Silvio77

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@SPep77

Katılım Aralık 2012
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@__IlPrincipe @GabrieleGuzzi C'è un insieme di cause che spiega questo. La responsabilità primaria dell'insuccesso fu della classe politica italiana, incapace di scelte impopolari ma lungimiranti. Max esempio di incapacità fu consentire a Colaninno di fare leverage buyout su un asset strategico nazionale.
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Il Principe
Il Principe@__IlPrincipe·
@SPep77 @GabrieleGuzzi 🙏questo purtroppo é una verità. furono frettolose e si gestì male il tutto. allo stesso modo nostro hanno fatto gli inglesi. ma perché loro sono cresciuti e noi no? evidentemente non è chiaro alla maggior parte delle persone che hanno commentato. abbiamo investito male.
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Gabriele Guzzi
Gabriele Guzzi@GabrieleGuzzi·
ECCO COME HANNO SVENDUTO L'ITALIA Dal 1992, l'Italia ha compiuto il più vasto processo di privatizzazioni nella storia del mondo. Soltanto il Giappone supera i ricavi ottenuti, ma essi sono stati frutto di poche operazioni in condizioni favorevoli negli anni '80. L'ampiezza, la profondità, l'intensità della vendita di industrie e asset pubblici in Italia non hanno pari. Il totale ammonta a 152 miliardi di euro, largamente sottostimati rispetto al valore reale di quelle aziende, spesso vendute a prezzo di sconto a imprenditori che hanno dilapidato veri e propri gioielli industriali. Tutto questo è stato fatto per accordarsi alle regole dell'Unione Europea ed entrare nella moneta unica. Oggi, questo Eurosuicidio lo stiamo pagando con un'assenza di politica industriale, di autonomia geostrategica, di irrilevanza geopolitica. E' ora di riprendere il controllo di snodi fondamentali dell'economia italia, di compiere una vera e propria rivoluzione culturale. Ma cosa è davvero successo? Negli anni Ottanta, in un momento di difficoltà dell'Iri, si era scelto di privatizzare alcune aziende e procedere con iniezioni di capitali per migliorare i conti. C’erano state le vendite parziali nel settore delle telecomunicazioni (Sirti e Stet), la vendita di Alfa Romeo, di una quota di Alitalia, Enimont, Crediop e della Banca Commerciale Italiana. Ma le privatizzazioni non venivano viste come la soluzione ordinaria alle necessità gestionali delle partecipazioni statali. Nel 1992 ci fu la svolta: il nuovo clima culturale europeo imponeva una modifica senza ambiguità dell’approccio italiano all’industria di Stato. La prospettiva dell’entrata nell’euro richiedeva una grande dismissione. La promulgazione della legge 359/1992 segna l’avvento di una delle più grandi stagioni di privatizzazioni che il mondo abbia mai osservato: si imponeva la trasformazione in società per azioni dei conglomerati pubblici, a cui doveva seguire un drastico progetto di vendite nel settore bancario e assicurativo. Diverse banche strategiche (tra cui Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, Bnl, Banca di Roma, Mps, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Imi) e l’Ina furono privatizzate, in gran parte mediante quotazione sulla Borsa di Milano. L’Iri disinvestì tutte le sue partecipazioni nel settore alimentare e riavviò la privatizzazione della Stet. Si quotò Eni e si vendettero le prime quote. Ci fu la vendita di quote di Ilva, del 100 per cento di Nuovo Pignone e di Acciai Speciali Terni. Tra il 1996 e il 2000, il processo di privatizzazione raggiunse il picco: progredì la privatizzazione di Eni, con una sequenza di tre offerte pubbliche di vendite, si fusero Stet e Telecom Italia per privatizzare la newco, riprese la privatizzazione del settore dei trasporti, furono vendute ulteriori partecipazioni bancarie e assicurative nella Banca di Roma, nell’Istituto Mobiliare Italiano, in Bnl, in Mps, in Ina. La più importante privatizzazione