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Photographers, show us a picture YOU took. No description. Just a pic 📸 By: gunnarto song
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Russia alla Biennale spiegata bene 👇👇👇
Daria Kryukova@daria_sev

Permettetemi di spiegare perché io, come russa, considero giusto chiudere il padiglione russo alla Biennale, e perché questa chiusura non ha nulla a che vedere con la russofobia o con la “cancellazione della cultura russa”. Allo stesso modo, la decisione di riaprirlo non ha nulla a che vedere con il “costruire ponti” o con la pace. Prima di tutto, non si tratta di un padiglione della cultura russa. È un padiglione dello Stato russo. L’arte russa a Venezia verrà rappresentata dai figli dell’élite. Il commissario del padiglione russo alla Biennale di Venezia è Anastasia Karneeva, nominata dalle autorità russe già nel 2021. Karneeva è figlia del vice direttore generale della корпорация statale russa Rostec — un conglomerato dell’industria militare che, dopo l’invasione dell’Ucraina, è stato inserito nelle liste delle sanzioni dell’Unione Europea. Karneeva è inoltre cofondatrice della società artistica Smart Art, che gestisce il padiglione e che ha fondato insieme a Ekaterina Vinokurova — figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Questo significa che il padiglione non rappresenta la cultura russa nel senso più ampio del termine. Rappresenta l’agenda delle attuali élite russe e contribuisce alla loro normalizzazione. Non è un dialogo con la società russa — cosa che si potrebbe anche considerare legittima, visto che il popolo russo esisterà anche dopo Putin. È un dialogo con il regime russo attuale, non con la società. Secondo punto: cosa resta oggi della cultura russa all’interno della Russia? Molto poco. Sapete, per esempio, che gli artisti vengono selezionati e curati da un apposito dipartimento dell’FSB? Gli artisti non graditi semplicemente non vengono ammessi. E una parte enorme degli artisti più interessanti oggi vive in esilio. Per loro partecipare al cosiddetto “padiglione russo” è semplicemente impossibile. Quindi chiamiamo le cose con il loro nome: non è una mostra della cultura russa e non è un ponte verso di essa. È un evento chiuso, una sorta di club interno che serve a normalizzare le élite russe e a esporre opere approvate dall’FSB. Si sente spesso dire: l’arte non è politica. Ma in questo caso è stato lo stesso Stato russo a rendere l’arte politica. È una scelta deliberata del potere. La strategia di Putin è coinvolgere quante più persone possibili nella sua guerra, direttamente o indirettamente. Non solo gli artisti: scrittori, musicisti, attori — tutti vengono spinti a partecipare alla propaganda, a visitare territori occupati, a prendere posizione pubblicamente. C’è poi un’altra questione fondamentale. Quando si parla di “ponti culturali”, bisogna chiedersi: ponti tra chi e chi? Tra le società? Oppure tra istituzioni culturali occidentali e le élite di un regime che sta conducendo una guerra? Perché nel secondo caso non si tratta di dialogo culturale, ma di normalizzazione politica attraverso la cultura. Inoltre bisogna ricordare una cosa semplice: lo Stato russo utilizza sistematicamente la cultura come strumento di soft power e di propaganda internazionale. Non è un segreto. Lo dichiarano apertamente gli stessi funzionari russi. Infine c’è anche una questione morale. Migliaia di artisti, giornalisti e intellettuali russi hanno perso il lavoro, la libertà o la possibilità di tornare a casa perché si sono opposti alla guerra. Molti vivono oggi in esilio e continuano a lavorare senza alcun sostegno istituzionale. Aprire un padiglione gestito dalle élite del regime mentre queste persone restano escluse non è “dialogo culturale”. È il contrario. Una parte enorme della cultura russa oggi vive fuori dalla Russia. Forse proprio lì, e non nei padiglioni ufficiali dello Stato russo, bisognerebbe cercare la vera cultura russa contemporanea. Per questo motivo la questione non riguarda la russofobia o la cancellazione della cultura. Riguarda una scelta molto più semplice: separare la cultura dalla propaganda di uno Stato che ha deciso di trasformare tutto — anche l’arte — in uno strumento politico.

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Fabio Sabatini
Fabio Sabatini@FabbioSabatini·
🧵Ho tolto il paywall a questo post. È molto rilevante, in giorni in cui l’Italia ospita i rappresentanti di un paese responsabile di crimini di guerra così ripugnanti. Conoscere la rete di deportazione, adozione forzata e rieducazione dei bambini ucraini rapiti nei territori occupati aiuta a capire cosa vuole davvero la Russia – e quali condizioni consentirebbero una pace stabile e duratura – al di là delle chiacchiere tutte italiane sulla “russofobia”. Il rapporto dello Humanitarian Research Lab della Yale School of Public Health offre un punto di partenza prezioso, che non a caso viene ignorato nel dibattito italiano. È un lavoro basato su protocolli di ricerca riconosciuti a livello internazionale, su migliaia di fonti aperte, verifiche indipendenti, immagini satellitari e analisi incrociate. Non è la versione ucraina dei fatti: è la versione russa dei fatti, raccolta scrupolosamente dai ricercatori. È documentazione pura, cioè l’opposto della propaganda. In una frase, l'evidenza prodotta dal rapporto suggerisce una cosa sola: quello russo è un progetto di conquista e di annullamento identitario. Il link è nel post qui sotto. 👇
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louise
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....
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robisanni
robisanni@robisanni·
-what’s the difference between yogurt and America? + … - if you leave alone a yogurt for 200 years it’ll develop a culture
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robisanni
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We are smart enough to invent AI, dumb enough to need it, and so stupid we can’t figure out if we did the right thing (Jerry Seinfeld)
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Cecilia Sala
Cecilia Sala@ceciliasala·
Travaglio ha detto che i morti nel teatro di Mariupol – quello con la scritta “дети”, “bambini”, alta tre metri perché i jet russi la potessero vedere – sono stati zero. Potrebbe essere stata la peggiore strage della guerra. Sotto l’intervista che avevo fatto a una sopravvissuta, Maria Kutnyakova
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Stefania Battistini
Stefania Battistini@StefaniaBattis4·
Una #Biennale che accoglie i regimi ma non la dissidenza smette di essere uno spazio di libertà.
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Sabrina alta densità
Sabrina alta densità@alta_densita·
Invito tutti gli artisti, i creativi, a tirar fuori le palle. L’arte è coraggio o non è arte. Nessun padiglione a chi fa guerra alla libertà. Nessuna vetrina per i regimi che perseguitano la verità. Nessuna Biennale che diventi lavanderia morale dei dittatori.
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