Bartolomeo Mitraglia

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@BMitraglia

Seguo chi mi segue, a meno che non sia un islamista. Accetto volentieri DM dagli amici.

Katılım Haziran 2024
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica, su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo. Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo. Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile. Dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia. Se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai. Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq. Giovanni Sartori (intervistato da Luigi Mascheroni de Il Giornale)
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Quello che è successo è che sindacati/associazioni sindacali dei Carabinieri (SIM Carabinieri e UNARMA) hanno rilasciato comunicati critici. Hanno espresso solidarietà per le minacce, ma hanno sostenuto che per le autorità locali andrebbe usata la Polizia Locale, perché le forze di polizia dello Stato (Carabinieri inclusi) hanno priorità su emergenze, controllo del territorio e prevenzione dei reati. Hanno anche chiesto tutele per gli agenti della Polizia di Stato coinvolti nelle polemiche sul caso Fakir.
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Andrea Venturini
Andrea Venturini@andreavent3·
@BMitraglia Sono critico su Lepore (e non da oggi ), ma questa mi pare una notizia falsa
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Quello che è successo è che sindacati/associazioni sindacali dei Carabinieri (SIM Carabinieri e UNARMA) hanno rilasciato comunicati critici. Hanno espresso solidarietà per le minacce, ma hanno sostenuto che per le autorità locali andrebbe usata la Polizia Locale, perché le forze di polizia dello Stato (Carabinieri inclusi) hanno priorità su emergenze, controllo del territorio e prevenzione dei reati. Hanno anche chiesto tutele per gli agenti della Polizia di Stato coinvolti nelle polemiche sul caso Fakir.
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Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Quello che è successo è che sindacati/associazioni sindacali dei Carabinieri (SIM Carabinieri e UNARMA) hanno rilasciato comunicati critici. Hanno espresso solidarietà per le minacce, ma hanno sostenuto che per le autorità locali andrebbe usata la Polizia Locale, perché le forze di polizia dello Stato (Carabinieri inclusi) hanno priorità su emergenze, controllo del territorio e prevenzione dei reati. Hanno anche chiesto tutele per gli agenti della Polizia di Stato coinvolti nelle polemiche sul caso Fakir.
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Non proprio. Diciamo che i Carabinieri, tramite i loro sindacati, hanno diplomaticamente rifiutato l’incarico. “Quello che è successo è che sindacati/associazioni sindacali dei Carabinieri (SIM Carabinieri e UNARMA) hanno rilasciato comunicati critici. Hanno espresso solidarietà per le minacce, ma hanno sostenuto che per le autorità locali andrebbe usata la Polizia Locale, perché le forze di polizia dello Stato (Carabinieri inclusi) hanno priorità su emergenze, controllo del territorio e prevenzione dei reati. Hanno anche chiesto tutele per gli agenti della Polizia di Stato coinvolti nelle polemiche sul caso Fakir.”
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
L’Occidente era come Adamo ed Eva, innocente, nato in un Eden culturale plasmato dalla verità, dalla libertà e dalla chiarezza morale. Le sue fondamenta morali erano state forgiate attraverso secoli di etica giudaico-cristiana e le dolorose prove purificatrici dell’autocorrezione. Ma poi arrivò l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, un elemento importato dall’esterno. Sistemi culturali corrotti, ideologie che racchiudono in sé una concezione diversa della moralità, del potere e della verità. Questi sistemi non hanno attraversato la trasformazione storica dell’Occidente. Ora, l’Occidente ha mangiato dall’albero. Abbracciando ideologie che non comprende e rifiutandosi di metterle in discussione in nome della tolleranza, ha corrotto la propria bussola morale. Ciò che un tempo era chiaramente giusto o sbagliato è diventato relativo. Il male viene giustificato. Il bene viene messo in dubbio e l’Eden non esiste più.
Dan Burmawi@DanBurmawy

The West was like Adam and Eve, innocent, born into a cultural Eden shaped by truth, freedom, and moral clarity. Its moral foundation was created through centuries of Judeo-Christian ethics and the painful refining fires of self-correction. But then came the Tree of the Knowledge of Good and Evil, a foreign import. Corrupted cultural systems, ideologies that carry within them a different understanding of morality, power, and truth. These systems did not pass through the West’s historical transformation. Now, the West has eaten from the tree. By embracing ideologies it doesn’t understand, and refusing to challenge them in the name of tolerance, it has corrupted its moral compass. What was once clearly right and wrong has become relative. Evil is excused. Good is doubted, and Eden no longer exists.

