Riccardo Poli retweetledi

A Milano non è solo un problema di case: panini a 20 euro, lezioni di yoga (di gruppo, di un’ora e mezza) a 30 euro, un aperitivo in due in stazione a Cadorna 40 euro. Come si fa a vivere così? È stucchevole lamentarsi a oltranza, siamo d’accordo, ma ogni mese che passa la morsa si stringe ulteriormente. Chi può alzare i prezzi lo fa – proprietari, commercianti, imprenditori –, perché soffocare non piace a nessuno. Ma alcuni più di altri subiscono e basta in questo gioco al massacro in cui viviamo in buchi diroccati che, più che case, sembrano soffitte o garage (nonostante ci stiamo avvicinando ormai ai 2000 euro al mese per un bilocale qualsiasi). Buchi di cui poco si sa, perché ce ne si vergogna, e l’imbarazzo ci sprofonda in un rapporto mancato con la verità. Ti dicono di andartene se non ti sta bene, come se la vita fosse un gioco di società – ritira i dadi, saltella sei caselle più in là, lago o boschetto, baita o casolare? Anche se qua ci sei nato, anche se non hai mai chiamato nessun altro posto casa. Un’intera generazione è sotto scacco, ed espellere gran parte delle energie creative da una città non è solo ingiusto: è stupido. È cieco, masochista. Significa condannarla a circuiti tutti uguali, standardizzati, ultraripetitivi. Aridi, desertificati. Significa rinunciare in modo programmatico, nella metropoli che vorrebbe essere la più europea di tutte, alla novità di talenti e sguardi privi del privilegio di classe. Significa alimentare un sistema in cui viene reciso, di netto, e per sempre, il principio comunitario della speranza, e dunque la possibilità di concepire davvero un futuro.
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