di quel periodo fu la quotazione in borsa di Enel: secondo la Corte dei Conti, essa è «ancor oggi una delle più grandi OPV della storia, non solo italiana, ma a livello globale». Poi, ci furono Autostrade e la quotazione di Finmeccanica. Ai sensi delle nuove liberalizzazioni del settore elettrico, il monopolio di Stato dovette ridurre la sua quota di mercato a un livello inferiore al 50 per cento. L’Enel realizzò lo spin-off di tre generatori che furono in parte comprati da tre delle più grandi società elettriche europee: Electricité de France (edf), Endesa, e Electrabel. Nel 2003, il Mef trasferì a Cassa Depositi e Prestiti , trasformata intanto in S.p.A., quote significative di Eni, Enel, Poste Italiane e Stmicroelectronics, per poi collocare il 30 per cento del capitale di cdp a un consorzio di 66 fondazioni bancarie. Poi ci furono operazioni di secondo livello, cioè dismissioni promosse da società partecipate dal mef: l’OPV del 9,5 per cento di Snam, l’Ipo di Terna. Ci fu anche la terza tranche di collocamento di Enel, un’altra vendita di una parte di Terna da parte di Enel e poi la quarta tranche di Enel, per un altro 9,3 per cento. La stessa Enel vendette la controllata Wind al gruppo egiziano Weather Investments. Come ha riportato la Corte dei Conti nel 2010, la conseguenza di questo immenso, profondo, pervasivo e sbrigativo processo di vendita fu che «a fronte di un peso del 18 per cento nel 1991, il contributo al pil delle imprese partecipate dall’amministrazione centrale è oggi pari al 4,7 percento» Il capitalismo italiano preferì spesso accaparrarsi, magari a debito, pezzi dell’industria di Stato piuttosto che investire in nuovi progetti industriali. Poco dopo, infatti, queste stesse aziende potevano essere rivendute generando facili plusvalenze. Il capitalismo privato si dimostrò spesso più pigro, autoreferenziale e avido rispetto a come aveva agito lo Stato italiano in decenni di industria pubblica. La lungimiranza, il prendere in considerazione aspetti diversi da quelli immediatamente finanziari e una logica non retorica di interesse nazionale avevano portato a ottime performance aziendali per diversi decenni e indipendenza strategica in molti settori. Al contrario della vulgata dominante, infatti, l’intervento dello Stato aveva costituito uno dei motori fondamentali per lo sviluppo economico italiano. Nel 1982 l’iri produceva da solo il 3,6 per cento del Pil italiano (il 5 per cento includendo i rapporti indiretti), esportava il 20 per cento della sua produzione, il doppio rispetto alle imprese private negli stessi settori, mostrava una maggiore produttività del lavoro, era più capital-intensive e maggiormente presente nei settori ad alta tecnologia. Inoltre, nel 1986, occupava mezzo milione di lavoratori e rappresentava il 15 per cento della spesa totale italiana in ricerca e sviluppo 21. Ancora nel 1992, l’Iri era il decimo gruppo industriale al mondo in termini di vendite e il terzo in Europa. Era il quarto gruppo al mondo per asset posseduti e il primo in Europa; il quinto datore di lavoro nel settore manifatturiero e il terzo in Europa22. Era cioè una delle più grandi aziende al mondo. Andava tutto bene? No, c’erano nicchie di inefficienza. Ma si scelse di buttare il bambino con l’acqua sporca: invece di separare il grano dalla gramigna, ricapitalizzare, sanare, correggere, investire, ci si gettò entusiasti in un processo ingarbugliato e caotico di privatizzazioni generalizzate, solo per entrare entusiasti in UE e nell'euro. Questo finì non solo per indebolire la dinamica della crescita italiana ma anche per favorire quei pochi gruppi finanziari che poterono estrarre plusvalenze e profitti da industrie che il pubblico aveva fondato, migliorato e rilanciato nei decenni precedenti. Tutto ciò fu attuato per assolvere proprio a quei compiti che i trattati europei ci richiedevano e a cui la nostra classe dirigente si