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Bartolomeo Mitraglia
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✍🏻 Ernesto Cecchi Gori BOLOGNA – Famiglia Fakir accetta risarcimento di soli 16 milioni di euro I familiari di Abderrahim Fakir hanno raggiunto un accordo con lo Stato italiano. Il risarcimento complessivo è stato fissato in 16 milioni di euro, corrispondenti a due milioni per ciascuno degli otto membri della famiglia. «È una cifra contenuta – ha spiegato la nonna Fakira Fakir – ma sufficiente a garantire il rinascimento che abbiamo sempre chiesto.» La sorella, presente alla trattativa, ha confermato: «Prima volevo solo vendeta. Ora, con due milioni a testa, la vendeta può spetare.» L’accordo prevede anche un pacchetto di “misure accessorie” ancora da definire, tra cui un abbonamento decennale a netflix e un contratto annuale di ospitate a Quarto Grado di Pierluigi Puzzi per tutti i familiari escluso il bebè del quale verrà mostrata soltanto la foto. Secondo fonti vicine alla trattativa, lo Stato avrebbe inizialmente offerto 14 milioni che la famiglia avrebbe rifiutato: «Mancavano due milioni. Non si tratta di avidità, ma di matematica, che ano inventato nostri noni.» #fakir
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Bartolomeo Mitraglia
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✍🏻 @GiovyDean Ma se un nordafricano violento vive a Bologna a soli 50 metri da casa della sorella e della nipote che lo avevano cacciato per i problemi che causava a loro e alla comunità e che, durante un impeccabile intervento di due agenti di Polizia, muore dopo due ore di deliri in cui le due donne si guardano bene dall'intervenire per aiutarlo, perché allora le stesse due donne sono immediatamente in televisione a chiedere prima vendetta e poi giustizia, correggendo il tiro, dopo l'intervento dell'avvocato che funge da consulente di immagine ed inviato celermente in loco dalla compagna parlamentare che passa le giornate a delegittimare le forze dell'ordine? Perché altrimenti come fai a pretendere qualche milioncino di risarcimento dallo Stato asservito al parastato, mentre sfrutti la vicenda del defunto con il solo scopo di ottenere vantaggi economici e di glorificazione personale, grazie anche a milioni di italiani talmente stupidi o delinquenti da rendere impossibile la coesistenza con le persone normali? Ovviamente i protagonisti di questa vicenda sono immaginari: mai nessun Paese civile occidentale permetterebbe che tutto questo possa avvenire. Ipotizzavo solo uno scenario di fantasia.
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✍🏻 Nikolày L’vovič Tuzenbach La stanza per l’accettazione chiama il quarantadue. Ho il seicentotrentanove ma non cedo allo sconforto. Mi sento un ufficiale assegnato alla Fortezza Bastiani che scruta paziente il deserto, con occhio vigile. Un forte chiacchiericcio mi distoglie dalla consegna, che i tartari arrivino pure, qualcos’altro ha la mia attenzione, ora. Un tizio con la sottana, la barba arancione e un enorme zaino, sta discutendo ad alta voce con una tizia bionda dal taglio progressista. «Lei è una donna, devo parlare con un responsabile, uomo». «Le darà la stessa mia risposta». Quando lo zaino si muove, scopro che è la moglie, paludata in quel modo per evitare che gli innumerevoli uomini nella stanza abbiano pensieri lascivi nei suoi confronti. Dopo aver cambiato posizione, la donna torna di nuovo nel suo stato di quiete. Il barbaranciato, invece, è sempre più agitato. «Se non mi fa parlare con un responsabile, uomo, chiamo i carabinieri, uomini». «Le ripeto, signore, che il responsabile le risponderà allo stesso modo». «E io le ripeto che ora chiamo i carabinieri, uomini». Mi avvicino, i cinquecentonovantasette disperati prima di me mi lasciano un discreto margine di manovra. Aggiusto la tracolla piena di analisi e cartelle mediche, sistemo la coppola e decido di farmi un po’ di cazzi loro. «Che succede?». «Lei chi è, scusi?». «Sono Mascetti, il responsabile antani dell’ufficio prematurato col pubblico». L’omino barbaranciato si rilassa, la donna mi fissa sospettosa. «La signora qui presente sta creando problemi per la mammografia di mia moglie». La donna mi tende la mano, espirando sul mio viso stress e reflusso trascurato. Mano umida e fiatella acida, la combo della donna moralmente superiore. «Sono Marialadovia Comesenonfossemia, intermediatrice culturale. Sto spiegando a questo signore che, se la moglie deve fare la mammografia, non può farla lui, al suo posto». L’accettazione chiama il quarantatrè, devo fare presto. «Perché vuole fare la mammografia al posto di sua moglie?». «Nella mia cultura, nessuno può toccare, parlare o guardare una