Ulderico
20.9K posts

Ulderico
@apulderico
ferrarese e piemontese d'adozione. casaro, contadino e comunista. orgogliosamente bracciante agricolo.
Mombaldone, Piemonte Katılım Mart 2016
937 Takip Edilen685 Takipçiler

@egrosoidualc @vitalbaa Non sono stato amico di nessun governo da quando voto, quasi cinquant'anni. Ma questo, che sicuramente ha ottenuto una maggioranza schiacciante anche grazie alle molte promesse fatte, non ne ha mantenuta una. Una differenza che quasi fa sembrare utili perfino i passati governi.
Italiano

@apulderico @vitalbaa Utile si,
Ma degli ultimi governi è stato utile, e perché?
Italiano

Oggi il Governo Meloni diventa il secondo più longevo nella storia della Repubblica.
Bene. Evidentemente non serviva il premierato per ottenere la stabilità, come la Presidente del Consiglio aveva detto presentando la relativa riforma.
Ma l'encomiabile durata dell'esecutivo a cosa è servita finora?
Gli economisti spiegano che il Paese non cresce. Le riforme costituzionali sono fallite miseramente. Cinque decreti Sicurezza vedono norme al vaglio della Corte costituzionale e altre che non conseguono l'obiettivo della sicurezza, appunto.
Dunque, un governo che dura da quasi quattro anni, ma in concreto lascia fermo il Paese, può costituire un vanto?
Italiano

@Myrtus_up @siriomerenda Che c'entra, piuttosto, la festa dei lavoratori con la propaganda fascista del 21 aprile.
Giustiziato il dittatore, ripristinato il primo Maggio.
Secondo me c'entra.
Italiano

@apulderico @siriomerenda E quindi? Mascellone l’aveva abolito e spostato, ma che c’entra Pelù. Io trovo queste cose sempre molto tristi e forzate
Italiano

Piero Pelù in 2minuti fa esplodere la Rai in diretta mondiale al concertone del primo maggio "Benito Mussolini è un morto sul lavoro, un morto sanguinario e traditore" poi contro il genocidio a Gaza e sostiene Flotilla...
coccolone dei fasci
#1M2026 #concertone #Litfiba #1maggio
Italiano

@egrosoidualc @vitalbaa Allora la so, è no!
Anzi di più
Una durata breve ma utile di un governo è meglio di un governo longevo ma ozioso, inoperoso e dannoso.
Italiano

@apulderico @vitalbaa Il messaggio a cui ho risposto chiedeva se la durata può costituire un vanto.
E si, lo può costituire se gli altri fanno peggio.
Qui il problema della bollette non c’entra, è in ogni caso arriva molto lontano….
Italiano

@Myrtus_up @siriomerenda Chissà, una cosa a caso, chi aveva abolito la festività del primo maggio.
Italiano

@siriomerenda Sarebbe interessante capire cosa c’entra questo discorso con la festa dei lavoratori
Italiano

@egrosoidualc @vitalbaa Il vanto non si mangia e non paga le bollette.
Italiano

@vitalbaa Beh, se i governi precedenti hanno lasciato il paese fermo o in peggioramento e non sono durati, la durata può anche costituire un vanto.
Italiano

@maybe_viola Tutta una vita e spesso chiediamo a noi stessi se potremmo un giorno permetterci di morire.
Italiano

“Non c’è nessun avviso. Nessuna preparazione. Nessuna scelta.
Un giorno sei una persona qualunque. Il giorno dopo sei tutto: infermiere, medico, assistente, segretario, psicologo, difensore. Senza contratto, senza formazione, senza rete. Ti chiamano “amore”. Ma in realtà è sopravvivenza.
La verità è che il caregiver è l’unico “lavoratore” che lo Stato pretende senza riconoscerlo. Sei indispensabile… ma invisibile. Sei necessario… ma ignorato.
E mentre ti chiedono di reggere tutto — dolore, responsabilità, paura, burocrazia — ti tolgono anche il diritto di crollare.
Quante persone hanno perso il lavoro per assistere un familiare?
Quante hanno consumato la propria salute, il proprio futuro, la propria dignità nel silenzio?
E poi ti dicono: “sei forte”.
No. Non è forza. È assenza di alternative.
Io non voglio essere un’eroina.
Non voglio essere compatita.
Non voglio essere invisibile.
Voglio diritti.
Voglio tutele.
Voglio un riconoscimento reale, economico e umano.
Perché dietro ogni caregiver c’è una vita sospesa per permettere a un’altra di andare avanti.
E questa non è una scelta individuale.
È una responsabilità collettiva che oggi viene scaricata su chi ama.
Se ti trovassi tu al mio posto…
quanto resisteresti prima di chiedere aiuto?
E quando lo chiederesti, chi risponderebbe? Ricordatelo: lungo questo percorso incontrerai tanti professionisti.
Ma pochi vedranno davvero la persona che sei.”
Per me è stata una scelta, per la maggioranza no…
Italiano

@CucchiRiccardo I governi perseverano nell'emanare tali "decreti sicurezza", ignorando qual è la vera e necessaria sicurezza da salvaguardare.
Italiano

Sono morti sul lavoro, fino alla fine di aprile, 327 lavoratori. Una cifra impressionante.
L' Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Non sulla morte sul lavoro.
Finché questa non sarà affrontata come un' emergenza, ci sarà poco da festeggiare il #PrimoMaggio.
Italiano

