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Andrea Cocco 🏴
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Andrea Cocco 🏴
@coccio2001
Genova, yacht e cantieri, Sampdoria, mugugno vario
La Superba Katılım Mart 2012
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People don't realize how absurd this view actually is.
A camera. On a robot. On Mars.
Built by humans on a planet 140 million miles away, launched on a rocket, landed using a sky crane, and now driving across an alien desert taking pictures so detailed you can count the rocks.
100 years ago, your great-grandparents thought airplanes were a miracle.
You are scrolling past Mars on your phone.
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@LucioMalan Biondino, in Italia abbiamo avuto solo quella fascista ed oggi si festeggia la caduta di quella.
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Ogni anno il #25aprile, Valentina postava questo video.
Oggi facciamolo noi per lei.
@welikeduel #propagandalive @La7tv
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Io adoro il confronto civile.
Per quanto possibile, non sempre mi riesce, cerco di essere gentile.
Quindi non scriverò, del tizio col fratino fosforescente, “ma tu chi cazzo sei? Chi rappresenti?”.
E non dirò al ragazzetto che deride questo signore pacifico: “Torna a studiare, deficiente fascista”.
Non lo farò, perché appunto credo che si debba spiegare. Prendendosi anche, come mi è successo più di una volta, insulti e minacce.
Punto primo, veloce: l’Ucraina è sotto attacco di un fascista. Il fascista è quell’altro. “Sì ma la Nato…”. La Nato non attaccava nessuno. “Sì ma il battaglione Azov…”. I partigiani italiani si giovarono dell’esercito italiano in rotta, che fino a un secondo prima era fascista. “Sì ma la corruzione…”. Se tutti i Paesi corrotti dovessero essere invasi da altri più corrotti di loro, alla sera mangeremmo tutti borsch. “Sì ma le armi…”. Senza le armi – alleate – avremmo parlato tutti tedesco.
Punto secondo, l’opportunità, la memoria, il rispetto. Ascoltate quel signore, che dice “abbiamo aderito…”, “sono conosciuto…”. Pensa di parlare a gente come lui. Pensa che essere memoria lo autorizzi a decidere, a spiegare, a testimoniare, che tra i bersagli dei fascisti di oggi ci sono l’Ucraina e l’Europa, il primo bersaglio di Putin (e del suo gemello in affari, Trump) da almeno un ventennio. E pensa di poterlo rivendicare. Come facciamo con le bandiere palestinesi contro l’altro fascista, quello che – nell’Internazionale delle teste di cazzo – completa il triangolo che comprende Washington e Mosca.
Affari, sfere d’influenza, democrature. La stessa pasta.
Ma il tizio non vuol sentire. Lo allontana. “Non m’interessa”. “Non mi tocchi”. Dice così: “Non mi tocchi”. E se ti tocca cosa fai, lo meni? E l’altro ride, gode del piccolo branco vincitore.
Io credo che, seduti attorno a un tavolo, l’allontanatore, il signore con la bandiera ucraina, il sottoscritto, saremmo d’accordo su un 75% di cose, diciamo sui valori, ché la politica è un’altra cosa e la si esercita in democrazia. Saremmo d’accordo che resistere, oggi, significa proteggere i deboli, i migranti, le persone LGBTQ+, i diritti civili ma anche quelli sociali, ché il capitalismo selvaggio ha devastato smantellando ogni singola regola a favore dei prepotenti.
Credo soprattutto che sapremmo individuarli, i prepotenti. E che dovremmo cominciare a farlo anche quando siamo diventati noi. Al netto di tutto, quello che si vede in questo video è un atto di prepotenza. Per il quale, persino coltivando pareri diversi sulla politica internazionale, qualcuno dovrebbe chiedere scusa.
Perché, come credo di aver detto un’altra volta, e lo ridico: abbiamo i fascisti al Governo. Non dovremmo sprecare tempo a maltrattare vecchietti.
Viva la Liberazione dal Nazifascismo. Viva il #25aprile_è_ANTIFASCISTA. Sempre.
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Questo video fa tristezza, indipendentemente da come la si pensi sulla situazione internazionale, sul mondo, sulla politica. La tenerezza di un uomo che spera, illudendosi, che la sua presenza sia in qualche modo un segno, e la violenza, quella sì fascista, di chi gli impedisce fisicamente di essere, di starci, di partecipare.
E, in una giornata così, perde l'umanità.
Gyruum 🇺🇦@Gyruum
Bandiera Ucraina allontanata in malomodo dal corteo del 25 Aprile a Bologna. Che vergogna! CHE VERGOGNA! Tutta la mia solidarietà a Tino, un grande amico della comunità Ucraina di Bologna, una persona dolcissima che non si merita questo vergognoso trattamento. Mi viene da piangere.
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Valditara e la resa dei Promessi Sposi
Spostare i Promessi Sposi dal biennio al triennio delle superiori non è una riforma, è una capitolazione. La presenta come modernizzazione, come adeguamento ai tempi, come rispetto dei ritmi di apprendimento dei ragazzi. In realtà è l’ammissione che la scuola italiana, sotto questo governo, ha smesso di credere nei propri studenti.
