
Siamo tutti convinti di volere una vita stabile, tranquilla e senza problemi.
"Quando chiudo questo progetto, mi riposo."
"Quando raggiungo quel fatturato, smetto di correre."
Mentiamo a noi stessi. La verità è che il nostro cervello odia la calma.
Nel 1978, uno studio sui vincitori della lotteria dimostrò che, dopo il picco iniziale, non erano più felici di prima. Anzi, la loro capacità di godersi le cose semplici si era azzerata. Il nostro sistema nervoso non funziona ad accumulo di felicità, ma a contrasto. Quando togliamo il contrasto, sparisce anche il senso.
Ed è qui che scatta il sabotaggio.
Siamo talmente abituati a funzionare sotto stress e ad avere un "nemico" da combattere (una scadenza, un competitor, un problema), che quando finalmente le cose vanno lisce, ci annoiamo.
Cosa facciamo allora? Ci inventiamo dei draghi da sconfiggere.
Creiamo complessità dove bastava semplicità. Litighiamo per dettagli irrilevanti. Lanciamo un progetto impossibile esattamente quando quello precedente stava iniziando a girare da solo.
La chiamiamo "ambizione" o "hustle culture", ma spesso è solo un disperato tentativo di scappare dal silenzio. Perché se non c'è più nulla da risolvere, chi siamo?
La consapevolezza aiuta. Sapere che dopo un grande risultato arriverà un inevitabile calo dopaminico (e non una crisi mistica) mi salva dal prendere decisioni disastrose solo per "sentire qualcosa". Ho imparato a "stare", ad aspettare che la biologia faccia il suo corso e il corpo si ricalibri.
Voi riuscite a godervi i momenti di calma professionale o sentite subito il bisogno fisiologico di complicarvi la vita con qualcosa di nuovo? Parliamone nei commenti. 👇

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