donna sposata. Lo dovete capire, anche perché presto, il nostro stile di vita, sarà anche il vostro. L’ha detto, in televisione, quella donna a cui hanno tolto il mento». Mi spaccio per qualcuno che la sa lunga. «Mr. Orange, la chiamo così perché tanto il suo nome sarà una sequela di scatarri, ogni cultura deve fare sempre i conti con la realtà. Per capire se sua moglie ha un problema o no, il medico deve visitare lei. La mammografia è un esame che si fa al seno, non è un questionario da riempire. Se il medico mammografa la sua zinna, Mr. Orange, non sapremo mai se sua moglie sta bene o male». Mr. Orange ci pensa un po’ su, poi risponde piccato. «Lo so io, se sta bene o male, sono il marito». «E cosa è venuto a fare qui, allora?». «È gratis. All’associazione mi hanno detto che abbiamo diritto a tutti esami gratuitamente, ho l’elenco, e quindi li facciamo tutti». «È incluso anche quello della prostata?». «Certo». «Lo sa come viene effettuato, l’esame della prostata?». «No, e non mi interessa. È gratis, e questo mi basta». «Il medico la sdraia sul lettino, le fa mettere le ginocchia al petto, le unge il culo e ci infila un dito. Due, se inizia a piacerle… ». Ovviamente la mia battuta fa ridere solo i rettiliani e le trans in fila davanti a me. «Ah, se è così mi porto la capra». «Lo fa fare a lei, l’esame?». «Certo. Nella mia cultura nessun uomo si fa infilare un dito nel culo, lo facciamo solo alle capre. Due, se iniziano a belare… ». Ovviamente la sua battuta fa ridere solo gli immigrati in fila davanti a me. L’intermediatrice culturale, in un momento di amor proprio, lo interrompe. «La sua incapacità di scendere a patti con la realtà è spaventosa. Pretende addirittura che un medico si presti a questa pantomima? Lo sa, nel mondo, quante donne muoiono a causa dell’impossibilità di farsi visitare, per divieti di natura religiosa e culturale? Conosce il significato di parole come scienza, biologia, genetica, o è troppo occupato a frustare sua moglie nei momenti in cui non è inginocchiato sul suo tappetino?». Scienza vince su religione. Il sapere cartaceo avvolge il sasso inamovibile della superstizione, non c’è partita. Forse l’umanità si salverà. «La stessa scienza che obbliga i medici a fare visite ginecologiche a uomini con la parrucca, pena la radiazione dall’albo?». Ideologia batte scienza, la forbice progressista fa coriandoli del sapere cartaceo. No, l’umanità non si salverà. L’accettazione chiama il quarantaquattro e vado rimettermi vicino la porta, per essere pronto quando sarà il mio turno. Quello che mi fa sorridere è che la forbice progressista sarà totalmete inutile contro la durezza pietrosa della religione, ci sarà da divertirsi. Mi sovviene il pensiero che tra un mese avrò anch’io l’esame della prostata, è tempo che mi procuri una capra.
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 @GiovyDean Rimarco un concetto essenziale, secondo me. Se ogni singolo giorno, esattamente come oggi, ho la possibilità di scrivere un post iniziando a parlare di un tunisino che ieri sera a Roma ha accoltellato un uomo a caso davanti alla sua famiglia; oppure a parlare di Alessio Borelli ucciso nella sua casa da un egiziano che era stato arrestato due giorni prima per aver aggredito dei poliziotti al grido di “Allah Akbar” e immediatamente rilasciato con l’obbligo di allontanamento dalla città che lui non ha ovviamente rispettato perché nessuno mai controlla questo ridicolo provvedimento; oppure a parlare dei funerali di Monica Esposito avvenuti ieri davanti al marito rimasto gravemente ferito sotto l’odio del nordafricano di Modena lanciato sulla folla con la sua auto; oppure a parlare del capo della Polizia che incontra i parenti del nordafricano deceduto a Bologna perché il parastato pretende ubbidienza dallo Stato, allora Mario Roggero non trasforma l’Italia in un far west, piuttosto serve a far sì che l’Italia smetta di essere un far west. Il compito del giustiziere non è quello di portare caos oscurando la tranquillità, ma di ridimensionare un caos esistente che dilaga per manifesta impunità. In egual misura, se ogni giorno, esattamente come oggi, ho la possibilità di scrivere un post iniziando a parlare del governo scozzese che ha regalato 700 Mila sterline ad una associazione chiamata “Queer Milk” il cui scopo è quello di organizzare corsi per aiutare le donne transgender a dare il latte umano ai loro bambini; oppure a parlare dell’università di Cambridge che sta difendendo il suo più giovane professore, scelto perché nero e transgender in ottemperanza alle politiche DEI di inclusività e razzismo verso gli occidentali, nonostante si sia scoperto che abbia copiato l’intera sua tesi di dottorato da una studentessa