Camillo Porta

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Camillo Porta

Camillo Porta

@CPRT65

Forever from Pavia, now Chair of Oncology at the University of Bari ‘Aldo Moro’, Italy 🇺🇦🇮🇱🇪🇺🇺🇸

Bari, Puglia Katılım Eylül 2013
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m a u r o
m a u r o@maurorizzi_mr·
Ho letto un “politico” dell’ultim’ora(!) affermare che Ceuta va restituita al Marocco. Così, di botto. Ceuta è iberica dal 1415 (conquista portoghese) e spagnola in modo continuo e riconosciuto dal 1668 (e di fatto già dalla scelta del 1640), secoli prima dell’indipendenza del Marocco moderno (1956). Non è mai stata parte del Protettorato spagnolo né è considerata colonia. Non si possono affrontare temi come questi con tanta superficialità e ideologia. Soprattutto perché lo stesso politico è acerrimo nemico di Israele, che rivendica il diritto di stare in territori legati a una storia ebraica millenaria e a espulsioni di secoli fa. Non si può far iniziare la storia dalla data che più conviene alle proprie tesi e ignorare tutto il resto. La coerenza esige criteri storici uniformi, non due pesi e due misure.
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Roberto Burioni
Roberto Burioni@RobertoBurioni·
Ho visto l'audizione davanti al Senato USA di Fauci, un medico 85enne che ha salvato milioni di vite con il suo lavoro. Vi dico solo una cosa in futuro qualunque medico capace piuttosto che accettare un incarico statale si farà frate. E non credo che ci rimetterà il medico.
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Alexandre Blaineau
Alexandre Blaineau@AlBlaineau·
Cela pourrait être du Klimt, c’est tout simplement l’offre de la nature
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Jon Cooper 🇺🇸
Jon Cooper 🇺🇸@joncoopertweets·
Zelenskyy pulled off a feat that seemed impossible a year ago: convincing Washington that Kyiv can win the war. He left a meeting with Trump in high spirits, and then watched the Senate vote to advance new sanctions on countries that buy Russian oil. politico.com/news/2026/07/2…
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Pina Picierno
Pina Picierno@pinapic·
Il tempo stringe e sulla difesa europea non sono più ammessi ritardi e ambiguità. Il governo smetta di trasformare la politica estera in una resa dei conti interna e scelga con chiarezza da che parte stare. Aderire a SAFE significa rafforzare la sicurezza comune, l’autonomia strategica dell’Europa e il ruolo dell’Italia. Rinunciare vuol dire lasciare risorse e opportunità agli altri Paesi, mentre noi restiamo prigionieri dei veti e delle contraddizioni della maggioranza. La sicurezza europea non è una telenovela: servono serietà, responsabilità e decisioni all’altezza del momento.
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Ninabecks con Israele e Ucraina nel cuore
😂😂😂😂😂😂😂 "La sinistra ha passato cent'anni a mangiar preti per finire a succhiare gli imam". Claude Malhuret, senatore francese
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Matteo Bassetti
Matteo Bassetti@ProfMBassetti·
E ora che sono stati identificati? Da domani potranno continuare a delinquere e far male ai poliziotti. Un paese in cui non c’è certezza della pena per chi delinque è un paese incivile. Un paese barbarico
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 Roberto Riccardi La polizia non è carne da macello. Non si mandano uomini in piazza con lo scudo e l’elmetto con l’ordine di incassare botte e sputi senza reagire. Non si schierano reparti davanti a bombe carta e martelli sapendo che le regole gli impediscono di catturare chi li colpisce. Non si manda un agente a prendersi una chiave inglese in faccia e poi si conta il referto tra i costi operativi della democrazia. Eppure è esattamente quello che succede. A Torino, centotre feriti e tre arresti. A Bologna, sessantaquattro agenti in ospedale. Stesso copione, stesso bollettino di guerra, stessa domanda che nessuno vuole fare: chi ha scritto le regole che trasformano i poliziotti in bersagli? Dopo il G8 di Genova si è consolidata una