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Al vertice della Comunità Politica Europea a Yerevan abbiamo adottato una dichiarazione congiunta sul contrasto alla migrazione illegale, condivisa dai leader di 33 Stati: governo.it/sites/governo.…
Già al vertice di Copenaghen avevamo individuato linee d’azione fondamentali per perseguire un approccio lungo l’intera rotta migratoria, sottolineando la necessità di agire contro i trafficanti, garantire la solidità dei quadri normativi nazionali e internazionali, accelerare i rimpatri, sviluppare nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione. Concordando sulla necessità di sostenersi reciprocamente in questi sforzi.
Oggi, di fronte ai significativi spostamenti di popolazione in Sudan, nel Corno d’Africa e nell’intero Medio Oriente, queste priorità restano più che mai attuali. Abbiamo quindi deciso - anche sulla base delle lezioni apprese dalla crisi migratoria del 2015 e per evitare una situazione analoga in futuro - di rafforzare il coordinamento su più fronti: condivisione delle informazioni, interventi umanitari mirati, collaborazione con organizzazioni internazionali, dialogo intensificato con i Paesi di origine e di transito, sicurezza e protezione delle frontiere terrestri e marittime, lotta alla criminalità organizzata, regole solide e non aggirabili, accordi efficaci per i rimpatri e un’azione sistemica che utilizzi tutti gli strumenti disponibili per coordinare gli sforzi internazionali e proteggere l’integrità delle nostre frontiere.
Negli ultimi mesi sono stati compiuti progressi concreti, con nuove misure e partenariati e risultati nel contrasto ai trafficanti. Continueremo a lavorare con determinazione sulle sfide migratorie globali, anche in vista del prossimo vertice in Irlanda. L’Italia farà la sua parte, con serietà e responsabilità.

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Ma mi faccia il piacere
Leggi l'editoriale completo in edicola e su ilfattoquotidiano.it 👉 ilfat.to/4tSjBnA

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#ultimora "E adesso che lettera vede?", Giorgia Meloni si spazientisce e abbandona la visita oculistica
lercio.it/e-adesso-che-l…

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La nausea e il disgusto/1
(La torta di compleanno con cappio - per celebrare la pena di morte da infliggere su base etnica ai soli palestinesi - che rende così ilare il ministro naziultraortodosso israeliano #BenGvir)

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SENZA LA NATO
Pare oramai chiaro che #Trump ha abbandonato la NATO, nei fatti se non nella formalità, lasciando completamente scoperto il fronte Est europeo. Sarebbe questo il momento ideale per Putin per sancire, attraverso un attacco limitato, che la NATO è morta e che le nostre capacità di reazione senza le strutture di comando e controllo americane sono limitate.
Nel mio ultimo libro ho cercato di capire quali sono i principali “buchi” delle nostre difese senza gli USA e come possono essere colmati.
Si tratta di un investimento poderoso, in particolare nel dominio dei satelliti, droni, missili antimissile, missili a lunga gittata e gestione dei dati.
Parliamo di circa mille miliardi di euro per essere completamente indipendenti. Soldi che potrebbero derivare da un maggiore indebitamento europeo, creando quindi un’asset class estremamente popolare tra gli investitori e danneggiando i titoli americani. Il che sarebbe una buona risposta ai nuovi dazi americani.
La cosa interessante è questi investimenti contribuirebbero a colmare il gap con gli USA in alcune tecnologie chiave anche per uso civile.
Se non acceleriamo su questi fronte il rischio di aggressione russa aumenterà. Potrà prendere forme diverse: da un cyber attacco massiccio su sistemi finanziari e infrastrutture critiche; a un lancio limitato di droni e missili su un paese baltico o alla “chiusura” del corridoio di Suwalki tra Bielorussia e Kaliningrad.
Leggi i dettagli in “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa”.
👉🏻ordinalo qui: amzn.eu/d/0hDCxS2F

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Cinque Masters 1000 consecutivi.
Un’impresa mai riuscita a nessuno.
Jannik #Sinner scrive nuovamente la storia e consegna allo sport italiano un’altra pagina indimenticabile 🇮🇹

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Meloni festeggia il traguardo, alla guida del secondo governo più longevo della Repubblica
👉 tg.la7.it/politica/melon…

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Trump e la minaccia: "Italia non ci ha aiutato. Via i soldati Usa? Probabile" - Video ebx.sh/BEb0i7

