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@urso_c

Katılım Ağustos 2012
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Ivan Ritarossi
Ivan Ritarossi@ivanritarossi·
Gratteri non festeggia e non si compiace della vittoria. Parla della controparte con educazione, li tratta con rispetto. Più di questo: si preoccupa dello Stato da uomo dello Stato. In questa cloaca è un faro. Chi mi rappresenta lo voglio così. #referendum #dimartedì
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Carlo Verdelli
Carlo Verdelli@CarloVerdelli·
#Meloni “Da oggi non copro più nessuno, chi sbaglia paga”. Ma come da “oggi “, Presidente? E quindi fino a ieri i vari Delmastro, Bartolozzi, Santanché potevano sbagliare senza pagare? E in nome di quale salvacondotto extra legge? Creda, meglio non dirlo.
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Violet Lilly
Violet Lilly@VioletLilly84·
@SandroRossi_x Ha detto "DOVER mentire": questo la dice lunga sul giudizio che TUTTI i politici hanno del popolo italiano. E questa è la cosa più grave in assoluto: mentono perché siamo considerati un gregge di pecore,lavorano sui bassi istinti, usano il dolore di bambini,famiglie,senza ritegno
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riccardo cucchi
riccardo cucchi@CucchiRiccardo·
Ho cancellato un precedente post. Lo ripropongo evidenziando ogni riga. Perché va letto tutto ciò che Piero Calamandrei dichiarò all' Assemblea Costituente del 1947. C'è tutto ciò che è utile a capire perché la Costituzione non va modificata. #IoVotoNo
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riccardo cucchi
riccardo cucchi@CucchiRiccardo·
Quando un governo attacca i magistrati accusandoli di impedirgli di governare è perché non riesce a farlo nei limiti sanciti dalla legalità. E allora propone la manomissione di 7 articoli della Costituzione per poter limitare l' azione dei magistrati. #IoVotoNo
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
La bugia più comoda del referendum Ripetila abbastanza volte e diventerà vera. Le carriere unite dei magistrati sono un’eredità del fascismo. Lo dicono nei talk show, lo scrivono nei volantini per il Sì, lo ripetono i ministri con quella sicurezza di chi non ha mai aperto un manuale di storia. C’è solo un problema: è falso. Le carriere di giudici e pubblici ministeri in Italia sono unite dal 1865. L’ordinamento Cortese le strutturò così nel Regno d’Italia appena nato. Mussolini nel 1865 non era nemmeno nato. Quando il fascismo arrivò al potere sessant’anni dopo, quelle carriere le trovò già unite. Non le creò, non le volle, non le inventò. Erano lì da prima di lui, da prima dei suoi manganelli, da prima dell’olio di ricino. Quello che il fascismo fece alla magistratura fu tutt’altro. Eliminò ogni forma di indipendenza. Impose la tessera del Partito Nazionale Fascista a ogni magistrato. Creò un Tribunale Speciale per condannare gli oppositori politici senza garanzie, senza appello, senza giustizia. Mise l’intera macchina giudiziaria nelle mani del governo. Il fascismo non unificò le carriere. Tolse la libertà a chi le esercitava. Questo i Costituenti lo sapevano. Non per averlo letto sui libri, per averlo vissuto sulla pelle. Quando nel 1946 l’Assemblea Costituente si riunì per scrivere la nuova Italia, i 556 padri e madri costituenti avevano visto coi propri occhi cosa succede quando la giustizia dipende dalla politica. Avevano visto i tribunali speciali, le condanne politiche, i magistrati col distintivo del partito sulla toga. Sapevano che una giustizia asservita al potere non è giustizia. Fecero delle scelte precise. Magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere. PM e giudici nello stesso ordine. Un Consiglio Superiore della Magistratura libero dal governo. Non fu un compromesso pigro, non fu inerzia. Fu una rottura netta col fascismo. La cosa straordinaria è che