concezione dell’ordine pubblico che porta il nome del capo della polizia che la impose: Antonio Manganelli. E meno male che si chiamava Manganelli, perché la sua dottrina vieta di fatto di usarli. Elevare la resa a principio operativo con quella eleganza avrebbero saputo farlo solo i gesuiti. Il principio fondante: equilibrio tra disordine sopportabile e ordine indispensabile. Disordine sopportabile. Rileggiamo. Lo Stato italiano ha stabilito che esiste una quota di devastazione accettabile. Che un certo numero di vetrine spaccate, di auto incendiate, di agenti feriti rientra nel bilancio ordinario della piazza. Che si può tollerare. No. Non si può tollerare. Non esiste disordine sopportabile. Esiste il reato e esiste la legge. Chi devasta una città commette un crimine e va fermato, catturato e identificato. Punto. Ogni altra formulazione è una resa dello Stato. Intanto lo stesso Stato che tollera bombe carta contro i blindati e pietre contro gli agenti è inflessibile con l’automobilista che supera i limiti di dieci chilometri all’ora. Autovelox ovunque, multe immediate, punti decurtati, patente ritirata. Il pensionato che fa i cinquantadue in un tratto da cinquanta paga entro sessanta giorni o scatta il fermo amministrativo. Il guerrigliero che spacca la faccia a un poliziotto esce dalla Questura con un foglio di denuncia che non spaventa nemmeno il suo avvocato. Debole con i forti. Forte con i deboli. È lo Stato da operetta in cui viviamo. Le cariche sono solo di alleggerimento. Non si circonda. Non si accerchia. Non si insegue. Non si cattura in massa. Si spinge via il nemico e si aspetta che torni. Perché torna sempre. Con la stessa giacca nera, la stessa maschera, le stesse bombe carta. In un’altra piazza, in un’altra città, alla prossima convocazione utile. Il meccanismo è semplice e i violenti lo conoscono meglio di chiunque altro. Si travisano, attaccano in gruppo, colpiscono agenti e vetrine. Quando parte la carica di alleggerimento arretrano di duecento metri. Gettano i k-way neri, le maschere, i guanti. Si mescolano alla folla pacifica. Tornano a casa. Nessuno li ha identificati, nessuno li ha fermati, nessuno sa chi sono. Fino alla prossima volta. Questa non è gestione dell’ordine pubblico. È un protocollo di impunità garantita. Il dato più grottesco: in Italia non esiste un corpo organico e pubblico di protocolli operativi per la gestione della violenza di piazza, paragonabile alle regole d’ingaggio militari. Un soldato italiano in missione all’estero opera con regole scritte, precise, conoscibili prima dell’intervento e verificabili dopo. Un poliziotto del Reparto Mobile che si prende una bomba carta in faccia a Bologna opera dentro circolari interne, direttive riservate e la certezza che qualsiasi cosa faccia rischia di finire indagato. I sindacati di polizia lo denunciano da anni. Il SAP, il COISP, la FSP, il Sindacato Indipendente Carabinieri: tutti chiedono la stessa cosa. Regole chiare. Nessuno gliele dà. La FSP lo ha scritto il giorno dopo Bologna con una chiarezza che toglie il fiato: i poliziotti non dovevano essere mandati a fare da bersaglio. E ha aggiunto che sembrava quasi si cercasse deliberatamente lo scontro e un morto tra le file della polizia. Non lo dice un editorialista. Lo dice il sindacato di chi c’era in piazza con lo scudo e l’elmetto. La domanda politica è una sola: chi protegge questa dottrina? Chi ha interesse a mantenerla intatta da venticinque anni? Non le forze dell’ordine, che prendono le martellate. Non i cittadini, che pagano i danni. Non i commercianti di via Ugo Bassi, che la mattina dopo raccolgono i vetri. La politica stabilisce la cornice e se ne assume la responsabilità. Il prefetto fissa gli obiettivi, il questore dirige i servizi. Ma quando la cornice politica impone per anni il contenimento a ogni costo, chi sta in strada riceve un messaggio chiarissimo: evitare lo scandalo della carica, anche al prezzo di incassare. E la politica ha deciso che il disordine è sopportabile. Che sessantaquattro agenti feriti sono un prezzo accettabile. Che via Ugo Bassi