Il biennio è esattamente l’età in cui un adolescente va messo davanti a un testo che resiste. Quindici anni sono l’età giusta per imparare che la letteratura non si consuma, si attraversa. I nostri nonni leggevano Manzoni a tredici anni e non erano geni, erano ragazzi a cui veniva chiesto qualcosa. Oggi Valditara decide che a quindici anni non si può più, che bisogna aspettare i diciassette, che prima serve un percorso di avvicinamento, che il testo è troppo denso, la lingua troppo lontana, le pagine troppe. Ogni volta che si abbassa l’asticella si abbassano anche i ragazzi, non il contrario.
C’è poi una questione pedagogica che il ministro finge di non vedere, o forse non vede davvero. I Promessi Sposi non sono un romanzo ottocentesco da collocare in sequenza cronologica dopo Dante e Petrarca. Sono la prima vera palestra di cittadinanza che la scuola italiana offre ai suoi studenti. La peste che arriva e nessuno vuole riconoscerla. I potenti che piegano la legge ai propri interessi. La giustizia che non arriva mai per chi non ha voce. Le folle manipolate che cercano un untore qualunque su cui scaricare la rabbia. Don Abbondio che si tira indietro perché “il coraggio, uno, non se lo può dare”. Questa roba, a quindici anni, ti entra dentro e ti ci resta per la vita. Al triennio arriva tardi, quando i ragazzi hanno già deciso che la letteratura è una cosa che non li riguarda, che appartiene ai professori e agli esami.
Il sospetto, neanche troppo nascosto, è che il problema non sia pedagogico ma politico. I Promessi Sposi sono un libro scomodo per chi governa oggi. Raccontano un’Italia in cui il potere è sempre dalla parte dei don Rodrigo, in cui la Chiesa si divide tra chi sta con gli ultimi e chi benedice i prepotenti, in cui la peste diventa pretesto per sospendere ogni garanzia, in cui i tribunali non funzionano e la giustizia la si cerca altrove. Spostarlo al triennio significa ridurne il peso formativo, farlo diventare un testo da esame di maturità e non un testo che forma lo sguardo sul mondo.
La verità, spiacevole, è questa: una classe dirigente che non legge tende a credere che anche gli altri debbano leggere poco. Si governa come si è stati educati, e l’impressione che diano molti dei nostri ministri, Valditara in testa, è quella di persone che con la cultura hanno un rapporto strumentale, quando va bene, ostile, quando va male. La scuola diventa così il riflesso delle loro carenze, non il rimedio a quelle dei ragazzi.
Toccare Manzoni è facile, fa titolo, non costa nulla. Rimettere in piedi una scuola pubblica capace di chiedere molto e dare molto, quello sì che sarebbe una riforma. Ma richiederebbe una classe politica all’altezza dei libri che dovrebbe far leggere, e qui torniamo al punto di partenza.
I ragazzi italiani meriterebbero Manzoni a quindici anni. E meriterebbero ministri che l’hanno letto davvero.
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Dove sono finiti i soldi del PNRR?
Giorgia Meloni ha ereditato 194,4 miliardi del PNRR, il pacchetto di investimenti pubblici più grande d’Europa. Tre anni e mezzo dopo, con quella montagna di denaro in cassa, siamo tra gli ultimi in eurozona per crescita.
Non è la guerra. Non è la congiuntura internazionale. Sono tre anni che i numeri peggiorano, uno dopo l’altro, con una regolarità che non lascia spazio alle scuse.
Il PIL 2025 cresce dello 0,5% contro una media UE dell’1,4%. Un terzo. Nel 2027 saremo l’ultimo Paese dell’eurozona, dicono le previsioni della Commissione europea. Il debito è al 137,1% del PIL, ha sfondato i 3.000 miliardi. Il deficit resta al 3,1% e l’Italia rimane sotto procedura d’infrazione almeno fino al 2027. I salari reali, secondo l’OCSE, sono sotto del 7,5% rispetto al 2021, il calo peggiore dell’area. Lo stipendio medio italiano è 33.523 euro, quello europeo 39.800. Ci ha superato perfino la Spagna.
Poi c’è il resto, che di solito non finisce nei titoli. La produzione industriale cala da tre anni consecutivi. Nel 2025 il settore chimico ha perso il 3,6%, il tessile e la pelletteria il 3,4%. Intere filiere del Made in Italy in sofferenza. Il cuneo fiscale è al 47,1% del costo del lavoro, quarto più alto in Europa. Un lavoratore privato su tre ha ancora un contratto collettivo scaduto. Il governo continua a parlare di “riforma fiscale epocale”. La pressione sulle famiglie non cala.
Questi sono i numeri. Non opinioni, non propaganda dell’opposizione. Eurostat, ISTAT, OCSE.