su questo punto non ci fu battaglia. Calamandrei, Leone, Togliatti, Bozzi: culture politiche diverse, in molti casi opposte. Liberali, comunisti, democristiani, azionisti. Gente che su quasi tutto litigava. Su questo furono tutti d’accordo. Perché sapevano che proteggere il pubblico ministero con le stesse garanzie del giudice significava una cosa sola: impedire che un governo potesse decidere cosa indagare e cosa no. Chi indagare e chi no. Pensiamoci un momento. Se il PM non ha le stesse garanzie di indipendenza del giudice, chi decide quali indagini si aprono? Chi decide quali si chiudono? Chi decide che un politico non va toccato, che un affare non va guardato troppo da vicino, che certi nomi non vanno pronunciati? La risposta è semplice: decide chi comanda. Decide il governo. Ecco perché la narrazione del fascismo è così comoda per chi vuole la separazione. Se riesci a convincere la gente che le carriere unite sono un residuo del ventennio, il Sì al referendum diventa un gesto antifascista. Geniale, rovesciare la storia. Trasformare lo smantellamento di una garanzia costituzionale in un atto di liberazione. La verità è esattamente opposta. Le carriere unite non sono un residuo del fascismo. Sono la risposta al fascismo. Sono la garanzia che i Costituenti costruirono dopo aver visto l’orrore di una giustizia piegata al potere politico. Separarle oggi non è modernizzare, non è riformare, non è efficienza. È tornare indietro. È riaprire quella porta che nel 1948 venne chiusa con piena coscienza di quello che c’era dall’altra parte. Chi vi dice che votare Sì è votare contro il fascismo vi sta raccontando la bugia più comoda di questo referendum. La storia dice il contrario. I Costituenti dicono il contrario. Votare No significa difendere quello che costruirono dopo aver attraversato il buio. Votare Sì significa dimenticare perché lo costruirono.   Fonti: post Instagram di @avvocathy, “Dritti ai Diritti”, 14 febbraio 2025.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
La posta in gioco   Vi hanno raccontato che questo referendum riguarda la terzietà del giudice. Che si tratta di una riforma tecnica, di buon senso, né di destra né di sinistra. Meloni ci ha speso tredici minuti di video per spiegarvelo con quella voce da maestra paziente che usa quando vi sta mentendo in faccia.   Poi è arrivata Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, la persona che quel ministero lo governa davvero, e in tredici secondi ha detto la verità: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione.”   Una gaffe? Un’uscita infelice nel calore di un dibattito televisivo? No. Quella frase è il programma. E lo sappiamo perché la Bartolozzi quel programma lo ha messo per iscritto, sei anni fa, quando nessuno la guardava.   Il disegno è già scritto   L’8 ottobre 2020, da deputata di Forza Italia, Giusi Bartolozzi depositò alla Camera una proposta di legge costituzionale che chiunque può ancora andare a leggere. Il cuore di quella proposta era semplice e devastante: togliere ai pubblici ministeri l’autonomia nell’esercizio dell’azione penale e attribuire al governo il potere di stabilire le priorità investigative. Nella relazione introduttiva lo scriveva senza pudore: “La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica.”   Rileggete. Supremo compito che spetta alla politica. Il governo decide cosa si indaga. Il governo decide cosa si ignora. Il governo decide chi viene toccato e chi resta al sicuro.   Lo stesso giorno depositò un’altra proposta: un’Alta corte disciplinare per i magistrati composta da nove membri, sei nominati dal Parlamento, tre dal Presidente della Repubblica, nessuno dalla magistratura. Un tribunale dei giudici senza giudici dentro. Sei mesi dopo arrivò la terza mossa: una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, con poteri enormi, costruita sulla premessa che le procure fossero diventate un potere autonomo fuori controllo, una “Repubblica dei PM” da smantellare.   