adeguò con lo spirito bastonato degli scolaretti rimproverati dalle maestre severe. L’adesione alle regole europee ha così impresso una svolta radicale all’economia italiana. Il nostro paese si è posto in un’attesa millenaristica verso i nuovi dogmi che provenivano dagli ambienti di Bruxelles, nella presunzione – ideologica in quanto mai verificata – che il mercato fosse strutturalmente più efficiente dello Stato. Il nostro declino non è perciò un effetto collaterale dell’UE. È un suo prodotto. È proprio perché si è adeguata ai suoi dettami, con il conformismo cieco della nostra classe politica, che l’Italia ha messo in atto un’efficacissima strategia per la propria marginalizzazione. Ed è forse arrivato il momento di prenderne una nuova e più radicale consapevolezza, proprio quando questa stessa Unione pretende oggi di assumere – senza una modifica sostanziale alla sua impostazione – nuovi poteri nei mutati scenari internazionali. Per l’Italia, assecondare queste tendenze vorrebbe dire non solo non voler imparare dai propri errori, ignorando del tutto l’esperienza storica, ma anche prediligere una forma un po’ perversa di masochismo politico. Gabriele Guzzi Fonte: Eurosuicidio, cap.3 "La più brava della classe: strategia italiana per il proprio tramonto", pp. 92-97
Gabriele Guzzi tweet media
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@__IlPrincipe @GabrieleGuzzi Concordo pienamente con te. Inoltre nei primi anni 90 con il crollo dell'Urss si impone il modello americano, capitalistico, dove nn è contemplata una partecipazione così forte dello Stato nell'economia. Le privatizzazioni a quel punto andavano fatte, ma furono fatte malissimo.
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Il Principe
Il Principe@__IlPrincipe·
hai ragione su un punto importante: le privatizzazioni furono massive, spesso frettolose e abbiamo perso pezzi strategici che oggi ci mancano per una vera politica industriale. l’Italia ha svenduto dei gioielli. ma la causa non fu solo l’entusiasmo da scolaretti per l’UE. Il debito pubblico era già schizzato oltre il 100% del PIL, le partecipate IRI perdevano miliardi da anni (Finsider, Alitalia, ecc.), Tangentopoli aveva disintegrato la nostra credibilità. senza quelle vendite rischiavamo il default. l’eurosuicidio c’è stato, perché le nostre imprese non erano molto produttive, ma la bomba era stata caricata negli anni ’80 con una spesa esagerata e la moneta. invece di buttare solo la colpa su Bruxelles, riconosciamo che serviva una cura: magari meno ideologica e più chirurgica. allego grafico Banca d'Italia, la crisi esisteva già prima.
Il Principe tweet media
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Angelo Santoro
Angelo Santoro@AngeloSantoro·
L’Ucraina ha universalmente riconosciuti 603.700 km quadrati, compresa Crimea, Donetsk e Luhansk. Alla fine della guerra è questo che dovrebbe avere, non un km quadrato in meno. Non uno. Non uno solo.
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@robin_j_brooks For the first time since 1945 Germany could have a government defending its national interests, not serving someone else interests.
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Robin Brooks
Robin Brooks@robin_j_brooks·
Germany's AfD got 20% in the election back in February 2025. It's now polling at 28%, which is a huge rise and deeply worrying. Will a Germany with AfD in government defend the Baltics or Poland if Russia attacks? The single biggest issue for Europe... robinjbrooks.substack.com/p/the-politica…
Robin Brooks tweet media
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@CarloCalenda Molto più realisticamente, caro Calenda, la maggioranza della popolazione non considera la Russia una rivale perchè NON lo è, a differenza di quanto lei (chissà x quale motivo) vorrebbe far credere. La sua squallida propaganda non ce la fa a infinocchiare la gente, si rassegni!
