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giuseppe mercatelli
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giuseppe mercatelli
@giuseppemercate
architetto e giornalista
Castellammare di Stabia Katılım Ağustos 2013
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Vorrei informare i capiscer di tennis che @janniksin attuale n. 1 del mondo è assolutamente in grado di programmare la sua attività senza il bisogno di dover seguire i vostri illuminati ma inutili consigli
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Quanto mancano le belle telecronache di Bruno Pizzul. Sentire questi due invasati è un insulto ai veri telecronisti. #BosniaItalia
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Allo stremo delle forze doppia cazzata dei "freschi" Adzic e Boga e al PRIMO tiro in porta Osimhen segna.
Puoi essere eroico e giocare da dio
Ma serve UN ATTACCANTE
#JuveGalatasaray
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Solo applausi per una squadra che ha fatto persino dimenticare di aver giocato 10 vs 11. Non sarà facile dimenticare il possibile 4-0 di #Zhegrova. Bravi (quasi) tutti, giocata con grande intelligenza #Spalletti #JuventusGalatasaray
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#JuventusComo puoi cambiare anche 10 allenatori ma se sbagli mercato in estate e non lo fai a gennaio nemmeno il mago Silvan può farci niente. È una rosa scarsa in ogni reparto. Il portiere. In difesa senza Bremer è notte fonda, senza regista e senza attacco
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@PaPaganini Domando: ma con il calcio che oggi coinvolge molte e variegate economie, non crede che anche coloro che raccontano le gesta dei protagonisti tutti (arbitri compresi!!!) aumentando visibilità ed introiti, meritino di essere ascoltati per modifiche e cambiamenti vari?
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La quantità di errori arbitrali in questa stagione contro la #Juventus è semplicemente allucinante.
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Chi mi conosce sa che non parlo mai di calcio. Non mi interessa più da anni, quello che il calcio è diventato.
Stavolta però faccio un’eccezione, perché quello che è successo non riguarda il calcio. Riguarda l’educazione.
Il calcio, in sé, è irrilevante rispetto a ciò che davvero conta. Le partite passano, i risultati cambiano, le classifiche si aggiornano e il giorno dopo nessuno ricorda più nulla. Quello che resta sono i modelli. I gesti. I messaggi impliciti che milioni di ragazzi assorbono senza che nessuno glieli spieghi.
Alessandro Bastoni ha simulato una caduta per un fallo che non c’era. L’arbitro ha creduto a quella simulazione ed ha espulso Kalulu. Di fatto un "errore" gravissimo, indotto dal comportamento scorretto di Bastoni.
Ma la parte più grave non è questa. La parte più grave è ciò che è successo dopo. Le telecamere hanno inquadrato Bastoni mentre esultava. Non mentre si rialzava. Non mentre protestava.
Esultava.
Con la stessa espressione, la stessa rabbia, la stessa rivendicazione di chi ha appena segnato un gol decisivo. Come se ingannare fosse un merito. Come se falsare la realtà fosse un’impresa. Come se la vittoria dell’inganno fosse indistinguibile dalla vittoria del talento e del sacrificio.
Questa immagine, questa, esattamente questa, è il problema.
Perché non è solo un fotogramma. È un messaggio. È la rappresentazione plastica di un principio devastante: non importa come vinci, importa solo vincere. E se per vincere devi mentire, simula. Se devi ingannare, inganna. Se devi far espellere un altro con una scorrettezza, fallo.
E poi esulta.
Chi indossa una maglia non è solo un atleta. È un riferimento. Rappresenta un’idea. Rappresenta qualcosa che va oltre se stesso.
Milioni di ragazzi guarderanno questa scena. La rivedranno sui social. La ritroveranno nei videogiochi. La imiteranno nei campetti. Non perché sono cattivi. Ma perché stanno imparando. E stanno imparando che l’inganno non solo è tollerato, ma è celebrato.
Arriveranno le giustificazioni. L’adrenalina. La tensione. Il momento. Sciocchezze. La pressione non crea il gesto. Lo rivela. I valori non servono quando rispettarli è facile. Servono quando infrangerli converrebbe.
È lì che si misura una persona. È lì che si misura un uomo.
Onestamente, spero di non vederlo mai più indossare la maglia della nazionale. Personlmente ritengo debba essere radiato dal calcio.
Non per punizione. Per coerenza. La maglia azzurra dovrebbe rappresentare il meglio. Dovrebbe essere data al più degno, non al più efficace nell’inganno.
Il punto non è distruggere una carriera. Il punto è difendere un confine. Perché nel momento in cui l’inganno diventa spettacolo, e lo spettacolo diventa normalità, smette di educare e inizia a diseducare.
Lo sport, quello vero, non serve a creare vincitori.
Serve a creare persone che meritano di vincere.

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