Sabrina

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@DanGasparotti

Katılım Kasım 2011
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𝕮𝖔𝖓𝖘𝖙𝖆𝖓𝖙𝖎𝖓𝖊 𝕸𝖔𝖗𝖓𝖎𝖓𝖌𝖘𝖙𝖆𝖗 
“Dietro ogni decimale c’è una famiglia che riempie il carrello senza angoscia e un giovane che firma un contratto di lavoro.” Sì, certo. Talmente senza angoscia che ormai al supermercato si confrontano i prezzi come broker di Wall Street davanti ai grafici del Nasdaq. La scena reale è questa: gente che rimette a posto l’olio perché costa troppo, che controlla il totale ogni trenta secondi, che compra meno carne, meno pesce, meno tutto. Ma tranquilli: evidentemente non è inflazione, è pessimismo cosmico di sinistra. E sui giovani la favola è ancora migliore. “Firmano contratti”. Vero. Pure i condannati firmano dei fogli, tecnicamente. Contratti da 800 euro, stage eterni, part-time involontari, rinnovi trimestrali che manco Netflix aggiorna così spesso gli abbonamenti. A 30 anni vivi ancora coi tuoi ma secondo la propaganda stai “costruendo il futuro”. Nel frattempo affitti fuori controllo, stipendi fermi da vent’anni e gente laureata che emigra appena può. Però basta un +0, qualche decimale letto in conferenza stampa, ed ecco trasformata l’Italia in una specie di Wakanda liberista. La verità è che certi politici non parlano del Paese reale: parlano del Paese che devono raccontare per difendere il governo. Un’Italia immaginaria dove: il carrello si riempie da solo, i salari bastano, i mutui non fanno paura, e la precarietà sarebbe addirittura “dinamismo”. Poi esci di casa e trovi persone che lavorano full time e comunque arrivano al 20 del mese col conto già in apnea. Ma sì, continuiamo pure a chiamarlo Eden. Magari il prossimo miracolo sarà pagare le bollette con i decimali del PIL.
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The Baseball Furies 2
The Baseball Furies 2@riccidavide282·
IMBARAZZANTE GIORGIA MELONI! Si scaglia contro il Superbonus definendolo inutile e dannoso, ma dalla sua dichiarazione dei redditi risulta che ha incassato il bonus mobili, il bonus risparmio energetico e il bonus ristrutturazione... VERGOGNATI!
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أدهم أبو سلمية
أدهم أبو سلمية@AdhamSelmiya·
القاضي الإسرائيلي بيني ساغي، الذي يترأس قضية الفساد ضد نتنياهو، تم العثور عليه اليوم ميتًا في حادث مشبوه. - هذا هو القاضي الثاني في قضية نتنياهو، الذي توفي في ظروف غامضة خلال الأشهر الستة الماضية.
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Claudia Sani
Claudia Sani@cla_sani0521·
E gli ignorantoni della maggioranza sanno solo dire “è stato Conte, è stato Putin o la più gettonata È STATO IL SUPERBONUS” GABANELLI DOCET👇👇👇
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Sabrina
Sabrina@DanGasparotti·
@bianca_cappa Sono ignoranti e parlano agli ignoranti che a dimostrazione sono molti!
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Alessandra
Alessandra@bianca_cappa·
Dopo l’indignazione per Renzi e i 79000 post indignati per le sue parole, commentami questa, va
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lorella
lorella@Lorellastelle·
Sole24Ore, costruito sui dati del Documento di Finanza Pubblica (DPF) e dell'amministrazione finanziaria, la distribuzione della spesa per anno è la seguente: 👉 17,8 mld nel '20-21, 👉 57,9 mld nel '22 👉 84,8 mld nel '23 👉 5,1 mld nel '24 👉 8,4 mld nel '25. Totale: 174 mldi
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Big Dawg
Big Dawg@BigDawg9232·
Trump could become the first US president to go to prison. Raise your hand if you agree he deserves it.
