Quando criticavo la destra e il m5s ricevevo commenti indecenti dal m5s. Ora che critico la sinistra antisemita e alleata dell'islam fondamentalista ricevo commenti inqualificabili per violenza e odio.
Ho deciso di lucchettare il profilo in assenza
Friends,
As we near the date of four years of Russia's full-scale invasion, I'm thinking how grateful I am to you for being here, for supporting Ukraine, for helping us for this long time. This is appreciated beyond words.
I recognize many of you in the comments, and I'd like to know you better. If you're comfortable, please share:
- Where you are from;
- What do the media in your country write about Ukraine, and how much is the war covered;
- What topics would you like to see here, or what questions have you got.
Thank you for standing with Ukraine, friends!
Sei anni fa, più o meno a quest'ora, tornavo a casa per dire a mia figlia di undici anni che sua madre era morta.
La misura del valore nella vita non sta in quello che si riesce ad avere, ma in ciò a cui si riesce a sopravvivere.
@Sofiajeanne Senza contare che indagati/imputati sono innocenti fino a prova contraria. Ma Gratteri sembra Davigo, quando dice che non esistono innocenti, ma solo colpevoli che l'hanno fatta franca.
esclude che persone per bene possano votare sì. "Voteranno per il sì imputati, indagati, massoneria deviata" – proseguendo – significa che coloro che voteranno sì appartengono a quelle categorie. Diverso sarebbe stato se avesso detto "Gli imputati, etc. voteranno per il sì".
Un piccola osservazione dedicata ai difensori di Gratteri che cercano di rendere accettabile quando detto dal procuratore, improvvisandosi maestrini di logica. Questi, con stile gne gne, sostengono che Gratteri non avrebbe detto che solo le persone per bene voteranno per il no,
Informazioni utili per chi mi vuole defolloware:
-Non sollevo il braccio né con la mano aperta e né col pugno chiuso
-Odio Putin/Hamas/Trump
-Mi stanno sul cazzo i propal, grillini e AVS
-Mi fanno schifo i Centri Sociali e CasaPound
-#VotoSi
-Odio il fondamentalismo islamico
@Betty36174919@AutogriLLocryp@fattoquotidiano L'indagine dell'ICAO, l'organizzazione mondiale delle aviazioni civili, lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio. Hanno trovato i frammenti del missile Buk lanciato da una zona in mano ai separatisti russi, supportati dalle truppe regolari russe. Ma loro mentono, sempre.
Donbas, anno 2014.
Milizie russe che dopo aver abbattuto con un missile 🇷🇺 un aereo di linea con a bordo 297 persone, principalmente olandesi, si fecero le foto ricordo e rubarono i beni dei deceduti, molti oggetti finirono all’asta.
Giusto un piccolo promemoria del governo russo “incompreso” e odiato. #RussiaIsATerroristState#PutinWarCriminal
La russofobia europea e il rifiuto della pace da parte dell’Europa: un fallimento lungo due secoli. Ogni volta che c’è stata l’opportunità storica di includere la Russia in una “casa comune” le scelte prese dal Vecchio Continente sono sempre andate in direzione opposta - il saggio integrale di Jeffrey Sachs
ilfattoquotidiano.it/in-edicola/art…
Avvertenza: questo testo non è per tutti. Non è per chi non ha tempo da dedicare alla lettura e non è per chi preferisce illudersi che l'invincibile armata russa stia macinando successi e che quindi stia vincendo, come dice @marcotravaglio. Io, come leggo da molti altri analisti, ritengo che le cose per la Russia si stiano mettendo malissimo e che in Ucraina Mosca stia ormai improvvisando senza avere una chiara strategia cche possa assicura la sopravvivenza del paese a guerra finita. Se avete voglia, buona lettura. Se non ne avete, mi limito ad augurarvi un buon Natale!
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“La guerra in Ucraina sta diventando il Vietnam di Putin”, titolava già a giugno del 2022 il Time, in un articolo nel quale sottolineava come Kyiv fosse riuscita sorprendentemente a ribaltare tutti i pronostici di una rapida vittoria della Russia che tutti, nelle primissime ore del conflitto davano per scontata, vista la sproporzione di forze in campo. Una vittoria totale che oggi tutti i propagandisti negano che Putin abbia mai realmente voluto perseguire, sebbene le immagini dei 60 km di carri armati alle porte di Kyiv siano note a tutti, così come l’appello ai militari ucraini affinché disarcionassero il presidente Zelensky, durante l’assedio della capitale, mentre l’agenzia di stato Ria Novosti appena due giorni dopo l’inizio dell’invasione pubblicava incautamente un articolo nel quale annunciava che la cancellazione dei confini tra i due paesi era cosa fatta (“L’Ucraina è tornata in Russia”, scriveva Petr Akopov, aggiungendo che “un nuovo mondo sta nascendo davanti ai nostri occhi. L’operazione militare russa in Ucraina ha inaugurato una nuova era. La Russia sta ripristinando la sua unità: la tragedia del 1991, questa terribile catastrofe nella nostra storia, la sua dislocazione innaturale, è stata superata”), denunciando di fatto i piani del regime.