bianca; oppure a parlare di Alfonso, il Commissario queer di Berlino, che dichiara “anche se siamo stati falciati da un islamico immigrato, il vero problema resta l’estrema destra”, non ho bisogno di mettermi a spulciare tra la cronaca o l’attualità per dimostrare che esistano due mondi in antitesi fra loro e che la sinistra ha costruito uno scenario in cui il male ed il disagio psichico siano stati normalizzati e assimilati, puntando tutto sul demonizzare le persone normali. Sono i fatti, le notizie, le evidenze che mi piovono addosso mentre io resto praticamente immobile. Non esiste un solo giorno in cui io mi sia impegnato nella ricerca, setacciando e scandagliando il mondo reale, cercando di far credere che non sia soltanto percezione. Entro su X per consultare un account che tratta il tema “anime giapponesi” e vengo inchiodato da un video di un calciatore che in Belgio viene trascinato letteralmente fuori dalla sua auto da tre africani, alla luce del sole, spogliato di orologio, collana e vestiti come accadeva negli assalti alla diligenza nel Texas del 1800. Volevo solo cercare un aggiornamento su un anime giapponese, cazzo! Passo oltre e vengo tirato per il colletto da un altro video di Manchester in cui due uomini islamici a cavallo pattugliano le strade con una bandiera raffigurante simboli musulmani per poi leggere che si tratta della “polizia della sharia” abusiva ma accettata e rispettata dal governo britannico e dai Reali d’Inghilterra. Voglio solo vedere un aggiornamento sugli anime giapponesi, cazzo! Mentre scrivo questo post, saranno emersi altri crimini perpetrati da un immigrato o qualche frode elettorale negli USA per opera dei Democratici o qualche altra dichiarazione della comunità lgbt a Berlino in difesa dell’Islam radicale. Lo scoprirò appena premo il tasto “invia”. E cioè adesso.
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Ugo Sais
Ugo Sais@UgoSais·
@BMitraglia Magari fosse vero... I CC sono un corpo militare, il rifiuto di eseguire un ordine è insubordinazione e può avere conseguenze molto gravi.
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Gianni Franza 🇮🇹 🇪🇺 🇺🇸 🇺🇦 🇮🇱🖤💙👍NATO
Spiace pensarlo, ma se questo povero ragazzo, assassino condannato a 27 anni, dovesse per “caso” uccidere di nuovo, che almeno la vittima, futura (ma speriamo di no…) sia un figlio, nipote, genitore o parente del giudice che lo vuol lasciare a piede libero Sarebbe vera giustizia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia

😳😳😳😳😳 ✍🏻 Vittorio VB Bertola Daniele è un ragazzo come tanti, un ventunenne milanese che di lavoro fa il cassiere di supermercato, a cui piacciono i cellulari nuovi, i social, uscire con gli amici. Il bro ha però un piccolo problema: due anni fa ha accoltellato e ucciso un tizio per strada per rubargli le cuffiette wireless da quindici euro, perché aveva perso le sue e gli servivano, e sai come sono i boomer, se sul bus ascolti TikTok senza le cuffiette poi ti rompono le scatole. Oddio, a ben vedere, Daniele non era nuovo a certe cose: a diciannove anni aveva già precedenti per rapina, rissa e furto. Ma era un ragazzo solare e in fondo buono, così aveva detto lo psicologo, rassicurando i genitori e anche i giudici, che l’avevano sempre rimesso in libertà. Però un omicidio è un po’ troppo, così stavolta in galera ci è finito davvero. Tuttavia, ha pensato il giudice più recente, rapina, rissa, furto e omicidio sono ancora troppo poco per tenere Daniele fisso in carcere e buttare la chiave. Sì, a prima vista lui non pare né pentito né cambiato, anzi le relazioni dicono che nei primi due anni in carcere ha continuamente innescato risse e aggredito altri detenuti. Però, poverino, ha solo ventuno anni: dovremmo lasciarlo libero, perché ha ancora tempo di fare molte altre cose nella vita. Per questo, il giudice ha voluto accogliere l’istanza di “giustizia riparativa”, che vuol dire uscire dal carcere per andare in appositi centri in cui si medita su se stessi e si diventa persone meglio, imparando a non uccidere gli altri per due cuffiette tramite attività alternative e responsabilizzanti, tipo non stare dietro le sbarre; o almeno, impegnandosi a guardare in faccia i familiari della vittima e scusarsi per averla ammazzata, perché scusarsi cambia tutto, naturalmente. Scusa se ti ho ammazzato un figlio, giuro che non lo faccio più. C’è però un piccolo problema: per la legge, questa possibilità è concessa soltanto a chi si sia sinceramente pentito e soltanto se i familiari della vittima accolgono il pentimento e la richiesta. Ora, in aula il bro ha effettivamente chiesto scusa, ma i familiari della vittima non sembravano molto convinti della sua sincerità; anzi, nella loro grettezza