La Stefi
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@stebenci
stammi su da dosso. Non alimento troll. La gentilezza non è sinonimo di debolezza.
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Anche oggi resto una mina vagante per @differita
Perché so che Paola ama l'opulenza vittoriana arricchita di spezie orientali...



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La sinistra ungherese non ha perso. Ha scelto.
Girano già le interpretazioni di comodo. La sinistra in Ungheria è stata sconfitta, dicono. Ha giocato e ha perso. Orbán è stato battuto dalla destra, quindi nulla cambia per la sinistra europea.
Falso. Falso in modo quasi imbarazzante per chi lo sostiene.
La sinistra ungherese non si è candidata. Non ha perso un solo seggio perché non ne ha conteso nemmeno uno. Il Partito Socialista, quello che ha governato l’Ungheria dal ’94 al ’98 e dal 2002 al 2010, si è ritirato il 20 febbraio. Prima di lui i Verdi, il Dialogo, LMP, il Movimento Soluzione. Tutti fuori. Volontariamente.
I socialisti lo hanno detto con una chiarezza che in Italia sembrerebbe un’allucinazione collettiva: il sistema elettorale di Orbán equivale a “imbrogli legalizzati” e l’unico modo per batterlo è unirsi dietro il candidato più forte. Anche se quel candidato non è dei tuoi. Anche se è un conservatore uscito dalle viscere di Fidesz.
Questo non è un atto di resa. È il contrario. È la scelta politica più matura che un’opposizione frammentata potesse fare davanti a un regime che aveva riscritto le regole del gioco per non perderlo mai. Orbán aveva tagliato due collegi a Budapest, ne aveva aggiunti due nelle campagne fedeli, controllava i media, usava le risorse dello Stato come arma elettorale. Freedom House classificava l’Ungheria solo “parzialmente libera”. Per vincere in quel sistema serviva almeno cinque punti di vantaggio. Non c’era spazio per il lusso delle candidature di bandiera.
La sinistra ungherese ha guardato in faccia la realtà e ha fatto una cosa che richiede più coraggio della candidatura: ha rinunciato a se stessa per uno scopo più grande. Ha detto ai propri elettori: votate Magyar. Votate Tisza. Non importa se è di centro-destra, se viene dal PPE, se è un ex uomo del sistema. L’unica cosa che importa è mandare a casa Orbán.
Il risultato? 79% di affluenza, record assoluto. Magyar al 53,6%. Supermaggioranza dei due terzi. Orbán al telefono che si congratula. Budapest in festa lungo il Danubio.
Chi racconta questa storia come una sconfitta della sinistra sta ribaltando i fatti. La sinistra non era assente perché irrilevante. Era assente perché ha deciso di esserlo. Ha sacrificato la visibilità, le candidature, i seggi, la presenza parlamentare a favore di un obiettivo che considerava più urgente di qualsiasi interesse di partito: abbattere un regime illiberale.
È un concetto che in certi ambienti politici risulta incomprensibile. L’idea che un partito possa scegliere di non esserci per permettere a qualcun altro di vincere. Che la generosità strategica non sia debolezza ma intelligenza politica. Che il risultato conti più della sigla sul manifesto.
Poi certo, si può discutere se la sinistra ungherese riuscirà a ricostruirsi, se questo sacrificio la rafforzerà o la marginalizzerà. Sono domande legittime, per un altro giorno. Quello che non si può fare oggi è raccontare una scelta deliberata come una sconfitta subita. Perché la differenza tra le due cose è la differenza tra chi fa politica e chi la subisce.
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@GaiaGuasp Mia mamma aveva risolto. Mi passava il guinzaglio e facevo lunghe passeggiate con il cane, e via, nei campi a ripetergli tutto. Era molto attento e approvava con entusiasmo. E intanto io prendevo sicurezza.
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