devastata rientra nel computo del danno tollerabile. Che la guerriglia urbana è fisiologia della democrazia. La soluzione non richiede nuove leggi. Richiede tre parole: tolleranza zero assoluta. Non disperdere. Catturare. Accerchiare la componente travisata prima che si mescoli alla folla. Portarla in Questura. Identificare ogni singolo soggetto. Dall’identificazione discende tutto il resto: la denuncia penale, le misure di prevenzione personali e i divieti di accesso alle aree interessate, l’azione civile per il risarcimento integrale dei danni. Il credito risarcitorio può inseguire il responsabile per anni, colpire redditi e beni futuri. E un decreto ingiuntivo non si ferma davanti a chi finge di non avere nulla. Chi senza giustificato motivo si travisa durante una manifestazione pubblica rendendo difficoltoso il riconoscimento viola già la legge. L’articolo 5 della legge Reale del 1975 lo dice con chiarezza cristallina: è vietato l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico. La norma esiste da cinquant’anni. Basterebbe applicarla. Ma applicarla significa accerchiare. E accerchiare è vietato dalla dottrina. Il cerchio si chiude. Le regole proteggono chi le viola. Quanti agenti devono finire in ospedale prima che qualcuno riscriva quelle regole? A Torino centotre. A Bologna sessantaquattro. Il prossimo appuntamento è già in calendario: basta un video virale, un sindaco irresponsabile e una convocazione emotiva. I professionisti dello scontro sono sempre pronti. Le divise anche. La differenza è che i primi sanno di poter colpire e sparire. I secondi sanno di dover incassare e restare. Lo Stato che multa il pensionato per dieci chilometri all’ora e lascia liberi i devastatori di una città non è uno Stato debole. È uno Stato complice. La responsabilità attraversa governi di ogni colore che non hanno avuto il coraggio di cambiare il modello. Ma una parte precisa della politica ha fatto di più: ha costruito per decenni la copertura culturale dei violenti, fiancheggiandoli e chiamandoli manifestanti, antagonisti, ragazzi dei centri sociali, perfino vittime della repressione. Pane al pane e vino al vino: stiamo parlando della sinistra. Sessantaquattro agenti in ospedale e tre arresti. La prossima volta che un sindaco di sinistra convocherà la piazza e la piazza esploderà, nessuno potrà dire che non sapeva. Sapevano tutti. Sapevano e hanno scelto da che parte stare. Non da quella delle divise.
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Azzurra Barbuto
Azzurra Barbuto@AzzurraBarbuto·
MORTE DEL MAROCCHINO TOSSICO DURANTE IL FERMO. QUEL DETTAGLIO CHE METTE I BRIVIDI… C’è un particolare di questa vicenda che mi ha colpito più di ogni altro e che, secondo me, merita una riflessione. Uno dei due agenti coinvolti nel fermo durante il quale è morto un cittadino marocchino, tossico e in stato di grave alterazione, indossava una bodycam acquistata di tasca propria. Non era una dotazione dell’amministrazione. L’ha comprata lui. Questo dettaglio racconta molto. Anzitutto, difficilmente chi avesse l’intenzione di abusare del proprio potere sceglierebbe spontaneamente di registrare ogni proprio intervento. Una bodycam serve a documentare ciò che accade. Ma c’è un’altra considerazione che mi colpisce ancora di più. Pensate allo stato d’animo di un poliziotto che sente il bisogno di spendere i propri soldi per dotarsi di una telecamera poiché teme che un giorno potrebbe dover dimostrare di avere semplicemente fatto il proprio dovere. È il segno del clima pesante in cui sono costretti ad operare i nostri agenti e che conduce molti appartenenti alle forze dell’ordine ad avvertire la necessità di tutelarsi personalmente durante il servizio. Perché evidentemente non si sentono tutelati e di fatto non lo sono. Questo particolare, da solo, racconta molto del tempo in cui viviamo. Un agente che esce di casa pensando: “Devo registrare tutto, perché potrei essere io a finire sotto accusa” è il sintomo di un rapporto sempre più difficile tra chi è chiamato a garantire la sicurezza e il contesto in cui opera.