e indisponibilità al perdono, hanno inspiegabilmente reagito a insulti. Ed è qui che il giudice ha avuto un colpo di genio: perché lui voleva a tutti i costi liberare Daniele da questo piccolo inconveniente di dover scontare 27 anni di galera per omicidio, lasciandolo libero di realizzare appieno il suo potenziale di essere umano. Allora, ha detto il giudice, se la vittima non accetta le scuse, cambiamo la vittima. Ebbene sì: Daniele sarà perdonato, ma non dai familiari della sua vittima, bensì da quelli della vittima di qualcun altro. Una “vittima surrogata”: del resto, se si può surrogare la maternità, si potrà ben surrogare il morire in un omicidio. Daniele potrà dunque accedere a un percorso di perdono con successivo sconto di pena, scusandosi con qualcun altro. È un peccato che questo non possa anche resuscitare l’uomo ucciso da Daniele, ma a questo punto della storia, di Manuel, morto ammazzato per due cuffiette da quindici euro, e di quelli che eventualmente Daniele potrebbe ancora uccidere in un involontario e malaugurato scatto d’ira quando più prima che poi uscirà dal carcere, alla magistratura italiana non frega un beneamato cazzo.

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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
Un post che fa male 😰😰😰 ✍🏻 Sarah Tuttle-Singer Khalil al-Rashek è sopravvissuto a una forma di violenza solo per morire a causa di un’altra. L’anno scorso, l’operatore ecologico di Gerusalemme stava spazzando le strade della città che contribuiva a mantenere pulita quando è stato aggredito da estremisti ebrei. Ha riportato costole rotte. Gli sono stati strappati i denti. Ha sviluppato un grave disturbo da stress post-traumatico. Un uomo il cui lavoro era prendersi cura delle strade di Gerusalemme è diventato un’altra vittima dell’odio che le macchia. È sopravvissuto con ferite sia fisiche che psicologiche. Questa settimana, invece, non ce l’ha fatta. Al-Rashek è stato ucciso a colpi di arma da fuoco durante uno scontro con le forze di sicurezza israeliane. Le indagini sulla sparatoria determineranno esattamente cosa sia accaduto in quegli ultimi istanti. Dovranno essere approfondite, trasparenti e senza compromessi. Ma c’è un’altra verità che non richiede alcuna indagine. Un uomo che aveva già subito un atto di brutale violenza per mano di altri esseri umani ora è morto. La sua morte dovrebbe turbare ognuno di noi. C’è chi insiste nel dire che dobbiamo piangere solo i nostri. Che l’empatia sia una risorsa limitata. Che riconoscere la sofferenza di un palestinese in qualche modo sminuisca quella degli israeliani. Non è così. Anzi, è vero il contrario. Quando gli estremisti ebrei hanno picchiato Khalil al-Rashek, non hanno difeso l’ebraismo. Lo hanno profanato. Quando qualcuno festeggia la sua morte solo perché era palestinese, lo profana di nuovo. Ogni atto di disumanizzazione lascia una cicatrice su questo Paese. Parliamo giustamente del veleno dell’incitamento nella società palestinese. Ci preoccupiamo, a ragione, dei bambini a cui viene insegnato a odiare gli ebrei prima ancora di averne incontrato uno. Ma non possiamo esigere chiarezza morale dagli altri mentre distogliamo lo sguardo dall’oscurità che cresce all’interno della nostra stessa casa. Il terrorismo ebraico esiste. Esiste il suprematismo ebraico. Esiste la normalizzazione della violenza contro i palestinesi. Negare queste cose non è patriottismo. È resa. La Gerusalemme che amo è sempre stata più complessa degli slogan gridati sui social media o dei discorsi pronunciati dai podi. È una città in cui un netturbino palestinese trascorre le sue giornate prendendosi cura delle strade percorse da ebrei, musulmani e cristiani allo stesso modo. È una città in cui gli sconosciuti si fermano ancora per aiutarsi a vicenda dopo le esplosioni. È una città per cui vale la pena lottare proprio perché qui ogni vita umana è sacra. La storia di Khalil al-Rashek non avrebbe mai dovuto avere due capitoli scritti con il sangue. Possa la sua memoria essere una benedizione per coloro che lo hanno amato. E possa noi finalmente comprendere che ogni volta che l’odio vince, Gerusalemme perde. blogs.timesofisrael.com/author/sarah-t…
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 Donatella Cosco Conferito all'attivista musulmana Khadija Patel presso il Palazzo di Westminster il premio Westminster per l’inclusione femminile. Khadija Patel è la fondatrice del Krimmz Girls Youth Club, organizzazione impegnata a sostenere «l’emancipazione delle giovani donne». E' nata e cresciuta a Bolton, Inghilterra, e si è presentata alla cerimonia come la vedete nella foto. Commenti? **** NB: ci perculano e noi siamo felici di essere perculati.
