Agatho Christie

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Agatho Christie

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@Meglio_Prima_

Gentile Algoritmo, può evitare l'eccesso di pentadementi nella mia tl? grazie

Roma, Lazio เข้าร่วม Ağustos 2019
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giorgia26
giorgia26@giorgiaa26·
@rob_milano La vergogna dell'Italia! una donna senza dignita'
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Nicola Indelicato
Nicola Indelicato@NicolaIndelica6·
In politica sono tutti indagati quando spariscono i soldi pubblici degli italiani… destra sinistra loro 👇 tutti !!! Ma perché in galera ci vanno sempre gli altri e loro 👇 mai 🤔 Forse perché sono dei scappati di casa 🏠 non sono bravi a fregare soldi come destra e sinistra 🤔
Nicola Indelicato tweet media
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MoVimento 5 Stelle
MoVimento 5 Stelle@Mov5Stelle·
La differenza tra un vero leader e una premier che si fa baciare in testa da Biden e che elemosina foto a Trump, umiliando l'Italia. Meloni tolga il disturbo, ora tocca a noi!
MoVimento 5 Stelle tweet media
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Mohamad Safa
Mohamad Safa@mhdksafa·
You cannot build a Holy Land for your children on the mass graves of other children
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la manina
la manina@La_manina__·
Questa donna è riuscita nell'impresa impossibile di umiliarci più di quanto sia riuscito a fare berlusconi con la storia del bunga bunga.
la manina tweet media
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Giorgia Meloni
Giorgia Meloni@GiorgiaMeloni·
Io e l’Italia non imploriamo mai.
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Blade ⭐⭐ 🇺🇦🇵🇸
Blade ⭐⭐ 🇺🇦🇵🇸@xLightingBlade·
Qui si parla per l'ennesima volta dell'escalation portata avanti dall'Ucraina (sempre loro sono, sti cattivoni) che allontanerebbe qualsiasi possibilità di trattative. Al netto dell'ultimo ed ennesimo rifiuto di Putin di trattare, indovinate dove è caporedattore Orietta?
orietta moscatelli@omoscatelli

Si aggira per il continente la pericolosa convinzione e̶u̶r̶o̶p̶e̶a̶ (di vari europei) che Putin sarà portato al tavolo dei negoziati dall'escalation dei droni ucraini.

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Agatho Christie
Agatho Christie@Meglio_Prima_·
@omoscatelli Non credo. È più probabile che sia portato al tavolo della sala mortuaria
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orietta moscatelli
orietta moscatelli@omoscatelli·
Si aggira per il continente la pericolosa convinzione e̶u̶r̶o̶p̶e̶a̶ (di vari europei) che Putin sarà portato al tavolo dei negoziati dall'escalation dei droni ucraini.
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Agatho Christie
Agatho Christie@Meglio_Prima_·
@FPanunzi Ci vuole coraggio, io dopo dieci minuti al massimo stacco
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Fausto Panunzi
Fausto Panunzi@FPanunzi·
Ho sentito una lunga intervista ad Alessandro Barbero. Incredibile il numero di falsità che riesce a dire su Ucraina e Russia
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Marco Setaccioli
Marco Setaccioli@marsetac·
Volete ridere? È stata la contraerea russa a far saltare l’ormai celeberrimo tappo del serbatoio della raffineria di Mosca
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Ninabecks con Israele e Ucraina nel cuore
👇👇👇👇 David Patrick Amodio I quattro cavalieri del centrosinistra si sono stretti intorno a un tavolo per il primo summit del Campo Largo in vista delle elezioni dell’anno prossimo. La foto, pubblicata simultaneamente sui loro profili social, pare richiamare più uno show televisivo o una recensione gastronomica che un incontro politico. Infatti il post in queste ore è largamente diffuso più dai detrattori che dai suoi sostenitori. Elly, Conte, il duo Fratoianni & Bonelli sorridono composti e sembrano quasi stupiti di trovarsi lì insieme. Manca solo il Kraken Renzi, che però dagli abissi ha subito commentato con il cinismo lucido che lo contraddistingue: "nella foto c’è la sinistra-sinistra ma per vincere serve un accordo più ampio che coinvolga i riformisti e i moderati". Traduzione: non ci sono ma se vogliono vincere ci sarò. Tornando alla foto, ciò che traspare è un poker delizioso. Da un lato Elly, la supposta leader del quartetto che però viene derubricata in seconda fila, di fronte al suo amicone Conte, l’avvocato del popolo che tra una giravolta e l’altra un po’ sogna di vincere le primarie del Campo Largo grazie al Sud e di rubarle