Oggi, ad aprile 2026, restano quattro mesi alla scadenza del PNRR. A fine 2025 era stato speso poco più della metà dei fondi. Quello che doveva rivoluzionare sanità, scuola, infrastrutture, digitale, è rimasto in larga parte sulla carta. Cantieri bloccati, bandi che non escono, ministeri che non firmano. Una macchina dello Stato incapace di mettere a terra i soldi che aveva in tasca.
Qui sta il punto. Con il più grande regalo che l’Europa abbia mai fatto a un singolo Paese, questo governo ha prodotto la stagnazione. Tre anni per ottenere il peggior risultato possibile partendo dalle migliori condizioni possibili.
Si può spiegare in un solo modo. Non sanno fare. Non hanno la competenza tecnica, non hanno la visione politica, non hanno la capacità amministrativa di gestire una macchina di questa portata. Hanno passato tre anni a litigare sui nomi nei cda, a piazzare parenti e fedelissimi nelle partecipate, a produrre decreti a raffica su temi simbolici, a fare propaganda quotidiana su canali amici. Intanto gli uffici che dovevano firmare i bandi restavano fermi. Gli appalti slittavano. I cantieri non partivano.
Questa non è ideologia. Questa è contabilità.
Ora pretendiamo risposte. Una rendicontazione al 100%, voce per voce, euro per euro. Quali opere sono state costruite, quali servizi sono stati migliorati, quanti italiani ne hanno beneficiato. Vogliamo sapere se un solo euro di quei 194 miliardi è stato usato per interessi di partito, di amici, di parenti, di sottogoverno. Una domanda legittima di un Paese che ha il diritto di sapere.
I soldi c’erano. Il tempo c’era. Gli italiani non hanno visto niente. Come è possibile?
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Verrà il giorno. Questo governo cadrà come cadono tutti, e quel giorno dovremo scegliere. Perdonare ancora, o fare le cose per bene.
Nel quarantacinque perdonammo. Togliatti firmò l’amnistia, credemmo di essere migliori di loro. Fu il primo errore. I nipoti di quelli che salutavano romano siedono oggi in parlamento. Hanno imparato il trucco: sorridere in tv, tenere il coltello sotto il tavolo.
Hanno provato tre volte a cambiarci la Costituzione. La prima li ha fermati la Consulta. La seconda li abbiamo fermati noi, al referendum, uno a uno davanti all’urna. La terza non hanno avuto il coraggio di portarla in aula. Volevano riportarci indietro, prima che qualcuno imbracciasse un fucile in montagna. Ci riproveranno.
Quando cadranno, non basterà mandarli a casa. Si smonta la macchina.
Si comincia dai palazzi. Il cognato a dirigere l’agenzia senza saper leggere un bilancio. La cugina nel cda che in ufficio non c’è mai entrata. L’amico del sottosegretario in Rai, a decidere cosa puoi guardare la sera. Fuori. Uno per uno, cartone in mano, la faccia di chi non se lo aspettava. Chi ha rubato restituisce e risponde davanti a un giudice. Un euro rubato è pane tolto a un bambino, medicine tolte a un vecchio.
I palazzi hanno una stampella, ed è fatta di carta stampata. Non tutti i giornali, non sempre. Alcuni sappiamo quali sono. Prendono finanziamenti pubblici e pubblicità di Stato, e ogni mattina a pagina tre chiamano patrioti i razzisti, buonisti quelli che hanno ancora un cuore. Si chiudono i rubinetti. Se hanno lettori, camperanno sul mercato. Vediamo.
Poi le leggi. Chi alza il braccio in piazza entra in un’aula di tribunale. Chi scrive negro su un muro entra in un’aula di tribunale. Chi mena un ragazzo perché ne bacia un altro entra in un’aula di tribunale. Chi rimpiange il duce nel duemilaventisei non ha diritto a un microfono. Chi evade, dalla multinazionale con la sede a Dublino all’idraulico sotto casa che ti fa lo sconto senza ricevuta, deve scoprire che non conviene più. Sveglio alle tre di notte con la paura addosso.
Berlinguer la chiamava questione morale. Oggi nessuno la nomina più. Certe cose non si fanno. Non perché lo vieta un codice. Perché lo vieta qualcosa dentro.
L’Italia è malata da cent’anni. Ha dentro una cosa nera che nessuno ha voluto togliere fino in fondo. Ogni generazione la trova lì, cambia nome, si mette la giacca nuova, parla di famiglia, di patria, di tradizione, e torna a mordere i deboli. Le cancrene si tagliano. Si taglia finché il sangue non esce pulito. Fa male, si urla.
Il giorno verrà. Ottant’anni fa abbiamo avuto pietà, e la pietà ci ha riportati qui.
Questa volta no.
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@Marcolisei @FratellidItalia Ti vado a fare due conti, visto che ragionare non è il tuo forte.
500 migranti gestiti per 800 milioni di euro. Quanti milioni per migrante?
E poi voi fascio leghisti vi lamentavate per i 35 euro
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