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 Roberto Damico Mi capita sempre più spesso di imbattermi, scorrendo tra reel e video su TikTok e Instagram, in testimonianze che ti restano addosso. Sono ragazze iraniane e afghane che raccontano la loro esperienza paradossale, e il paradosso è sempre lo stesso: hanno provato a prendere parola durante manifestazioni o assemblee, hanno provato a difendere la loro causa, a raccontare la loro verità. Le iraniane parlavano del regime teocratico che opprime il loro paese, dell’occupazione, del colonialismo islamico che si allarga fino al Libano: “I libanesi hanno un governo legittimo – dicevano – ma parte del loro territorio è occupata da una milizia straniera. Come fate a non vederlo?” Le afghane, invece, raccontavano l’indicibile: avere meno diritti di un gatto, non poter cantare, non poter parlare a voce alta, non poter visitare un parco. Esistenza cancellata, ridotta al silenzio e al chiuso delle mura domestiche. Bene. Queste ragazze, queste attiviste, si sono ritrovate negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito, in Francia, in Belgio, nei Paesi Bassi. E ovunque hanno raccontato la stessa identica reazione. Nessun ascolto, nessuna solidarietà, nessun sostegno. No. Sono state accusate di islamofobia. Sono state accusate di fare il gioco dei “regimi occidentali”. E, soprattutto, è stato spiegato loro come ci si deve comportare, come si deve agire, quali parole usare e quali no. Paternalismo politico in piena regola. E la cosa più divertente – se non fosse tragica – è che più di una di loro era musulmana. Senza velo, magari, ma credente. Eppure questo non bastava. Venivano sottoposte a un fenomeno che potremmo chiamare “leftsplaining” o, se preferite, “sinistrosplaining”: la pratica per cui un militante della sinistra occidentale, bianco o occidentalizzato che sia, si mette a spiegare a un musulmano cos’è veramente l’islam, quale sia la vera minaccia, e magari a sminuire il jihadismo riducendolo a un “fantasma di destra”, un’invenzione dei media, un’ossessione reazionaria. Così, queste ragazze venivano silenziate. Non da un regime o da un dittatore, ma proprio da chi si proclama paladino degli oppressi. Proprio nelle aree, nei paesi, nei salotti progressisti che dovrebbero dare voce a chi non ce l’ha. E invece no: la voce viene tappata, perché non si allinea, non ripete la narrazione comoda e mette in crisi lo schema manicheo per cui l’Occidente è sempre il cattivo e l’islam politico sarebbe una vittima. Ecco, io credo che queste testimonianze mostrino, in modo plastico e doloroso, cosa sia diventata oggi una certa area politica e culturale. Mostrano quanto le minoranze – e quando dico minoranze intendo quelle vere, non quelle strumentalizzate – vengano sistematicamente messe a tacere. Anche i palestinesi, attenzione: non i palestinisti, ma i palestinesi veri, quelli che subiscono sulla loro pelle il peso di Hamas e dell’occupazione interna, vengono zittiti. Perché non è la loro sofferenza che interessa. Interessa portare avanti un discorso ideologico che non ha nulla a che vedere con i loro paesi, con le loro storie, con le loro vite. Interessa lo slogan, non la persona. Interessa il nemico designato, non la verità. E così, ancora una volta, i veri oppressi restano soli, inascoltati, traditi da chi avrebbe dovuto stare dalla loro parte.