il posto. Poi ci sono i due di Alleanza Verdi e Sinistra: Fratoianni, autore dello scatto, e Bonelli, col suo solito sorriso alla Michael Scott mentre stringe la mano a Truck. Ideologicamente queste persone sono lontanissime. Fratoianni & Bonelli sognano un mondo di transizione ecologica ed economica radicale, una patrimoniale durissima e un pacifismo sfacciato che più che pacifismo pare rassegnazione di fronte alle canaglie del mondo. Conte, da buon volpone quale è, galleggia nel mezzo, pronto a virare a seconda del vento di giornata: ieri amico di Trump fiero di farsi chiamare Giuseppi oggi super scettico su NATO, Atlantismo e con gli occhi rivolti a oriente più di prima. Elly è a capo di un partito che sta cadendo a pezzi, che si sta radicalizzando con posizioni sempre più a sinistra e sta abbandonando definitivamente i povhi riformisti che erano rimasti. Eppure eccoli lì, accroccati come coinquilini che in fondo in fondo si odiano ma dividono l’affitto perché altrimenti non saprebbero dove andare. Il nemico comune, dopotutto, è la Destra al Governo e per fermarla si è disposti a qualsiasi cosa. Anche a fingere che le differenze siano solo sfumature quando invece costituiscono programmi diametralmente divergenti. Renzi, dicevo, è l’assente ingiustificato ma osserva da fuori e ride sotto i baffi. Lui, il rottamatore che ha già provato tutte le alleanze possibili, sa che questo Campo Largo è tenuto insieme con lo sputo che la sinistra prova nei confronti della Meloni. E in fondo sa che senza un centro vero, senza una proposta riformista convincente, il rischio è quello di sempre: un’alleanza di protesta che alle urne non otterrà mai la maggioranza sperata. I tanto i quattro danno appuntamento ai loro seguaci per l’8 e il 15 luglio, due eventi di piazza per lavorare al loro programma e cambiare l’Italia. Pare l’annuncio della Reunion degli Oasis piuttosto che l’inizio di una alternativa credibile alla Destra. E chissà se nella foto di gruppo del futuro ci sarà spazio anche per altri. Intanto, buona fortuna, compagni. Ne avrete molto bisogno.
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Matteo Renzi
Matteo Renzi@matteorenzi·
Per tutto il pomeriggio i giornalisti ci hanno chiamato chiedendo se siamo arrabbiati perchè non siamo nella foto di Schlein, Bonelli, Conte, Fratoianni. E perchè dovremmo essere arrabbiati? Non siamo in quella foto perché non facciamo parte di questo gruppo di sinistra-sinistra che ha un consenso importante nel Paese, ma insufficiente a vincere e insufficiente a governare. Non abbiamo le stesse idee dei protagonisti di questa foto su molti temi: dal garantismo alla crescita economica, dall’energia all’Europa. Loro vogliono costituire un nucleo di sinistra-sinistra stretto nella coalizione e hanno tutto il diritto di farlo. Noi siamo un’altra cosa e pensiamo che senza una componente riformista la sinistra non vincerà mai. Però davanti al governo Meloni-Salvini-Vannacci pensiamo che sia giusto costruire un’alleanza programmatica. Ci proveremo, fino alla fine. Non saremo mai come i protagonisti di questa foto ma possiamo fare un accordo sui contenuti per evitare che rivinca la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto. A noi non preoccupa questa foto: preoccupa la foto di un sovranista al Quirinale. Perché noi siamo quelli che hanno eletto Sergio Mattarella, non un sovranista: noi abbiamo combattuto la destra populista, non ci abbiamo fatto un governo insieme. Il centrosinistra ha perso nel 2022 perché si è diviso. Se nel 2027 sarà unito, vinceremo; altrimenti tornerà al potere la destra. C’è una richiesta di unità del popolo del centrosinistra che noi non lasceremo cadere nel vuoto. Se qualcuno vorrà rompere, si assumerà la responsabilità di spiegarlo agli elettori: nel frattempo ci troverete in campagna elettorale a spiegare perché un’alternativa a Meloni-Salvini-Vannacci è possibile. E anche necessaria
