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Inquieta Cronica
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@ICronica
Tutta colpa dei miei genitori, prima di nascere non ero cosi'.
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@Adriano61296656 Abbiamo mangiato benissimo in un buffet tipico 😋
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Sui 5 stelle
Giuseppe Conte ha fatto cadere il governo Draghi per un inceneritore. Un inceneritore. Non una riforma costituzionale, non una guerra, non una manovra economica. Un impianto per bruciare la spazzatura di Roma, una città che paga la TARI più alta d’Italia, dove la raccolta funziona male da anni e i rifiuti finiscono in Austria e in Olanda perché non c’è un posto dove trattarli.
Nel decreto Aiuti c’era una norma che dava poteri speciali al sindaco Gualtieri per costruire un termovalorizzatore in vista del Giubileo. Una cosa concreta, necessaria, persino banale. Conte ha deciso che quello era il suo Rubicone. I ministri cinque stelle non hanno votato il decreto in Consiglio dei ministri, poi il Movimento non ha votato la fiducia al Senato. Draghi è salito al Quirinale e si è dimesso. Fine della storia. Anzi no: inizio dell’altra storia, quella che ci ha regalato la Meloni e ci sta mangiando vivi adesso.
Il punto non è solo luglio 2022. Il punto è la natura dell’uomo, quella che non cambia. Conte è fatto così: rompe le cose. Le rompe con quella faccia composta, quella voce morbida, quel tono da professore che ti spiega perché era inevitabile, perché la colpa è sempre di qualcun altro. Ha fatto saltare il suo stesso governo per non cedere una delega a Renzi, salvo poi perdere tutto. Ha fatto saltare Draghi per un inceneritore, regalandoci Giorgia Meloni. Sempre lo stesso copione: il calcolo meschino, la mossa che sembra furba, le macerie che restano agli altri. Sempre quella faccia pulita sopra le rovine.
Chi oggi parla di campo largo e immagina i Cinque Stelle come alleati affidabili non ha memoria, o forse non vuole averla. Perché ricordare fa male, costringe a guardare in faccia la propria debolezza. Conte non è un alleato. È quello che ti giura fedeltà guardandoti negli occhi e poi ti pianta il coltello nella schiena perché ha trovato un motivo, uno qualsiasi, per convincersi che era giusto così. Lo conosci quel tipo di persona. Lo riconosci subito, nella vita. Solo che in politica continui a credergli perché hai bisogno dei suoi voti, perché da solo non ce la fai, perché l’alternativa è il deserto.
Oggi dentro i Cinque Stelle c’è una fronda apertamente filorussa che vuole tagliare gli aiuti all’Ucraina. Non è un dettaglio. È il prossimo inceneritore, solo più grande, solo più pericoloso. Immaginate la scena, perché è facilissimo immaginarla, perché l’abbiamo già vissuta: governo di campo largo, Schlein premier, programma condiviso, strette di mano, sorrisi per le telecamere. Sei mesi dopo Conte che torna in televisione con quella faccia da professore offeso a spiegare il suo “profondo disagio politico” perché il suo partito non vuole votare le armi a Kiev. Sei mesi, forse meno. L’inceneritore almeno era una stupidaggine circoscritta. La collocazione atlantica, il rapporto con un’Europa in guerra: questa roba ti fa saltare tutto in una settimana. Chi ha fatto cadere un governo per la spazzatura di Roma, cosa pensate che farà quando sul tavolo ci sarà la pace in Europa?
Il problema è che non c’è uscita, non c’è porta sul retro. Senza i Cinque Stelle il campo largo non esiste, è un campo vuoto, una distesa dove la Meloni cammina sola e tranquilla per i prossimi vent’anni. Con i Cinque Stelle dentro ti porti in casa uno che alla prima impuntatura ribalta il tavolo, ti guarda tra le schegge e ti dice che dovevi ascoltarlo prima. Lo ha già fatto. Lo rifarà. Non è una previsione, è la ripetizione di un gesto che quest’uomo ha nei muscoli.
Schlein e il PD si trovano davanti a una scelta che fa venire il mal di stomaco. Allearsi con Conte sapendo che ti tradirà, o restare soli sapendo che perderai. È la trappola perfetta, quella che la sinistra italiana si è costruita da sola in vent’anni di incapacità di parlare a chi sta fuori dal proprio recinto. Vent’anni a perdere pezzi di popolo, quartiere dopo quartiere, periferia dopo periferia, fino a ritrovarsi col venti per cento e la necessità di mendicare voti da un partito allergico alla responsabilità di governo. Se il PD avesse il trenta per cento non avrebbe bisogno di Conte. Se avesse una classe dirigente capace di guardare in faccia un operaio, un pendolare, una partita IVA senza farli sentire invisibili, non staremmo qui.
La risposta onesta è che da questo vicolo non si esce con un’alleanza. Si esce diventando più grandi, più veri, più vicini alle persone. Si esce smettendo di pensare che la politica sia un gioco di incastri e ricominciando a fare quello che la sinistra ha smesso di fare da tempo: convincere le persone, una per una, porta a porta, ascoltandole. Fino a quel giorno il campo largo resterà quello che è: una scommessa disperata con un uomo di cui non ti puoi fidare. E Giorgia Meloni continuerà a guardare lo spettacolo con quel sorriso che conosciamo tutti. Quel sorriso che ci meritiamo.
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