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Carlo Calenda
Carlo Calenda@CarloCalenda·
LA REPUBBLICA NATA DALLA DESISTENZA Il 65% degli italiani non considera la Russia neppure “una rivale”, nonostante le migliaia di attacchi cyber, l’Ucraina, le interferenze e gli insulti alle alte cariche dello Stato. Più del rischio fascismo, qui siamo tornati al “Franza o Spagna purché se magna”. Una significativa spiegazione del perché tante trasmissioni sostengono la necessità di girarsi dall’altra parte. E’ una questione di marketing non di convinzioni e questo rende il tutto piuttosto ripugnante. La Repubblica nata dalla resistenza e’ finita nella consorteria della desistenza. A questa deriva di codardia e disimpegno occorre opporsi.
Carlo Calenda tweet media
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@christianrocca Il Novecento si è chiuso quando a imbecilli fanatici come te è stato concesso di scrivere, di pubblicare opinioni, di ammantarsi dell'aura di giornalista...
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Christian Rocca
Christian Rocca@christianrocca·
Con Ezio Mauro che su Foglio difende Buttafuoco si chiude definitivamente il Novecento.
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@AlbertoContri Questa imbecille rappresenta il punto più basso mai toccato della politica europea. Il collasso è vicino. Speriamo che dalle ceneri di questa UE ne nasca una più saggia e orientata agli interessi dei cittadini.
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Alberto Contri
Alberto Contri@AlbertoContri·
Questa demente non può essere vicepresidente della UE e alto rappresentante per la difesa e la sicurezza. Perchè oltre a essere indegna, venire da un paese grande come Milano, è un pericolo vivente.
Notizie al contrario@not_contro

🚨Kaga Kallas: "Nemici della RUSSIA anche a ostilità finite!" La Rappresentante per gli esteri della UE è chiara: niente GAS dalla Russia e rapporti civili con Mosca nemmeno quando in Ucraina ci sarà la pace! Ma quale processo democratico ha deciso che questa ci rappresenta?

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nomfup
nomfup@nomfup·
Such an embarrassment, such a shame for Italy and Venice. CLOSE THAT PAVILLION
Andrii Sybiha 🇺🇦@andrii_sybiha

Recent developments around the 2026 Venice Biennale, such as the jury’s decision to resign, demonstrate the consequences of decisions taken by leading international art platforms. The aggressor’s culture is not neutral in the times of war and must never be utilised to serve the interests of the aggressor, to whitewash its crimes, and to spread its propaganda. From the very beginning, @la_Biennale’s cowardly choice to admit Russia has been disgraceful. Today, we see how it continues to harm the Venice Biennale. Ukraine is grateful to all those who, guided by moral responsibility and a commitment to democratic values, refuses to accept this disgrace. We renew our call on the Venice Biennale to reverse its decision and keep Russia away. There is still time to return to a principled stance that the international art community has upheld since the beginning of Russia’s brutal full-scale war against Ukraine.

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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@spimassimo68 La Kallas è quanto di più stupido si possa concepire. Un presunto studioso di Russia e spazio post sovietico dovrebbe condannare fermamente certe posizioni folli. Evidentemente di studioso lei non ha nulla, solo propaganda.
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Massimo Spinelli
Massimo Spinelli@spimassimo68·
Kaja Kallas si conferma la voce più ferma e lucida d'Europa: «Non dovremmo umiliarci dicendo "per favore, vi preghiamo di parlarci". Dobbiamo metterli in una posizione in cui passino dal far finta di negoziare a negoziare.» La forza è l'unico linguaggio che Mosca comprende.
Massimo Spinelli tweet media
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@sikorskiradek It Is not courage, it's stupidity, foolishness. Thank to politicians like Kallas and you, or propagandists like your wife, EU is at collapse.
