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La Prima Repubblica finisce nel 1981: il ‘divorzio’ Tesoro–Bankitalia avvia debito, crisi industriale e perdita di sovranità.
Antonino Galloni, economista
«La Prima Repubblica per me finisce già nel 1981 col divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia. Lì inizia la mia crociata. Ero sostenuto da Federico Caffè, da Carlo Donat-Cattin, da Craxi e da tanti altri personaggi. C'era anche un gruppetto nel Partito Comunista che poi fu fermato da Ciampi, purtroppo con l'avallo di Berlinguer. All'epoca ero inserito nella “sinistra sociale” della Dc e insegnavo all'Università Cattolica di Milano. C'era stata una campagna di stampa a mio favore, perché avevo avvertito che, dopo il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il debito pubblico sarebbe raddoppiato, superando il Pil, e la disoccupazione giovanile avrebbe superato il 50%».
«Era il 1989 quando Andreotti mi scrisse: “Aveva ragione lei, professore. Ci dà una mano per cambiare l'economia di questo paese?”. Incontrai il suo braccio destro, Paolo Cirino Pomicino, e gli dissi: “Voi mettetemi a capo del ministero del bilancio, poi al resto penso io”. Li lasciai sbalorditi, non immaginavo che accettassero. Invece un giorno mi mandarono a prendere dai carabinieri mentre ero in vacanza con la famiglia, a Fondi: dovevo precipitarmi a Roma e assumere quell'incarico. Cirino Pomicino mi mise anche a disposizione 27 professori universitari che si erano riavvicinati alle idee keinesiane, abbandonate dall'Accademia e dal mondo politico dalla fine degli anni '70».
«Il ministro mi spiegò che, per il governo, la priorità era combattere l'inflazione. Per me, ribattevo io, la vera priorità era tornare ad un regime di collaborazione fra Banca d'Italia e pubblica amministrazione, perché questo poi avrebbe avuto anche effetti sull'inflazione stessa. Avrebbe frenato il debito pubblico, perché la banca centrale comprava i nostri titoli: questo era stato il segreto della situazione pre-divorzio fra Tesoro e Bankitalia, il segreto che aveva contribuito a farci diventare la quinta potenza industriale del mondo, la quarta potenza manifatturiera».
«Il cambiamento da me proposto creò allarme all'Università Bocconi di Milano guidata da Mario Monti, con cui si litigò nel settembre, però io dimostrai che il mio piano era necessario per salvare l'Italia: banca centrale e Tesoro dovevano tornare a collaborare. Non era per niente d'accordo la Fondazione Agnelli, né ovviamente la Fiat, né Confindustria. Avevo contro la stessa Banca d'Italia, che pensava di perdere autonomia se si fosse tornati al regime pre-1981. Ma tutte queste pressioni non mi spaventavano, perché sapevo quello che stavo facendo».
«Al che, il cancelliere tedesco Helmut Kohl telefonò al ministro Guido Carli, con cui era in sintonia, chiedendogli che il governo italiano si liberasse di me. Di colpo, intuii di non essere più gradito. Me lo confermò onestamente lo stesso Cirino Pomicino, che nell'ufficio in cui eravamo mi chiese di non parlare, sapendo della presenza di microfoni: comunicammo scambiandoci bigliettini, che poi lui distrusse. Dopo quell'episodio dovetti allontanarmi dal ministero del bilancio. Certo, restavo ben protetto anche da Andreotti, che mi nominò direttore generale al ministero del lavoro».
«Continuammo a dialogare, anche se la politica italiana era finita sotto il controllo di personaggi legati alla Germania. Venimmo a sapere che, per convincere la Francia ad appoggiare la riunificazione tedesca, Kohl aveva proposto a Mitterrand di abbandonare il marco, temuto dai francesi, in favore della moneta unica europea. Francia e Germania dovevano svaltutare continuamente le loro valute per poter reggere la concorrenza industriale italiana.
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