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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti@AlexSabetti·
Xi Jinping che cita Tucidide a Donald Trump è una delle immagini contemporanee più surreali degli ultimi anni. Da una parte la diplomazia millenaria cinese, che ragiona per simboli, filosofia, riferimenti storici e pazienza strategica. Dall’altra Trump, che probabilmente pensava che Tucidide fosse un nuovo marchio di steakhouse texana o un giocatore serbo della NBA. Per capirci: la “trappola di Tucidide” è la teoria secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa quasi inevitabile. Tucidide lo scriveva raccontando il conflitto tra Sparta e Atene: “Fu l’ascesa di Atene e la paura che questo provocò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”. Oggi il parallelismo è evidente: Cina in ascesa, Stati Uniti potenza dominante in paranoia strategica. Ora immaginate Xi che, con tono confuciano e aria da mandarino imperiale, spiega il concetto durante il vertice. E Trump che ascolta annuendo serio per dieci secondi, prima di chiedere se “Tucidide” abbia votato repubblicano o se produca dazi migliori di quelli cinesi. La scena è metafisica. Xi parla di equilibrio storico delle civiltà, Trump pensa agli hamburger, ai coyote da mitragliare al confine e ai post su Truth Social scritti come messaggi inviati alle tre di notte dopo sei lattine di Diet Coke: “KISS MY A#S!!!”. Ed è questa la vera fotografia dell’Occidente contemporaneo. La Cina che usa i classici greci per discutere di equilibrio multipolare. Gli Stati Uniti che rispondono con meme, minacce commerciali e slogan da wrestling. ps: comunque, con @kulturjam siamo semrpe avanti. Sulla "trappola di Tucidide" e sue varianti, grazie all'acume del buon professor @PvPmedievalist , abbiamo scritto un intero capitolo del volume "Gli analfoliberali" (link nei commenti). #trump #xijinping #cina #storia
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Mamdani azzera in quattro mesi un deficit di 12 miliardi di dollari a New York con politiche di sinistra, tasse sui ricchi e tagli agli sprechi, senza toccare i ceti medi né i servizi. E i fasciopitechi italici, quelli che hanno portato il debito pubblico a 3000 miliardi di euro tra regali agli evasori, finanziamenti a scuole e cliniche private e inutili centri in Albania, stanno andando ai matti.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Ma secondo voi i quattro del Garante della Privacy si sono dimessi, o adesso che il clamore è sbollito stanno ancora lì a piazzare bistecche e hotel a cinque stelle sulle note spese che paghiamo noi? Ve lo dico io: tre su quattro sono ancora seduti al loro posto da 240000 euro l'anno. Indagati per peculato e corruzione. Anche se l'Avvocatura dello Stato gli ha chiesto di andarsene, caso unico nella storia. Risposta: nessuna. Quelli che, per stanare la talpa che li ha denunciati, hanno provato a spiare le mail dei loro dipendenti. Il Garante della privacy che viola la privacy. Garante della privacy. Garante di sé stessi.
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un girovago
un girovago@UGirovago77000·
Son 4 anni che predicano che il governo Meloni è il più stabile in Europa e ora vogliono fare una nuova legge elettorale per dare stabilità al governo. La cosa sconcertante è che un sacco di coglioni ci crede!🤣🤣🤣🤣🤣🤣
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SereBellardinelli
SereBellardinelli@serebellardinel·
#Mamdani è riuscito ad azzerare deficit di 12 miliardi in cinque mesi, tassando i ricchi! In #Italia invece avete votato #Meloni che è riuscita ad aumentare il debito pubblico oltre i TREMILA MILIARDI, perché di tassare i ricchi non vuole nemmeno sentirne parlare, IMBECILLI!
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Mamdani lo ha fatto. Meloni nemmeno ci prova.   Zohran Mamdani si è insediato a gennaio. A maggio ha chiuso un buco di dodici miliardi di dollari nel bilancio di New York. Lo ha fatto senza tagliare servizi, senza toccare le tasse sulla casa dei lavoratori, senza svuotare le riserve. Ha invece istituito una tassa sulle seconde case sopra i cinque milioni di dollari. Una tassa sui ricchi, detta con le sue parole: “abbiamo chiesto a chi ha di più di contribuire un po’ di più, per sostenere chi ha di meno”.   Qui invece abbiamo Giorgia Meloni. Il debito pubblico ha sfondato i tremila miliardi e continua a correre. La parola “patrimoniale” non si può nemmeno pronunciare. Sui ricchi non si tocca nulla, anzi: condoni, flat tax, rottamazioni. A pagare sono sempre gli stessi, lavoratori dipendenti e pensionati, gli unici che non possono nascondere un euro.   La differenza è tutta politica. Mamdani ha avuto il coraggio di dire una cosa semplice: i soldi ci sono, basta andare a prenderli dove stanno. Meloni il coraggio non ce l’ha, perché i ricchi sono i suoi azionisti. E voi l’avete votata. Imbecilli.
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SereBellardinelli
SereBellardinelli@serebellardinel·
Sostituto Commissario Mingherlino e candidata locale di @FratellidItalia in manette ad #Imperia! Secondo Procura per "facilitare" rilascio permessi soggiorno, #mazzetta da 5.000 euro! Sequestrati 267.000 euro in contanti! Così gestiscono #migranti i porci che avete eletto!MERDE!
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lisameyer🏥🌈⚡️
lisameyer🏥🌈⚡️@lisameyerildra1·
L’enorme ignoranza di Meloni spiegata bene Come poteva qualcuno pensare che un’ignorante urlatrice di minchiate potesse guidare il paese non lo capirò mai
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Sabrina
Sabrina@DanGasparotti·
Da leggere l!