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 Roberto Riccardi Siete proprio sicuri di votarli? L’anno prossimo ci saranno le elezioni. E prima di entrare in cabina, conviene guardare in faccia il governo che potrebbe nascere se vincesse la sinistra. Facciamolo. Perché il campo largo non è uno slogan: è un organigramma. E quando lo si scrive nero su bianco, con nomi e cognomi accanto alle possibili poltrone, il quadro smette di essere un’ipotesi politologica e diventa un catalogo dell’impensabile. ELLY SCHLEIN, Presidente del Consiglio. Chi dice che non abbia esperienza amministrativa sbaglia. Ne ha una ed è la peggiore possibile. Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna dal 2020 al 2022, assessore con delega al Patto per il clima, che tradotto significa prevenzione e sicurezza del territorio. I risultati si sono visti nel maggio 2023, quando ventitré fiumi sono esondati contemporaneamente, duecentottanta frane hanno sepolto strade e case e la Romagna è finita sott’acqua per settimane. Dei 71,9 milioni ricevuti dallo Stato per la sicurezza dei corsi d’acqua, la giunta Bonaccini-Schlein ne ha restituiti 55. Delle ventitré casse d’espansione finanziate con 190 milioni, ne funzionavano dodici. La Corte dei Conti ha certificato la mancata realizzazione di opere idrogeologiche per decine di milioni, interamente finanziati e interamente non spesi. Quando il PD ha provato a negare che Schlein avesse la delega al clima, il viceministro Bignami ha letto in diretta il sito della Regione. Il partito ha smesso di rispondere. Questa è la donna che il campo largo metterebbe a Palazzo Chigi. Non una debuttante: qualcosa di peggio. Una che ha già avuto la sua occasione e l’ha annegata. GIUSEPPE CONTE, Ministro degli Esteri. L’uomo che in tre anni di Palazzo Chigi ha firmato il Memorandum sulla Via della Seta con Pechino, ha spalancato le porte a un contingente militare russo in piena pandemia. Centoquattro soldati guidati da un generale reduce dalla Siria, con il Copasir che ancora si chiede cosa siano venuti davvero a fare. Anche perché Kikot avrebbe esordito dicendo: “Siamo qui sulla base di un accordo politico di altissimo livello. Possiamo fare qualsiasi cosa, vogliamo sanificare l’intero territorio italiano entrando anche negli uffici pubblici”. Ha chiuso il Paese con i DPCM, ha lasciato alla Farnesina una rete diplomatica in stato confusionale, e oggi si oppone all’invio di armi all’Ucraina facendo oggettivamente il gioco di Mosca. Alla guida degli Esteri, Conte porterebbe la stessa dote che ha sempre portato: l’arte di non scegliere tra Washington e Pechino, tra atlantismo e neutralismo, tra alleati e avversari. In un’epoca in cui mezzo mondo è in fiamme, l’Italia avrebbe come capo della diplomazia l’unico premier che è riuscito a scontentare contemporaneamente Trump e Macron. Un talento raro, bisogna riconoscerlo. NICOLA FRATOIANNI, Ministro dell’Interno. Qui il paradosso diventa acrobazia. Fratoianni, l’uomo che ha votato contro ogni decreto sicurezza, che considera i CPR lager, i rimpatri deportazioni e le forze dell’ordine un problema strutturale, al Viminale. A comandare quegli stessi poliziotti che ha passato vent’anni a denunciare. A gestire l’ordine pubblico con la stessa convinzione con cui un vegano gestisce un macello. Chi controllerebbe le frontiere? Chi coordinerebbe l’antiterrorismo? Chi firmerebbe le espulsioni? Fratoianni non ha mai fatto mistero della risposta: nessuno. Solo che adesso avrebbe il timbro per renderla ufficiale. LAURA BOLDRINI, Ministro per l’Immigrazione. Un ministero creato su misura, come un abito sartoriale cucito sull’unica persona in Italia che considererebbe l’abolizione dei confini una riforma strutturale e non un delirio. Boldrini, la donna che ha trasformato ogni barcone in un’icona, ogni clandestino in un profugo, ogni critica in razzismo. Con un dicastero dedicato, avrebbe finalmente gli strumenti per istituzionalizzare ciò che finora è stato solo un esercizio retorico: la trasformazione dell’accoglienza da emergenza a diritto incondizionato, senza limiti, senza numeri, senza domande. ILARIA SALIS, Ministro della Giustizia. Una donna detenuta all’estero per quindici mesi, rientrata in Italia grazie all’immunità parlamentare europea, con una votazione rocambolesca che ha prodotto molti interrogativi. Il procedimento contro di lei a Budapest è congelato da quella stessa immunità e riapribile al termine del mandato. Mentre la sua coimputata tedesca, che non aveva uno scranno a proteggerla, si è presa otto anni. La domanda non è se sia opportuno. La domanda è se esista un Paese al mondo – uno solo – dove chi è sfuggito temporaneamente a un processo venga messo a dirigere il sistema giudiziario. Se lo si trova, probabilmente non è un Paese in cui si vorrebbe vivere. ANGELO BONELLI, Ministro dell’Ambiente. Il profeta dell’apocalisse climatica permanente. L’uomo che collega ogni acquazzone al cambiamento climatico, ogni ondata di calore alla fine della civiltà, ogni alluvione all’insufficienza delle politiche green. Le stesse politiche green che, dove applicate con la sua ricetta, hanno fatto esplodere le bollette e affossato l’industria. Bonelli all’Ambiente significherebbe una