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malksi@malksi·
@BMitraglia Ora tu mi scrivi che questa è una cazzata perché altrimenti se la notizia è vera siamo alla follia più totale e alla bancarotta morale della (in)giustizia italiana 🤬🤬🤬
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
😳😳😳😳😳 ✍🏻 Vittorio VB Bertola Daniele è un ragazzo come tanti, un ventunenne milanese che di lavoro fa il cassiere di supermercato, a cui piacciono i cellulari nuovi, i social, uscire con gli amici. Il bro ha però un piccolo problema: due anni fa ha accoltellato e ucciso un tizio per strada per rubargli le cuffiette wireless da quindici euro, perché aveva perso le sue e gli servivano, e sai come sono i boomer, se sul bus ascolti TikTok senza le cuffiette poi ti rompono le scatole. Oddio, a ben vedere, Daniele non era nuovo a certe cose: a diciannove anni aveva già precedenti per rapina, rissa e furto. Ma era un ragazzo solare e in fondo buono, così aveva detto lo psicologo, rassicurando i genitori e anche i giudici, che l’avevano sempre rimesso in libertà. Però un omicidio è un po’ troppo, così stavolta in galera ci è finito davvero. Tuttavia, ha pensato il giudice più recente, rapina, rissa, furto e omicidio sono ancora troppo poco per tenere Daniele fisso in carcere e buttare la chiave. Sì, a prima vista lui non pare né pentito né cambiato, anzi le relazioni dicono che nei primi due anni in carcere ha continuamente innescato risse e aggredito altri detenuti. Però, poverino, ha solo ventuno anni: dovremmo lasciarlo libero, perché ha ancora tempo di fare molte altre cose nella vita. Per questo, il giudice ha voluto accogliere l’istanza di “giustizia riparativa”, che vuol dire uscire dal carcere per andare in appositi centri in cui si medita su se stessi e si diventa persone meglio, imparando a non uccidere gli altri per due cuffiette tramite attività alternative e responsabilizzanti, tipo non stare dietro le sbarre; o almeno, impegnandosi a guardare in faccia i familiari della vittima e scusarsi per averla ammazzata, perché scusarsi cambia tutto, naturalmente. Scusa se ti ho ammazzato un figlio, giuro che non lo faccio più. C’è però un piccolo problema: per la legge, questa possibilità è concessa soltanto a chi si sia sinceramente pentito e soltanto se i familiari della vittima accolgono il pentimento e la richiesta. Ora, in aula il bro ha effettivamente chiesto scusa, ma i familiari della vittima non sembravano molto convinti della sua sincerità; anzi, nella loro grettezza e indisponibilità al perdono, hanno inspiegabilmente reagito a insulti. Ed è qui che il giudice ha avuto un colpo di genio: perché lui voleva a tutti i costi liberare Daniele da questo piccolo inconveniente di dover scontare 27 anni di galera per omicidio, lasciandolo libero di realizzare appieno il suo potenziale di essere umano. Allora, ha detto il giudice, se la vittima non accetta le scuse, cambiamo la vittima. Ebbene sì: Daniele sarà perdonato, ma non dai familiari della sua vittima, bensì da quelli della vittima di qualcun altro. Una “vittima surrogata”: del resto, se si può surrogare la maternità, si potrà ben surrogare il morire in un omicidio. Daniele potrà dunque accedere a un percorso di perdono con successivo sconto di pena, scusandosi con qualcun altro. È un peccato che questo non possa anche resuscitare l’uomo ucciso da Daniele, ma a questo punto della storia, di Manuel, morto ammazzato per due cuffiette da quindici euro, e di quelli che eventualmente Daniele potrebbe ancora uccidere in un involontario e malaugurato scatto d’ira quando più prima che poi uscirà dal carcere, alla magistratura italiana non frega un beneamato cazzo.
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✍🏻 Luca T. Cohen 🚑 Aggiornamenti dall'indagine sul "povero FAKIR". Dall’esito della T.A.C. sul cadavere del "signor" Fakir emerge un sanguinamento polmonare che in gergo medico si chiama "emotorace spontaneo" Classico degli assuntori di cocaina, e in particolare di crack. L’uso di cocaina può provocare una serie di innumerevoli disturbi sia in ambito psichico che fisico. Diversi sono gli apparati coinvolti: il sistema nervoso centrale e i meccanismi di funzionamento psichico, l’apparato cardio-circolatorio, le alte e basse vie aeree. La via di assunzione prevalente della sostanza, infatti, avviene attraverso l’aspirazione endonasale della polvere. Vi è anche la possibilità di fumare tale sostanza e, in alcuni casi, di respirarne i vapori generati da un derivato della cocaina (crack) che permette una maggior aggressione a carico delle alte vie aeree questo comporta una serie di segni e sintomi derivanti dall’azione diretta della cocaina sulla mucosa e sui vasi delle cavità naso faringee, con alterazioni importanti (a volte anche evolutive verso forme maligne): lesioni