Da allora i paragoni tra la disastrosa impresa russa in Ucraina (la cui durata prevista originariamente variava dai tre giorni alle due settimane e che invece si appresta ad entrare nel quinto anno) e quella americana nel paese del sud-est asiatico tra la metà degli anni ‘60 e i primi anni ‘70 sono diventati sempre più frequenti, giustificati dalla costante ma complicatissima avanzata delle truppe di Mosca nella fascia sudorientale del paese e dagli ormai insostenibili costi umani, economici, sociali e reputazionali che l’immensa Federazione Russa sta sopportando nel tentativo vano di schiacciare un paese che ad inizio guerra aveva un quarto dei suoi abitanti e un decimo del suo PIL.
Il quadro che è emerso già nei primi mesi di conflitto evidenzia la sconcertante approssimazione con la quale l’intervento è stato preparato dai servizi segreti, ignorando la sostanziale ostilità della popolazione nei confronti di un’ipotesi di ritorno del paese nell’orbita russa, non tenendo conto degli elementi culturali ed identitari che l’Ucraina aveva sviluppato e rafforzato a partire dall'indipendenza del 1991 e sopravvalutando le capacità del proprio esercito, di certo numeroso, ma afflitto da macroscopiche inefficienze ed una corruzione diffusa.
Di lì il fallimento pressoché immediato e conclamato dello scopo principale dell’invasione, quello scritto da Akopov, ma anche dichiarato dallo stesso Putin nel suo celebre saggio “sull’unità storica di russi e ucraini”, pubblicato alla fine del 2021 sul sito del Cremlino. In quello scritto è ben riassunta l’idea dello zar, secondo la quale l’Ucraina nella realtà non esista come stato a se stante, ma sia solo il frutto di incaute donazioni territoriali da parte di governanti sovietici. I più attenti osservatori avevano anche fatto notare come nel testo Putin si riferisse sempre all'Ucraina usando “на [‘na’] Украине” invece di “в [‘v’] Украине”. Tutt’altro che una sottigliezza linguistica, dal momento che solo la preposizione “в” viene utilizzata per indicare stati sovrani, mentre “на” precede regioni o aree indefinite prive di confini fisici ed è per questo considerata una precisa scelta politica, sintomo di un approccio coloniale (non a caso cadde in disuso su richiesta espressa dell’Ucraina dopo l’uscita dall’Unione Sovietica).
Un fallimento, si diceva, che ne seguiva in realtà altri. E cioè il tentativo di instaurazione di un governo fantoccio nel 2004, sventato con la cosiddetta “Rivoluzione Arancione” e la decisione, dieci anni più tardi, di ostacolare il percorso di avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea, che aveva portato, alla Rivoluzione della Dignità (nota anche come Euromaidan) e alla conseguente reazione militare di Mosca, che aveva annesso la Crimea ed invaso per la prima volta il Donbas.
Da quei giorni di febbraio-marzo del 2022 è stato un susseguirsi di scelte contraddittorie, controproducenti, estemporanee sia sul piano militare, che su quello economico-finanziario, a riprova del fatto che il Cremlino non aveva messo in conto l’ipotesi di un insuccesso e non aveva quindi previsto un piano B.
Se si guarda oltre l’intenso lavoro che la propaganda - anche nostrana - sta portando avanti per inculcare nelle opinioni pubbliche la sensazione dell’inarrestabilità dell’avanzata russa e dunque dell’inevitabilità della sconfitta dell’Ucraina, contando sul fatto che il condizionamento della percezione collettiva influisca direttamente sulla scelta dei governi che attualmente supportano Kyiv, i dati reali sono che, a fronte di un 30% di territorio occupato nel momento clou dell’invasione nel 2022, oggi la superficie realmente sotto il controllo russo è intorno al 20% del totale e che l'invincibile armata di Mosca ha in realtà “masticato” l’1,45% di terre negli ultimi tre anni. Il tutto ad un prezzo salatissimo, visto che si parla di oltre un milione di perdite tra morti e feriti, di una quantità esagerata di mezzi distrutti.
