Matteo, pensio.bancario, music (rock) addicted 🤟
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@mathewrag
Sono (ero dieci anni fa) un pacioso signore di mezza età (avanzata ? Alquanto), che diventa pestifero appena viene provocato !😜 Forza Inter 🖤💙



#InterParma #Inter #SerieA #Amala 🖤💙⭐️⭐️ Inter, il trionfo che nasce da lontano C’è sempre un istante, nelle grandi storie sportive, in cui tutto sembra franare. Per l’Inter, quell’istante ha il volto amaro del 2-0 subito dal Fluminense: una giornata storta, quasi simbolica, in cui la squadra appariva svuotata, lontana da sé stessa, e Lautaro — l’uomo che aveva trascinato l’Inter in ogni tempesta — sbottava dopo la fine del Mondiale per Club. Era lo sfogo di un capitano che vedeva la sua Inter scivolare verso un limbo pericoloso. Da lì, però, è iniziata la rinascita. Una rinascita che porta un nome inatteso, quasi letterario: Cristian Chivu. L’uomo venuto dal Parma, il tecnico che sembrava destinato a un apprendistato lungo, ha invece preso in mano una squadra ferita e l’ha trasformata in un meccanismo feroce, elegante, implacabile. Ha restituito ordine, fame, geometrie. Ha rimesso l’Inter al centro del suo destino. E il destino, questa volta, aveva la forma di uno scudetto. Il ventunesimo. Che la partita decisiva fosse proprio contro il Parma è una di quelle simmetrie che il calcio ama regalare. Contro la squadra in cui Chivu aveva iniziato a farsi allenatore, l’Inter ha chiuso il cerchio. Marcus Thuram, che a Parma è di casa, ha segnato il gol che ha aperto la strada. Henrikh Mkhitaryan, il professore silenzioso, ha messo il sigillo finale. Due reti che hanno il sapore della giustizia sportiva: la squadra migliore, la più continua, la più completa, ha vinto il campionato. Perché questo scudetto non è solo un titolo. È una dichiarazione di identità. È la risposta ai gufi, alle malelingue, ai profeti di sventura che avevano già apparecchiato il funerale tecnico dell’Inter. È la smentita più elegante possibile. L’Inter ha dominato il campionato con una superiorità quasi imbarazzante: ha sovrastato il Napoli campione d’Italia, ha spento le illusioni del Milan, ha respinto la Juventus, e lo ha fatto con una naturalezza che ha lasciato poco spazio alle interpretazioni. Chivu è arrivato davanti ad allenatori navigati come Conte, Allegri, Spalletti. Una squadra che non ha avuto bisogno di proclami, perché parlava il campo. E allora sì, viene da sorridere pensando a Califfo, poeta nerazzurro, quando cantava che “il resto è noia”. Perché questo scudetto è stato davvero così: una cavalcata talmente netta da rendere tutto il resto un rumore di fondo. Chivu ha portato una cosa che all’Inter mancava da tempo: la serenità. Ha tolto il superfluo, ha asciugato il gioco, ha dato responsabilità ai leader e spazio ai giovani. Ha trasformato una squadra stanca in una macchina da punti. Ha restituito all’Inter la sua postura naturale: quella di chi non chiede permesso. Il ventunesimo è un titolo che pesa. È un titolo che racconta una società che ha saputo rialzarsi, una squadra che ha saputo soffrire, un allenatore che ha saputo ascoltare e poi cambiare. È un titolo che nasce da una sconfitta bruciante e arriva come un’opera compiuta, lucida, inevitabile. L’Inter è campione d’Italia. E questa volta, davvero, non c’è nulla da aggiungere.




