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@VincenzoPuro Il paragone tra Soloviev (che non è certo simpatico) e Goebbels fa capire l'acume, lo spessore, la profonda conoscenza della storia e dell'attualità che lei possiede.
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Pensiero Puro
Pensiero Puro@VincenzoPuro·
Il Fatto ha intervistato Soloviev. Nel 1943 avrebbero intervistato Goebbels.
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@kavurzio Nel 700 il principale Paese europeo, la Francia, muore di fame x permettere alla sua aristocrazia di festeggiare a Versailles. Negli Usa, poi, nel 700 vige apertamente la schiavitù, altro che illuminismo. Quello che scrivi non ha alcun senso, è totalmente decontestualizzato.
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Maurizio Recordati Koen (new account)
Nel Settecento gli americani (il popolo) fanno un esperimento politico iniziando a mettere in pratica ideali e dottrine politiche dell’Illuminismo. Il governo russo si strofina superficialmente sull’illuminismo e l’arte europea. Costruiscono palazzi costosissimi a San Pietroburgo e Mosca sulle spalle di un paese in miseria. Il tutto in larghissima parte col lavoro di architetti stranieri (italiani). Ma no, continuiamo a spippettarci davanti alla grandezza dell’impero russo…
Sasha Meets Russia@sashameetsrus

Moscow’s Bolshoi theatre was built the same year the United States was founded. Let that sink in.

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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@Salvo15961826 @DonbassItalia Non è così. Criticare scelte pessime dei politici è un conto; non dissociarsi, anzi giustificare, un personaggio che usa il termine "puttana" x definire il ns Premier, mai e poi mai. Questo lo pone al livello dei + fanatici propagandisti da bar e ne qualifica lo spessore.
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Salvo
Salvo@Salvo15961826·
@SPep77 @DonbassItalia Credo che Lorusso non abbia alcuna necessità di screditare l'italia. Il bel paese, con i suoi più alti rappresentanti istituzionali e con tutta la casta politica attuale, ha fatto molto peggio che screditare la propria nazione.
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Vincenzo Lorusso (Donbass Italia)
Vincenzo Lorusso (Donbass Italia)@DonbassItalia·
Vladimir Solovyov ha rifiutato di scusarsi con il primo ministro italiano Giorgia Meloni per averla definita puta ("puttana"). Il conduttore televisivo ha condotto un'intervista con Victoria Bonya, durante la quale lei ha chiesto di scusarsi per le sue parole nei confronti della premier italiana. Quando la blogger ha suggerito di chiedere scusa anche a Meloni, lui si è rifiutato. Solovyov ha sottolineato che questa era una risposta alle dichiarazioni offensive delle élite italiane nei confronti di Vladimir Putin: “E chi si scuserà con Putin? Chi si scuserà con il nostro popolo? E chi si scuserà per il fatto che i fascisti italiani forniscono denaro che uccide i russi oltre confine?”
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@lafedecorsi @pinapic @nomfup @LiaQuartapelle @pdnetwork Cara amica, in realtà sono i 3 profili da te citati che dovrebbe avere la dignità di uscire dal PD e farsi il loro partitello dallo 0,.. in stile Calenda, dal momento che ormai sono completamente scollegati con le istanze che la base del pd richiede
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federica corsi
federica corsi@lafedecorsi·
Seriamente, chiedo a @pinapic @nomfup e @LiaQuartapelle, un segretario locale del Pd può scrivere “fuori dalla Nato” e rimanere un vostro rappresentante? È questa la linea del @pdnetwork ? Va bene così per voi?