E alla situazione attuale si è arrivati, appunto, attraverso una sequenza di scelte catastrofiche, perché assunte per sopperire ad improvvisi cambi di scenario, ma che mancavano di una caratteristica indispensabile per condurre qualunque guerra: la sostenibilità. Dopo aver bruciato la quasi totalità delle truppe di elite nei primi mesi di conflitto, la Russia ha infatti nell’ordine tentato una mobilitazione parziale (facendo scappare almeno un milione di persone all’estero), scarcerato delinquenti (ignorando le ricadute del loro rientro in società da uomini liberi), reclutato nord-coreani, cubani, causcasici, immigrati rastrellati nei cantieri, africani attirati con la promessa di lavori ordinari e invece spediti al fronte (acuendo la penuria di manodopera nell’edilizia e nelle imprese civili) e infine cominciando a strapagare una vasta platea di poveracci inesperti, mal addestrati e mal equipaggiati, convinti dalle amministrazioni delle repubbliche più remote della Federazione con la promessa di stipendi folli e bonus di arruolamento stratosferici (dissestando le casse di diverse regioni, impegnando lo stato a pagare per i prossimi decenni pensioni alle famiglie dei caduti e indennità di invalidità ai feriti), in cambio di decine di migliaia di pezzi di carne da cannone, la cui aspettativa di vita, una volta giunti al fronte, scrivono alcuni blogger russi, si aggira intorno ai 12 giorni. Anche quest’ultima scelta si sta peraltro rivelando tutt’altro che lungimirante, dal momento che, senza fondi, le “vocazioni” rischiano ora di scendere molto al di sotto della soglia di “rimpiazzo” delle perdite e il governo si è visto quindi costretto a varare una legge per obbligare tutti gli stranieri in ingresso e quelli già presenti a rendersi disponibili per l’arruolamento, iniziativa che presumibilmente scoraggerà l’immigrazione in un paese in inarrestabile crisi demografica e che necessita di almeno un milione di persone l’anno per mandare avanti le fabbriche.
Sul piano economico le cose vanno forse anche peggio e l’approssimazione rischia di sfociare nel dilettantismo.
La propaganda ha avuto gioco facile nei primi tre anni di conflitto nel raccontare la crescita impetuosa del PIL, senza dire che era letteralmente “dopato” da una ipertrofica spesa pubblica, anche questa insostenibile nel medio periodo, vista l’impossibilità da parte di regimi autoritari di contrarre debiti sui mercati, non potendo offrire le stesse garanzie di solvibilità rispetto ad una democrazia. Questo ha, non a caso, portato all’esaurimento del National Wealth Fund, letteralmente i risparmi dello stato, la cui liquidità è oggi sufficiente a finanziare a malapena un altro anno di bilancio in deficit (nel quale le spese militari e di sicurezza ormai rappresentano il 40% delle voci di spesa) e nel novembre scorso la Banca Centrale ha dovuto iniziare a vendere le riserve strategiche di oro, altra scelta che manda pessimi segnali ai mercati e che, se prolungata nel tempo, rischia di sottrarre a Mosca l’ultimo strumento utile ad affrontare tempeste speculative e valutarie, spalancando così le porte a squilibri economico-finanziari potenzialmente distruttivi.
Nel frattempo l’immissione massiccia di capitali pubblici nel mercato interno e le paghe esagerate elargite ai militari hanno scatenato una corsa al rialzo dei salari, con conseguente crescita smisurata dei prezzi (si parla ancora oggi di una inflazione reale del 21-22% su base annua, rispetto al 7,5% dichiarato, sul quale potrebbe influire anche l’annunciato aumento dell’IVA nel 2026) e dei tassi di interesse (saliti fino al 21% e oggi attestatisi intorno al 16,5%), i quali hanno a loro volta strangolato le imprese civili, impossibilitate ad accedere al credito a costi sostenibili, costringendo alcune aziende alla chiusura ed altre a contrarre debiti, che ora rischiano di diventare tossici. Problematica paradossalmente simile e quella delle società del comparto militare, anch’esse indebitatesi oltre il consentito, ma non a causa di tassi folli, ma, al contrario, in virtù di una legge che sostanzialmente obbliga le banche a concedere loro prestiti anche in assenza di garanzie. Un meccanismo che condanna il paese ad un declino industriale sistemico, dal quale è impossibile uscire, dal momento che l’abbassamento degli interessi e quindi dei rendimenti dei conti, rischierebbe non solo di innescare una nuova spirale inflazionistica, ma anche di accelerare il collasso del sistema bancario, già previsto da un recente studio estremamente approfondita dell'economista Craig Kennedy.