Timostene@SandroRossi_x

Il diplomatico, la russa, il silenzio   C’è una storia che dovrebbe stare in prima pagina e invece sta a pagina dodici, quando va bene. Riguarda un ambasciatore della Repubblica, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, nome che pare uscito da un romanzo ottocentesco, e una donna russa, Tatiana Tarakanova, sua collaboratrice da anni. Riguarda Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e tre agenzie di viaggio moscovite registrate allo stesso indirizzo, Happy Travel, Visa4you, Park Lane. Riguarda almeno novantacinque cittadini russi entrati in Italia con visti Schengen di lunga durata, tra dicembre 2024 e luglio 2025, mentre l’Europa cercava di chiudere le porte a chi viene da Mosca per via della guerra in Ucraina. Riguarda sedici mila euro a pratica, un patrimonio da tre milioni, una conversazione registrata in cui Papadia, messo con le spalle al muro, ammette: “Sì, è quello il motivo, ti do quello che vuoi, la scuola dei tuoi figli sarà pagata per sempre”. E riguarda, soprattutto, il silenzio.   I fatti, ricostruiti dalla procura di Roma e dalla Guardia di Finanza, sono questi. Il 2 dicembre 2024 Papadia si insedia a Tashkent. Diplomatico di carriera, entrato per concorso nel 2001, sulla carta un curriculum lineare. Solo che dentro quel curriculum c’è un dettaglio che oggi pesa come una pietra: dal 2012 al 2017 è stato Console Generale a Mosca, competenza su tutta la Federazione Russa. Cinque anni. Conosceva gente, ambienti, intermediari. Conosceva Tatiana Tarakanova, che ai suoi tempi lavorava al consolato italiano nella capitale russa. Quando arriva a Tashkent, due settimane dopo l’insediamento, la fa inserire nell’ufficio visti. Una scelta che la procura considera decisiva. Esautora gli altri funzionari, accentra le pratiche nelle sue mani, si avvale della russa e di tre interinali uzbeki assunti da lui. L’ufficio visti, da quel momento, è cosa sua.   Il sistema, secondo gli inquirenti, funziona così. Le richieste arrivano da Mosca, smistate da quelle tre agenzie allo stesso indirizzo. A volte arrivano direttamente all’ambasciatore via Telegram, fuori da ogni protocollo. I richiedenti non vivono in Uzbekistan, non si presentano fisicamente, le firme non corrispondono a quelle dei passaporti. Niente di tutto questo conta. Si paga, dai quattromila ai sedicimila euro a visto, contro i cinquanta euro della tariffa ufficiale, e si entra in Europa. I bonifici finiscono su un conto bulgaro intestato alla Tarakanova, mascherati da prestito. Su novantadue pratiche esaminate dagli ispettori a luglio 2025, in ottantuno casi i richiedenti non risultavano mai entrati in ambasciata. Mai visti, mai identificati. Solo nomi su carta, e quei nomi, oggi, sono in Italia.   Le accuse formali sono corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non spionaggio, attenzione. La procura è esplicita: il reato di spionaggio non viene contestato. Però gli atti contengono una frase che chi sa leggere dovrebbe leggere due volte. Gli investigatori, scrivono, non sono in grado di escludere che qualcuno dei novantacinque russi entrati abbia svolto attività informative verso Mosca. Tradotto in italiano corrente: non sappiamo chi sono, non sappiamo cosa fanno qui, non sappiamo se qualcuno di loro lavora per i servizi russi. Sappiamo solo che sono entrati grazie a un ambasciatore della Repubblica, e che adesso sono qui.   Provate a pensarci un attimo. In un anno in cui in tutta Europa si parla di sabotaggi attribuiti a Mosca, cavi sottomarini tagliati nel Baltico, droni sopra le basi NATO, incendi sospetti nei magazzini logistici della Polonia, attentati alla Bundeswehr sventati per un soffio, l’ambasciata italiana a Tashkent funziona come un imbuto attraverso cui passano cittadini russi senza requisiti, in un canale parallelo gestito da una sola persona, su segnalazione di agenzie moscovite, con pagamenti su un conto bulgaro intestato a una donna russa naturalizzata italiana ed ex Enit. E noi dovremmo credere che dietro non ci sia altro che la cupidigia di un singolo diplomatico annoiato e indebitato? La risposta onesta è: forse sì, forse no. Ma il fatto che nessuno stia cercando seriamente la risposta è il vero scandalo.   