
Vi siete chiesti per quale motivo nessuno dice più che le sanzioni verso la Russia non funzionano? Perché chi derideva i 20 pacchetti di restrizioni europee, oggi non ride più?
Il magazine Fortune ha pubblicato un articolo col quale conferma che i peggiori incubi del Cremlino si stanno materializzando molto più velocemente del previsto e che l’economia russa ormai fa acqua da tutte le parti.
Che le cose stessero andando molto peggio di quanto preventivato lo si era capito nella recente riunione nella quale Putin ha rimproverato Governo e Banca Centrale per gli insoddisfacenti dati di crescita, ottenendo imbarazzati silenzi da parte di chi non aveva certo la possibilità di rispondere che quei dati erano dovuti alla guerra criminale e suicida che proprio lui aveva scatenato. La differenza tra numeri reali è in effetti non di poco conto: nei primi tre mesi dell’anno il PIL russo si è contratto dello 0,5% anziché crescere del 1,6%.
L’inflazione ancora fuori controllo, a causa delle due guerre, costringe infatti la Banca Centrale a tenere alti i tassi di interesse, i quali a loro volta si traducono in costi per lo più insostenibili per le aziende che devono accedere al credito. Una necessità che riguarda soprattutto le imprese civili, le quali non godono degli stessi incentivi ed agevolazioni di quelle militari, e che hanno visto in questi anni precludersi mercati esteri a causa delle sanzioni e calare la domanda interna, con conseguente inevitabile indebitamento. Molte aziende già indebitate prima della guerra, si vedono peraltro ora costrette a rifinanziare i loro debiti a costi infinitamente superiori.
La conseguenza è che, secondo quanto riportato anche dal quotidiano Izvestia, il 25% del mercato obbligazionario sarebbe a rischio di insolvenza e si tratterebbe di una una tendenza sistemica, dal momento che, scrive ancora Fortune, “il volume del debito da rifinanziare quest'anno è circa il doppio rispetto all'anno scorso, esercitando pressione sui flussi di cassa e intensificando la concorrenza per la liquidità”.
Già nel giugno scorso banche e imprese avevano avvisato del rischio di una crisi del debito e di una finanziaria, un think tank statale a dicembre aveva confermato i timori di una crisi bancaria entro ottobre mentre diversi funzionari russi avevano anticipato quel possibile termine all’inizio dell’estate, a causa dell’impossibilità delle imprese di rifondere i propri debiti e visto l’aumento vertiginoso di insolvenze, che a gennaio aveva raggiunto un totale di 109 miliardi di dollari di fatture non pagate. Non è un caso che gli 11 default del 2024, siano più che raddoppiati nel 2025 e che quella stessa cifra si sia registrata solo nei primi tre mesi del 2026.
Il modello economico costruito dal Cremlino dopo il 2022, oggi più che mai, sembra sempre più dipendere da una spirale di spesa pubblica, debito e militarizzazione permanente, che funziona come una droga: ti consente di operare al di sopra delle tue reali possibilità, ma ti uccide lentamente. Allo stesso modo l’economia russa oggi sopravvive grazie alla sconsiderata spesa pubblica (che ha già portato a bruciare in tre mesi il deficit programmato dell’intero anno), ma ogni giorno che passa la totale dipendenza dalla guerra rende più difficile la prospettiva di una sopravvivenza del “tossicodipendente” in tempo di pace.
Comunque la si guardi, il dato resta che il fattore tempo non gioca più a favore di Mosca e Putin non è più nella posizione di poter imporre condizioni vessatorie all’Ucraina. Ma significa anche che le politiche europee di sostegno verso Kyiv hanno raggiunto lo scopo che si prefiggevano, cioè aiutare l’aggredito a difendersi e rendere la guerra un totale fallimento per l’aggressore, un risultato che dovrebbe far riflettere e vergognare i tanti che chiedevano di abbandonare un intero popolo al suo destino perché spacciato, in una guerra che non aveva alcuna possibilità di vincere.
Per questi collaborazionisti non credo esista posto abbastanza lontano o abbastanza nascosto per sfuggire alla vergogna di aver provato a svendere 44 milioni di vite e la libertà di noi tutti, per vanità personale, ideologia o nella speranza di avere un posto al sole nel distopico mondo del quale celebravano l’imminente avvento.

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