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Il record che Meloni non rivendica
Centosedici voti di fiducia. Mai successo prima nella storia repubblicana. Eppure il record che Meloni si gode è un altro, il secondo governo più longevo dal dopoguerra. Il primato della longevità lo sventola dovunque. Quello dei 116 voti di fiducia lo nasconde sotto il tappeto.
Strano, perché i due numeri raccontano la stessa cosa. Il governo dura proprio perché ha smesso di parlare con il Parlamento. 116 volte ha detto alle Camere prendere o lasciare. Niente emendamenti. Niente discussione vera. Tre anni e mezzo dentro la stessa formula. Funziona, certo. Ma chiamarla ancora democrazia parlamentare diventa una bugia per cortesia.
Quando lei stava all’opposizione la stessa identica pratica la definiva “deriva preoccupante”. Adesso che la pratica porta il suo timbro, è normalità. Il regolamento delle Camere è uguale a prima. La Costituzione pure. È cambiato solo chi siede al governo.
E qui arriva il pezzo che spiega perché tutto questo passa quasi liscio. La stampa. Reporters sans frontières il 30 aprile ha pubblicato il World Press Freedom Index 2026 e l’Italia è scivolata al 56° posto. Per dare una misura: nel 2024, primo anno intero di governo Meloni, eravamo al 46°. Dieci posizioni perse in due anni di sue manovre legislative. Stabilmente fuori dagli standard dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, lo dice testualmente la Federazione nazionale della stampa. Insieme all’Ungheria di Orbán. Davanti a noi (davanti, non dietro) Ghana, Costa d’Avorio, Gambia.
Il rapporto le ragioni le elenca senza giri di parole. La legge bavaglio approvata dalla maggioranza. Le interferenze dirette sulla Rai, descritta come “strumento di comunicazione politica al servizio del governo”. Il Media Freedom Act europeo che il governo non ha recepito. Le querele Slapp usate come arma di intimidazione contro le inchieste scomode. La riforma sulla diffamazione bloccata in commissione Giustizia con un testo, quello del senatore Balboni, che la Fnsi giudica peggiorativo. La precarietà dei giornalisti che mina indipendenza e capacità di scavo.
Ecco. È così che Meloni può raccontare quello che vuole. Una stampa zoppa, controllata nei nodi, intimorita dalle querele, alza meno la mano. Lei lo sa. Lo sa così bene che il 22 ottobre scorso, in Senato, ha avuto il coraggio di rivendicare un miglioramento della libertà di stampa: ha confrontato il 58° posto del 2022 (anno Draghi, peraltro) con il 49° posto del 2025, intascandosi un avanzamento che non era suo. Pagella Politica le ha fatto i conti il giorno dopo. Sotto il suo governo il punteggio italiano è sempre sceso, non salito. Le posizioni guadagnate erano merito di chi c’era prima. Quelle perse sono firmate da lei. Ma con una stampa indebolita anche una contabilità così sfacciata passa, viene ripetuta, arriva ai TG senza un controvento decente.
Veniamo a quello che pesa sulle vite, però. Numeri economici. Il PIL 2025 è cresciuto dello 0,5%, certificato Istat. Negli anni pieni del governo Meloni la crescita è stata costantemente sotto l’uno per cento. La Spagna nel 2025 è cresciuta del 2,9%. La Polonia del 3,2%. Noi siamo fermi, con una macchina che ha il motore sotto sforzo da un pezzo. Il debito pubblico ha sfondato il 137% del PIL, secondo solo alla Grecia nell’Eurozona. La pressione fiscale ha toccato il 43,1%, due punti pieni in più in due anni. Il deficit è rimasto al 3,1%, sopra la soglia europea, e l’uscita dalla procedura d’infrazione che il governo aveva sbandierato per mesi è saltata.
Ma il dato che dovrebbe far calare il silenzio in qualunque conferenza stampa di autocelebrazione è un altro. L’Ocse, a marzo 2026, ha collocato l’Italia al penultimo posto della sua area per recupero dei salari reali. Penultima. Davanti a noi solo la Repubblica Ceca. I salari italiani in termini reali sono ancora sotto il livello del 2021. Lo stipendio medio del nostro Paese, sempre Ocse, è 21° su 34, con un gap di 8.523 dollari rispetto alla media (dati in parità di potere d’acquisto, omogenei). Per questo i giovani fanno le valigie. Mica perché amano Berlino.
Il 4 settembre Meloni festeggerà il sorpasso sul Berlusconi IV. Ci sarà il video, magari verticale per i social, voce ferma e sguardo dritto in camera. Non dirà dei 116. Non dirà del 56° posto RSF. Non dirà del penultimo posto Ocse sui salari. Sarà compito nostro, di chi scrive ancora liberamente, ricordare cosa c’è dietro al primato di durata. Una democrazia che si fa più sottile ogni mese che passa, mentre l’economia reale lascia indietro chi lavora.
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@emmemick @Adnkronos Appena fatto in Germania quelli senza coraggio non sono proprio gli USA
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