Il dilettantismo geopolitico o forse la scarsa percezione che un aspirante impero ha dei propri limiti ha poi fatto il resto. Anni di appeasement e di tolleranza verso i crimini russi (in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina) da parte dell’Occidente avevano illuso l’establishment russo di poter marciare su Kyiv senza che questo suscitasse una reazione internazionale. L’effetto è stato invece quello di resuscitare quella NATO della quale il presidente francese Macron aveva decretato nel 2019 la “morte cerebrale” e che Putin diceva di voler allontanare dai propri confini, i quali sono invece raddoppiati dopo l’ingresso nell’alleanza atlantica di Finlandia e Svezia. Sembra anche destinato a fallire il tentativo di soggiogare altre parti dell’ex impero sovietico, come i Baltici e la Polonia (in una bozza di accordo del 2021 la Russia proponeva la retrocessione della NATO ai confini del 1997), ormai armati fino ai denti in vista di una possibile azione offensiva russa, in un contesto europeo nel quale la Russia è ormai vista come nemico strutturale (dichiarata stato sponsor del terrorismo dal Parlamento UE), col quale sono stati tagliati i ponti commerciali, al quale sono stati imposti venti pacchetti di sanzioni che stanno mettendo sotto pressione sia l’ecconomia che la macchina bellica russa (incapace ad esempio di produrre aerei ed artiglieria per mancanza di componentistica o per i prezzi stratosferici raggiunti dai ricambi a causa delle trinagolazioni necessarie per eludere i blocchi). E la distrazione ucraina ha nel frattempo impedito alla Russia di scongiurare il cambio di regime in Siria, dove è stato defenestrato l’alleato Assad, e di proteggere l’Iran dal “contenimento” degli ayatollah - a suon di bombe - deciso da Israele e USA, mentre anche le relazioni con Armenia ed Azerbaijan si complicavano in favore della Turchia, compromettendo di fatto l’influenza di Mosca in due aree strategiche come il Medio Oriente ed il Caucaso.
Da qualunque angolazione la si guardi, insomma, quella della guerra russa contro l’Ucraina, che ha portato anche conseguenze come l’incriminazione di Putin per un’ipotesi di reato infamante come il rapimento di bambini (con conseguente divieto di ingresso in 123 paesi) e che per la prima volta dal ‘45 sta causando bombardamenti sullo stesso territorio russo (visti i colpi sempre più efficaci e arditi da parte degli ucraini contro raffinerie, oleodotti, fabbriche, porti e aeroporti), è una storia di approssimazione, scelte sbagliate e catastrofiche sconfitte, che spesso hanno anche il volto di una foto scattata dal presidente Ucraino a Kupyansk, località che la propaganda russa aveva dato per presa, provocando la derisione del mondo intero. Sconfitte, va detto, ben camuffate da piccole avanzate tattiche costosissime, di scarso valore strategico, ma spacciate per prove della posizione di vantaggio che la Russia si è guadagnata nei futuri accordi di pace.
La verità è invece che il conto alla rovescia verso l’implosione ha iniziato a correre. E corre veloce anche a causa del crollo del prezzo del petrolio (tra le principali fonti di entrata per la Russia) e dalla totale assenza di una exit strategy rispetto ad una guerra che ha reso tossica l’economia legandola alla spesa militare, senza che, anche in un prospettiva di pace, si intravedano possibilità di ritorno ad una industria civile, che di fatto non esiste più (persino le esportazioni di grano sono quasi dimezzate), e di ricollocazione di centinaia di migliaia di soldati abbrutiti dai campi di battaglia e che dovrebbero essere costretti o convinti a rinunciare a stipendi tripli rispetto alla media.
Il punto non è dunque se, ma quando il castello di carte crollerà - ancora una volta - a causa del bisogno insopprimibile della Russia di sentirsi impero. Con la sola differenza che, quanti dopo la caduta dell’URSS aiutarono l’orso a rialzarsi, sperando che imparasse a coesistere con il resto del mondo, stavolta potrebbero essere assai meno ben disposti. L’unica piccola e temporanea vittoria, rispetto al Vietnam degli anni ‘60 la Russia l’ha semmai finora ottenuta proprio sul piano della propaganda. Perché a “Yankees go home” di allora non corrisponde un “Putin go home” oggi. Anche se, dopo i flop di D’Orsi e le sempre più patetiche uscite di Travaglio e soci, anche qui, il vento sta cambiando...
@ElisaGarfagna Volevo scrivere qualche parola, ma non le trovo…
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@Fata_Turch@mariosalis Ha ragione.
E fossi in Russia spiegherei a loro il punto di vista occidentale (e no, non è così scontato e/o immediato), la comprensione reciproca sarebbe fondamentale.
Buon soldato Gorbaciov ovvero la realtà distorta
L'incapacità dell'occidente di comprendere il disamore dei russi per Gorbaciov è la stessa che ostacola la comprensione della Russia, dei suoi abitanti e della loro mentalità.
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