EMORRAGICHE, epistassi e, a volte, EMORRAGIA ALVEOLARE DIFFUSA (DAH), ipertensione polmonare e granulomatosi, ma soprattutto l’emotorace spontaneo. Il crack in particolare provoca lesioni polmonari di tipo barotraumatico o tossico. La forte spinta respiratoria associata all'uso e l'azione irritante delle sostanze chimiche di taglio danneggiano gli alveoli, favorendo il collasso polmonare. La patogenesi di tale complicanza è stata inizialmente attribuita a un meccanismo di barotrauma, in particolare all’aumento della pressione intra-alveolare e allo sviluppo di un gradiente pressorio tra gli alveoli e il cavo pleurico. Gli sbalzi pressori possono essere responsabili della rottura alveolare e conseguente EMORRAGIA. Un altro meccanismo ipotizzato è che la cocaina abbia effetti lesivi diretti sul tessuto polmonare causando danni alveolari ed emorragie che rendono più probabile la rottura parenchimale. I meccanismi finora descritti possono avere un razionale, nei casi in cui l’emotorace si verifichi in corrispondenza o a poca distanza dall’assunzione. Morale della favola? Né le forze dell'ordine né i paramedici avrebbero potuto salvargli quella pellaccia. 🛃 Caro Sindacato di Polizia, la sporgiamo una querela verso quella vaiassa della sorella che prima gridava "vendetta" e poi ha ridimensionato in "giustizia"? #fakir #bologna #pilastro
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❗️❗️❗️👇🏻👇🏻👇🏻👇🏻👇🏻 La notizia più importante del mondo? Matti Friedman analizza l’ossessione dei media per Israele. @MattiFriedman ha lavorato per cinque anni come giornalista e redattore presso la più grande sede estera dell’@AP. In questa conversazione per “Honest Take” rivela: • Quanto sia sproporzionata la copertura mediatica su Israele rispetto a qualsiasi altro Paese • Il momento in cui l’AP ha iniziato, in sordina, ad adeguarsi alla censura di Hamas senza mai dirlo ai propri lettori • Perché il crollo della fiducia nei media non è stato qualcosa che è stato “fatto” alla stampa, ma una scelta • Quando i giornalisti sono diventati attivisti e come questo ha riscritto la storia su Israele Intervista completa e senza filtri con Ben Chertoff 👇 0:00 Apertura e introduzione 2:06 Dietro le quinte della più grande redazione estera dell’AP 5:51 Perché l’AP detta la linea a tutti gli altri 7:48 L’offerta di pace di Olmert che l’AP ha insabbiato 11:33 «Catch and Kill» e l’istinto gregario 14:48 Più giornalisti in Israele che in Cina o in Africa 17:11 La rappresentazione morale: adattare gli eventi reali a un copione 19:35 La censura di Hamas e il dettaglio che gli è stato chiesto di tagliare 24:02 I due tipi di giornalisti a Gaza 28:19 Quando i giornalisti sono diventati attivisti 31:15 Le 215 tombe che non sono mai esistite 37:57 Chi decide davvero? I fact-checker come forza di controllo 41:12 Come il crollo del modello di business ha peggiorato la situazione 44:59 Perché «conflitto israelo-palestinese» è una definizione errata 49:08 Gazalogia: il nuovo genere di libri su Gaza 54:59 Perché l’odio verso gli ebrei è lo specchio dell’antisemita 57:55 Cosa cambierebbe se dirigesse l’agenzia 1:03:19 Chi sta ancora facendo le cose per bene 1:06:40 Considerazioni finali e chiusura
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The most important story in the world? Matti Friedman breaks down the media’s obsession with Israel. @MattiFriedman spent five years as a reporter and editor at the @AP's biggest foreign bureau. In this Honest Take conversation he reveals: • How disproportionate the coverage of Israel is versus anywhere else • The moment the AP quietly started conforming to Hamas censorship and never told its readers • Why the collapse of media trust wasn’t something “done to” the press, it was a choice • When journalists became activists, and how it rewrote the story on Israel Full, unfiltered interview with Ben Chertoff 👇 0:00 Cold Open & Introduction 2:06 Inside the AP’s Biggest Foreign Bureau 5:51 Why the AP Sets the Story for Everyone Else 7:48 The Olmert Peace Offer the AP Buried 11:33 Catch and Kill, and the Herd Instinct 14:48 More Reporters in Israel Than in China or Africa 17:11 The Morality Play: Fitting Real Events to a Script 19:35 Hamas Censorship and the Detail He Was Told to Cut 24:02 The Two Kinds of Reporters in Gaza 28:19 When Journalists Became Activists 31:15 The 215 Graves That Were Never There 37:57 Who Actually Decides? Fact-Checkers as Enforcement 41:12 How the Collapse of the Business Model Made It Worse 44:59 Why “Israeli-Palestinian Conflict” Is the Wrong Frame 49:08 Gazalogy: The New Genre of Books About Gaza 54:59 Why Jew-Hate is a Mirror of the Antisemite 57:55 What He’d Change If He Ran the Bureau 1:03:19 Who’s Still Doing It Right 1:06:40 Closing Thoughts & Outro

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