Michele Gamba@MicGamba

@LaVeritaWeb @BelpietroTweet Probabilmente @sanchezcastejon ha capito che la disintegrazione della NATO è prossima. Rafforzarsi militarmente è fondamentale in ottica di un’uscita dalla sfera di influenza americana e di un esercito federale UE. Bravo Sánchez. #NoNATO #FuoriDallaNATO

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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@matteohallissey Ma con che faccia fai appello agli antifascisti, tu che propagandi la bandiera di uno Stato che ha milizie neonaziste ed intitola piazze e strade ad ex SS?? Il tuo è obiettivo è solo che si parli di te, non importa quali scemenze vai facendo. Fuori l'Ucraina dal 25 aprile!!
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Matteo Hallissey
Matteo Hallissey@matteohallissey·
Vi ricordate di Alberto Fazolo, l’ex combattente con le milizie filorusse in Donbas contro l’esercito ucraino? Ebbene, ieri, atteggiandosi a padrone della piazza a Roma, ha intimato alla delegazione di +Europa e Radicali che le bandiere ucraine non erano ammesse, mentre altri manifestanti filoputiniani si accanivano contro di esse, vandalizzandole e bruciandole insieme a quelle europee. Credo che il mondo antifascista — che dovrebbe comprendere l’intero spettro politico italiano, ma sappiamo che purtroppo non è così — e in particolare l’area progressista che da sempre anima queste manifestazioni, si trovi oggi di fronte a un bivio: accettare che le piazze antifasciste vengano sequestrate da una minoranza violenta, oppure impegnarsi affinché siano spazi aperti e condivisi, soprattutto dalle resistenze vive contro i tanti fascismi del presente.
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Federico Fubini
Federico Fubini@federicofubini·
Di solito non parlo di politica qui. Ma questa non è politica, è una dose minima di civiltà. @ellyesse, perché non esprimi la tua solidarietà chiara, netta, senza ambiguità alla #brigataebraica espulsa dal corteo del #25aprile? E a chi portava bandiere ucraine, insultati a Roma?
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Silvio77
Silvio77@SPep77·
@marattin "il continente dove su basi giudaico-cristiane millenni fa nacque la civiltà" è una boiata storica, una scemenza che non ha solo dell'ignoranza.. ha una profonda malafede, di chi cerca di falsificare la storia per interessi suoi. E lei sarebbe un politico? Si deve vergognare
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Luigi Marattin
Luigi Marattin@marattin·
La prima bandiera è la nostra. La seconda bandiera non rappresenta Ursula Von Der Leyen. Rappresenta l’idea che il continente dove, su basi giudaico-cristiane, millenni fa nacque la civiltà può stare insieme, da protagonista, nello scenario globale per proiettare quei valori su tutto il mondo. La terza bandiera non rappresenta Donald Trump. Rappresenta un paese nato per sfuggire alle tirannie e alle oppressioni di tutti i tipi, dove la libertà fosse garantita e ci potesse essere, per ciascun individuo, una opportunità e il diritto a cercare la propria felicità. La quarta bandiera non rappresenta Benjamin Netanyahu. Rappresenta - in un quadrante del mondo dove prevalgono dittature, regimi, teocrazie e fondamentalismi religiosi - un paese libero e democratico, dove vige lo stato di diritto e dove le minoranze religiose hanno gli stessi identici diritti di tutti gli altri, tanto che siedono in parlamento, comandano reparti militari, fanno gli ambasciatori, curano le persone negli ospedali. In tutti questi paesi si possono commettere tragici errori, si possono susseguire governi disastrosi, e possono compiere scelte profondamente sbagliate. Ma queste bandiere non rappresentano i governi che, grazie a Dio, si susseguono sulla base della volontà popolare. Rappresentano i valori universali di libertà e democrazia. I valori di civiltà e di primato della legge e dello stato di diritto. I valori di prevalenza della persona sullo Stato. Sono le bandiere che oggi sventolavano nello spezzone di corteo accanto alla Brigata Ebraica, e che è stato cacciato con la violenza da un branco di fascisti con la bandiera rossa. Per il @Partito_Libdem queste quattro bandiere sono e saranno sempre il punto di riferimento.
Luigi Marattin tweet media
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