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Roberto Burioni
Roberto Burioni@RobertoBurioni·
@Phastidio Io non sono un economista, ma se va al governo qualcuno che dice di volere "attingere al risparmio privato italiano" il giorno dopo, nel pieno rispetto della legge, tutti i miei risparmi onestamente guadagnati si spostano molto lontano dal potenziale attingente.
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
✍🏻 Brunello Mantelli La lettera dei circa 40 docenti de “La Sapienza – Università di Roma” in cui si chiede che i candidati per le prossime elezioni rettorali si impegnino a rompere i rapporti con ogni istituzione culturale israeliana assomiglia alle analoghe missive in cui, agli albori del Terzo Reich, studenti e docenti nazisti chiedevano il boicottaggio e l’espulsione dalle università degli ebrei, studenti e docenti. Questi quaranta colleghi non sono antisionisti. Sono antisemiti. Con loro non è più possibile avere alcun rapporto. Da docente universitario li accuso di tradire i valori fondanti della Repubblica delle arti, delle lettere e delle scienze.
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Roberto Burioni
Roberto Burioni@RobertoBurioni·
@sono_francesca Nel momento in cui la scuola promuove tutti e l'università laurea tutti, la selezione la fa la posizione di partenza. E nessuno protesta, anzi.
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Olga Patlyuk 🇺🇦
Olga Patlyuk 🇺🇦@OlgaPatl·
This photo must be seen by the entire world so people understand what Russia truly is. A mother is holding her child as tightly as she can, trying to shield them with her own body while Russia drops guided аerial bоmbs on Sumy. No child should grow up in a reality like this. No mother should have to become a human shield to protect her child.
Olga Patlyuk 🇺🇦 tweet media
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IlGuffanti 🇮🇹 🇺🇦
IlGuffanti 🇮🇹 🇺🇦@guffanti_marco·
Generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo Alleato della NATO: <Chi? Conte? Davvero è italiano? L’ho ascoltato due volte, pensavo fosse l’ambasciatore russo! >.
IlGuffanti 🇮🇹 🇺🇦 tweet media
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Ninabecks con Israele e Ucraina nel cuore
Inquietante è eufemistico Gloria F. Turacchi C’è un limite oltre il quale la propaganda diventa qualcosa di più grave: diventa irresponsabilità nazionale. ___L’Italia espelle due addetti militari dell’ambasciata russa per attività di spionaggio ai danni della sicurezza nazionale. Non una chiacchiera da bar. Non una fantasia della “destra”. Un’inchiesta della Procura di Roma, arresti, indagati, informazioni riservate, apparati dello Stato violati. E Giuseppe Conte cosa riesce a dire? ____Che stanno “costruendo apposta una minaccia russa” per giustificare il riarmo. _Questa non è opposizione. _Questa è demolizione del senso dello Stato. La Russia invade l’Ucraina, bombarda città europee, conduce operazioni ibride, cyberattacchi, disinformazione, spionaggio. E mentre l’Italia scopre una rete di penetrazione russa, Conte non trova il modo di difendere lo Stato italiano: ___trova il modo di insinuare che lo Stato italiano stia mentendo agli italiani. È questo il punto. Non il riarmo. Non Meloni. Non la destra. __Il punto è che davanti a un fatto di sicurezza nazionale, un ex presidente del Consiglio sceglie di parlare come un megafono della narrazione del Cremlino. Un uomo che è arrivato a Palazzo Chigi quasi per caso, senza una storia politica, senza una visione internazionale, oggi pretende di tornare al potere cavalcando la paura, il sospetto, l’antiamericanismo, l’ambiguità verso Mosca. ___E la cosa più grave è il silenzio di chi gli sta accanto. Calenda ha fatto bene a dire che quelle parole sono uno scandalo. Pina Picierno ha fatto bene a definirle gravissime e pericolose. Perché lo sono. Quando un Paese viene spiato da una potenza ostile, un politico serio difende le istituzioni. Poi discute, critica, controlla, pretende trasparenza. ___Conte invece fa l’opposto: trasforma la Russia da problema reale a invenzione propagandistica. ***E questo, per chi ha guidato il governo italiano, è semplicemente indecente.
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