给大家科普一下这张照片,可能真有人不知道。
1943年10月24日澳洲突击队员 Leonard Siffeet 和两名士兵被日军俘虏后,在巴布亚新几内亚的一个叫 Aitape的海滩上被斩首,举刀的日军叫安野親雄。
而这张照片是当时日军方面拍摄的。当然是无法公开的照片,后来1944年4月,美军在一名阵亡的日军少校尸体上搜出了这张照片(还有其他照片)
然后1945年被刊登在美国的【Life】杂志上,成为揭露日军暴行的重要图片之一。
Crazy Trump@Hongsiuwai1
@ShoahUkraine An Australian POW on his knee beheaded in front a crowd . you can see the Japaness in the front was smiling .
中文

@DannyDrinksWine Film realismo-grottesco, con uno sguardo cinico al degrado delle periferie post boom economico. Provoca spesso una risata amara.
Per me un ottimo film di Ettore Scola.
Italiano

Ettore Scola on why he liked to make low budget movies:
"I've made low-budget films and ones with high budgets, but I am not concerned with cost: my imagination is not fired up nor dampened down by the financial aspects of film-making. At this moment, if I had an unlimited budget, I might use it for many 'small' films."
(Ettore Scola, "Projections A Forum for Film-makers", edited by John Boorman & Walter Donohue, 1992)
Clip from:
Ugly, Dirty and Bad (1976)
Director: Ettore Scola
English

“NON CHIAMATELA SOLO "MAMMA", l’identità invisibile delle madri caregiver.
C’è una donna che incontri ogni giorno, ma che forse non vedi davvero. È lì, all’uscita di scuola, seduta in una sala d’attesa, con una cartellina piena di fogli e gli occhi che raccontano notti spezzate. Se la incroci, la riconosci subito. Non per il suo nome — quello spesso non lo conosce più nessuno — ma per il ruolo che la definisce: “la mamma di”. Ed è proprio in quella piccola sostituzione che si nasconde una verità enorme, scomoda, che facciamo fatica a guardare fino in fondo.
Perché quella donna non è solo una madre. È molto di più. È una persona fatta di sogni, di lavoro, di relazioni, di fragilità e di forza. Eppure, quando la disabilità entra nella vita di un figlio, tutto questo rischia di essere lentamente cancellato. Non in modo improvviso, ma giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, rinuncia dopo rinuncia. Fino a quando resta un’unica identità possibile: quella della cura.
La realtà è che queste donne non si fermano mai. Non esiste un orario, non esiste una pausa, non esiste davvero un “dopo”. La loro giornata non finisce quando cala la sera, perché la mente resta accesa, in allerta, sempre pronta. È una presenza costante, un’attenzione continua che non si può delegare del tutto. E dentro questa continuità, dentro questa responsabilità che non concede tregua, si consuma qualcosa di profondo: lo spazio personale.
Non è solo stanchezza. È qualcosa di più silenzioso e più radicale. È il rischio di scomparire. Di non essere più chiamate per nome, di non essere più viste come donne, ma solo come funzione. Di parlare sempre e solo di terapie, visite, documenti, scadenze. Di non avere più tempo per una passeggiata senza meta, per una risata leggera, per un pensiero che non sia legato a “cosa devo fare dopo”.
E come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge un sistema che invece di sostenere, spesso complica. Un sistema frammentato, che costringe queste madri a diventare organizzatrici instancabili di ogni dettaglio: appuntamenti, certificazioni, pratiche. Devono sapere tutto, ricordare tutto, gestire tutto. Un lavoro vero, complesso, faticoso — ma che resta invisibile, non riconosciuto, dato per scontato.
E allora succede qualcosa di ancora più ingiusto: mentre tutto questo accade, la società continua a raccontarle come “forti”, come “straordinarie”, come “supermamme”. Ma dietro questa parola, che sembra un complimento, si nasconde un peso enorme. Perché se sei una supermamma, allora devi farcela sempre. Non puoi crollare. Non puoi fermarti. Non puoi dire che è troppo.
La verità, invece, è un’altra. La verità è che nessuno dovrebbe farcela da solo.
Queste madri non hanno bisogno di essere celebrate. Hanno bisogno di essere viste. Di essere riconosciute come persone intere, non ridotte a un ruolo. Hanno bisogno di tempo, di respiro, di qualcuno che per un attimo si faccia carico di quel peso. Hanno bisogno di un sistema che funzioni davvero, ma anche di una comunità che smetta di voltarsi dall’altra parte.
Perché la cura non è una questione privata. Non è una storia individuale. È qualcosa che riguarda tutti noi.
E forse il primo passo è proprio questo: tornare a chiamarle per nome.
Ma c’è anche qualcosa che dobbiamo avere il coraggio di dirci, senza girarci intorno.
La disabilità non è solo una malattia. La disabilità è una condizione che può capitare a chiunque, in qualunque momento della vita. Non riguarda “gli altri”, non è un mondo a parte. È una possibilità reale, che attraversa l’esistenza più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Eppure continuiamo a comportarci come se non ci appartenesse. Continuiamo a voltare lo sguardo, a pensare che sia una realtà distante, che non ci toccherà mai davvero.
Ma finché i cittadini continueranno a girarsi dall’altra parte, non cambierà nulla. Perché il cambiamento nasce solo quando smettiamo di sentirci spettatori e iniziamo a riconoscerci parte della stessa realtà.”
Italiano

@ciropetrilli8 Da noi si usa spesso lo stesso nome della donna che si occupa del parroco e cioè "perpetua".
Si sente anche dire "pèppia".
(Piemonte, Monferrato)
Italiano