Tre proposte di legge, un unico disegno: sottomettere la magistratura al potere politico. Pezzo per pezzo, norma per norma.   Il referendum è il primo pezzo   Quella proposta del 2020 sulla subordinazione dei PM al governo non passò. Non poteva passare, per una ragione costituzionale precisa: finché giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine giudiziario, protetto dall’articolo 104 della Costituzione, qualsiasi tentativo di mettere i PM sotto il controllo dell’esecutivo si schianta contro un muro. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura valgono per tutti, giudicanti e requirenti.   La separazione delle carriere serve a demolire quel muro.   Una volta che i PM vengono separati dai giudici, una volta che hanno un loro CSM distinto, una volta che non appartengono più formalmente allo stesso ordine, il passaggio successivo diventa possibile. Diventa persino logico, nella retorica di chi lo proporrà: se i pubblici ministeri non sono più giudici, perché non dovrebbero ricevere un indirizzo dal governo, come le forze di polizia? Se sono un corpo a parte, perché non rendere le loro priorità coerenti con le priorità politiche del paese?   Non è un piano segreto. Non è un’interpretazione malevola. È la sequenza scritta dalla stessa persona che oggi siede nel posto più importante del Ministero della Giustizia. Prima la separazione costituzionale, poi il controllo con legge ordinaria. Il referendum è il primo tempo. La legge Bartolozzi è il secondo.   Chi comanda davvero   La Bartolozzi non è una funzionaria qualunque che si è fatta scappare una frase. È la persona che detta le linee del ministero. Nordio fa le dichiarazioni, va in televisione, ci mette la faccia. Lei decide. Chi frequenta i piani alti di via Arenula lo sa benissimo. È lei che ha gestito il caso Almasri (per il quale è indagata per false informazioni al PM, mentre Nordio e Piantedosi si sono fatti scudo dell’immunità ministeriale). È lei che ha costruito l’architettura della riforma. È lei che conosce il passo successivo.   Quando Meloni dice che questa riforma non è contro i magistrati, mente sapendo di mentire. Quando Nordio si scusa per le parole del suo capo di gabinetto, recita una parte. La Bartolozzi ha detto la verità: l’obiettivo è togliersi di mezzo la magistratura. Prima con la separazione. Poi con il guinzaglio.   Non è un rischio. È un progetto.   Smettiamola di trattare la questione come un’ipotesi remota, come uno scenario pessimistico agitato dall’opposizione per fare paura. Il disegno è stato scritto, depositato, protocollato. Porta una firma. Quella firma appartiene alla persona che oggi ha più potere di chiunque altro sulla politica giudiziaria di questo governo.   Il 22 e 23 marzo non vi stanno chiedendo se volete un giudice più imparziale. Vi stanno chiedendo se volete aprire la porta a un sistema in cui il governo decide chi viene indagato e chi no. In cui un PM che indaga un ministro può essere richiamato all’ordine. In cui le priorità investigative le stabilisce chi ha interesse a non essere investigato.   Votate come volete. Ma sappiate cosa state votando.
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Henri Schmit
Henri Schmit@Schmit_Henri·
@CarloVerdelli @EBamusement E se il problema non fosse il sistema giudiziario, i giudici e magistrati inquirenti, ma la qualità delle leggi e dei legislatori? Rifletteteci! Cosa fare allora?
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Carlo Verdelli
Carlo Verdelli@CarloVerdelli·
Grazie, Presidente Meloni. Ora è più chiaro. Al #refefendum non voteremo per rendere più efficiente la Giustizia, ma per impedire, come Lei ha detto, che la magistratura continui a ostacolare il governo. Quindi, se vince il Sì, il rispetto della Legge lo decide chi comanda. O no?