cosa sola: la fine del motore endotermico anticipata a domattina, il nucleare sepolto per sempre, il gas liquidato come nemico pubblico e le famiglie italiane a scaldarsi con le buone intenzioni. Che, come noto, hanno un potere calorico pari a zero. CECILIA STRADA, Ministro della Difesa. La figlia di Gino Strada. Cresciuta nelle tende di Emergency a ricucire i corpi dilaniati dalle bombe, oggi eurodeputata del PD e paladina del disarmo universale. La donna che ha costruito la propria identità pubblica, di fatto, sull’assunto che la risposta militare sia il problema prima ancora che la soluzione. È lei che metterebbe la firma sugli ordini operativi delle Forze Armate italiane. In un momento in cui la NATO chiede il 2% del PIL in spesa militare, la Russia è in guerra nel cuore dell’Europa e il Mediterraneo è una polveriera, l’Italia avrebbe al vertice della Difesa una ministra il cui programma si riassume in una parola: disarmo. I generali dello Stato Maggiore riceverebbero direttive da chi considera il loro mestiere non una necessità ma una patologia. Come mettere un obiettore di coscienza a comandare una portaerei. ALESSANDRO ZAN, Ministro dell’Inclusione. Fondatore del Padova Pride Village, organizzatore del Gay Pride nazionale, ex presidente di Arcigay Veneto, autore del DDL che porta il suo nome, quello che voleva trasformare il dissenso sull’identità di genere in reato penale, prima che il Senato lo affondasse a scrutinio segreto nel 2021, con pezzi della sua stessa maggioranza in fuga dietro la scheda. Ma Zan non è solo un legislatore. È anche un imprenditore del Pride: socio di maggioranza al 52% della Be Proud srl, la società commerciale che gestisce il Village, oltre un milione e trecentomila euro di fatturato nel 2022, tra biglietti a dieci euro e tavoli nel privé a centosessanta. Report ci ha fatto sopra un’inchiesta. Nessun illecito, sia chiaro. Ma il profilo è quello di un uomo che ha trasformato i diritti civili in un brand, l’attivismo in un evento con il bar e la battaglia politica in una stagione estiva con duecentomila presenze. Con un ministero dedicato, Zan avrebbe ciò che il Parlamento gli ha negato: non più un disegno di legge da contrattare, ma un apparato da governare. Inclusione per decreto, identità per circolare, rieducazione per chi obietta. Perché obiettare, nel lessico di quel mondo, non è un’opinione. È già un reato. ALESSANDRO DI BATTISTA, Ministro dell’Istruzione. Il Che Guevara della Balduina. L’uomo che ha attraversato l’America Latina in cerca di una rivoluzione e non ha trovato nemmeno un congiuntivo. Autore di libri che farebbero piangere un correttore di bozze, oratore da comizio che ha trasformato l’italiano in un campo minato sintattico, dove ogni subordinata è un azzardo e ogni consecutio temporum una scommessa persa. Di Battista all’Istruzione sarebbe la vendetta definitiva della lingua italiana contro sé stessa: il ministro che mette in difficoltà la grammatica ogni volta che apre bocca, chiamato a riformare i programmi scolastici e a garantire che i ragazzi escano – non “escono”, una distinzione che al ministro andrebbe prima spiegata – dalla scuola sapendo leggere, scrivere e coniugare i verbi. Del resto la coerenza del campo largo potrebbe essere proprio questa: alla Difesa chi vuole disarmare, alla Giustizia un’imputata con processo sospeso, all’Immigrazione chi abolirebbe i confini, all’Inclusione chi trasforma i diritti in fatturato e all’Istruzione uno che con la lingua italiana ha un contenzioso aperto da vent’anni. Ecco il governo. Tutto insieme, in un unico colpo d’occhio. Nove nomi, nove caselle, nove paradossi. Non è una fantasia. È la proiezione coerente e brutale delle culture politiche che compongono il campo largo. Sono i nomi reali delle persone reali che la vittoria della sinistra potrebbe mettere nelle stanze dove si decidono le vite di sessanta milioni di italiani. Ogni casella è coerente con la storia, le dichiarazioni e le battaglie di chi la occuperebbe. È esattamente il governo che quella coalizione potrebbe partorire, perché è l’unico governo che quegli equilibri consentono. Ci sono domande ineludibili a cui è obbligatorio rispondere prima di andare a votare. Sono rivolte a chi, nel segreto dell’urna, pensa che “cambiare” sia comunque meglio di “restare”. Avete letto i nomi? Avete immaginato le conseguenze? Siete ancora sicuri? Non vedete che è un Campo Santo per l’Italia? Perché dopo, lamentarsi non sarà un diritto. Sarà una confessione.
Bartolomeo Mitraglia tweet media
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