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Elio Vito 🇮🇹🇪🇺🇺🇸🏳️‍🌈🌍
Anche oggi, intervenendo al Senato sulla guerra in Iran, Meloni ha attaccato i magistrati che revocano il trasferimento di immigrati che hanno compiuto reati. Il concetto di Meloni è aberrante: chi ha commesso reati perde tutti i diritti. Perché non lo applica nel suo partito?🤔
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monica guerzoni
monica guerzoni@monicaguerzoni·
E allora se è vero quel che ha detto #Bartolozzi “col #SI la #magistratura ce la togliamo di mezzo”, i tre poteri del nostro #Stato son destinati a diventare due: legislativo e esecutivo. Anzi, vista la progressiva debolezza del Parlamento ne resterà uno solo: il #governo
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TIᑎᗩ ᗰᗩᔕTᖇI
TIᑎᗩ ᗰᗩᔕTᖇI@MastriTina·
Nel 1748 Montesquieu scrisse una cosa che da allora regge ogni democrazia sulla terra Chi fa le leggi non può applicarle Chi governa non può giudicare Chi giudica non risponde a chi governa Se gli stessi esercitano questi tre poteri, scrisse, tutto è perduto Non qualcosa. Tutto
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
A cosa serve votare Sí al referendum sulla riforma della magistratura ? A “toglierla di mezzo”. Interpretazione autentica della riforma fornita dalla capa di gabinetto al ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che ha scritto la riforma. Togliendo di mezzo i giudici, si tolgono di mezzo anche le regole, cui pure il governo deve sottostare. Stiamo sereni?
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riccardo cucchi
riccardo cucchi@CucchiRiccardo·
@suitetti I giudici non impediscono di governare. I giudici impediscono ai governi di governare violando la legge. Chi non vuole controlli è contro lo Stato di diritto.
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
Arianna Meloni ha sbagliato riforma: quella su cui si voterà al referendum non riguarda la responsabilità civile dei magistrati (tanto meno quella erariale, che non si sa da dove spunta). Quindi, perché vuole confondere le idee alla gente? (eufemismo, nonché domanda retorica)
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
Giorgia Meloni dice che la riforma serve a fare in modo che i magistrati operino secondo la propria coscienza. Le sfugge che i magistrati devono seguire la legge, e che la coscienza non c'entra un accidenti. Poi aggiunge che se non passerà la riforma, ci saranno pronunce ancora più surreali di alcune emesse di recente. Peccato che la riforma non avrebbe inciso su nessuna delle decisioni che Meloni ha definito surreali nei giorni scorsi: dal risarcimento alla Sea Watch 3 per illecito sequestro della nave, a quello dovuto migrante algerino, portato in Albania ledendo diritti essenziali, all'allontanamento dei bambini dalla famiglia nel bosco, che non si vede come sarebbe stato impedito dalla separazione delle carriere. Continua la presa in giro della gente. #fuoridalcoro @fuoridalcorotv
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Vitalba Azzollini
Vitalba Azzollini@vitalbaa·
È la normativa Ue a prevedere che, se lo straniero trattenuto in un CPR - ovunque sia, in Italia o in Albania - fa richiesta di protezione, non possa essere trattenuto. I giudici si limitano ad applicare la normativa Ue, che l'Italia ha recepito, e non potrebbero fare diversamente. Quindi, o Fratelli d'Italia non conosce le norme oppure vi sta prendendo in giro. E, comunque, perché non li hanno rimpatriati prima che facessero domanda di asilo? P.S. Il Sì al referendum non impedirà che i giudici continuino ad attenersi al diritto, e non ai desideri dell'esecutivo. Fino a quando l'esecutivo non troverà il modo per ottenerlo.
Fratelli d'Italia 🇮🇹@FratellidItalia

Continuano a sorprendere alcune decisioni dei giudici: immigrati trasferiti nei CPR in Albania, alcuni con precedenti gravissimi, vengono riportati in Italia perché non viene convalidato il trattenimento dopo la richiesta di protezione internazionale. Ma come può uno Stato difendere la sicurezza e i confini se ogni misura viene bloccata da interpretazioni giudiziarie che finiscono per rimettere in circolazione perfino soggetti condannati per stupro o pedofilia? Noi vogliamo regole certe, giudici che le applichino e istituzioni che rispettino il mandato ricevuto dai cittadini. Vogliamo una politica che faccia la politica e una giustizia che faccia la giustizia.

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