Perché qui veniamo al nocciolo. Chi ha nominato Papadia ambasciatore in una sede sensibile, in piena guerra in Ucraina, con accreditamento anche in Tagikistan, frontiera caldissima? Il governo Meloni. Tecnicamente, la proposta di nomina passa dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, viene firmata dal Presidente della Repubblica, segue il parere della commissione esteri. Burocrazia di routine, certo. Ma è proprio nella routine che le responsabilità si annidano. Possibile che le procedure di vetting per una sede del genere non abbiano notato i cinque anni a Mosca, la collaboratrice russa al seguito, le frequentazioni? Possibile. Probabile, in Italia, dove il vetting serio è una parola straniera. Però le conseguenze di quella superficialità le paghiamo tutti.   E poi c’è il silenzio del governo. Il 22 aprile scorso Tajani convoca l’ambasciatore russo a Roma, Paramonov, per protestare contro le battute volgari del conduttore tv Solovyov contro Meloni. Comunicati di indignazione, dichiarazioni roboanti. Due settimane dopo, l’8 maggio, scatta l’arresto di un suo ambasciatore, accusato di aver fatto entrare almeno novantacinque russi in barba alle direttive europee. E il Ministro che fa? Niente. Una conferenza stampa? Niente. Un’informativa al Parlamento? Niente. Un’inchiesta interna pubblica? Niente. Si gestisce sotto traccia, sperando che la notizia si sgonfi nel ciclo mediatico di una settimana.   Le ragioni di questa afasia sono nude. Questo governo ha dentro una componente, la Lega, dichiaratamente filorussa, con un leader che girava con la maglietta di Putin. Ha un’altra componente, Fratelli d’Italia, che sull’Ucraina si è allineata alla NATO ma non vuole strappare con un elettorato che a Mosca guarda ancora con simpatia. Tirare fuori il caso Papadia con il giusto risalto significherebbe aprire una discussione pubblica sulla penetrazione russa nelle istituzioni italiane, e quella discussione, a questo governo, fa più paura di un terremoto. Quindi si tace. Si lascia che la procura faccia il suo mestiere, sperando che il processo arrivi tra due o tre anni, quando nessuno ricorderà più nulla.   C’è da chiedersi anche dove sia l’opposizione. Il Partito Democratico, che dovrebbe trasformare una vicenda così in cinque giorni di prime pagine e otto interrogazioni parlamentari, mormora. Il Movimento Cinque Stelle, con i suoi trascorsi sulla Russia, si volta dall’altra parte. Calenda e Renzi, che pure sull’atlantismo battono il tamburo, alzano la voce solo quando conviene. Nessuno chiede l’audizione urgente di Tajani. Nessuno chiede chi controlla i visti rilasciati dalle altre ambasciate italiane in Asia centrale. Nessuno chiede dove sono adesso quei novantacinque, cosa fanno, chi frequentano.   Si dirà: è una vicenda di corruzione, l’ennesima, un funzionario marcio che vende lo Stato al miglior offerente. Vero. Ma è anche altro. È il sintomo di un paese che ha smesso di prendere sul serio se stesso. Un paese che non vetta i suoi ambasciatori, non controlla le sue sedi consolari, non si fa domande sui suoi confini. Un paese in cui la parola “sicurezza nazionale” si usa solo per giustificare leggi contro i migranti africani, mai per chiedersi chi sta entrando dalla porta principale, con visto regolare timbrato da un nostro diplomatico. La frontiera, in Italia, è un concetto a geometria variabile. La applichi ai disperati che attraversano il Mediterraneo, non ai novantacinque russi con i soldi giusti e il bonifico sul conto bulgaro.   Mah. Resta una domanda, e questa la voglio lasciare sospesa, perché non ho la risposta e nessuno me la sta dando. Tashkent è davvero un caso isolato, il marciume di un singolo? Oppure è la punta di qualcosa, la prima crepa che diventa visibile in un edificio che scricchiola da anni? Quante altre Tashkent ci sono, in giro per le nostre ambasciate? Quanti altri Papadia, quante altre Tarakanove? Il governo non si pone la domanda. La stampa non la pone. L’opposizione la sussurra. E intanto novantacinque persone, di cui non sappiamo niente, vivono accanto a noi.

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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Il diplomatico, la russa, il silenzio   C’è una storia che dovrebbe stare in prima pagina e invece sta a pagina dodici, quando va bene. Riguarda un ambasciatore della Repubblica, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, nome che pare uscito da un romanzo ottocentesco, e una donna russa, Tatiana Tarakanova, sua collaboratrice da anni. Riguarda Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e tre agenzie di viaggio moscovite registrate allo stesso indirizzo, Happy Travel, Visa4you, Park Lane. Riguarda almeno novantacinque cittadini russi entrati in Italia con visti Schengen di lunga durata, tra dicembre 2024 e luglio 2025, mentre l’Europa cercava di chiudere le porte a chi viene da Mosca per via della guerra in Ucraina. Riguarda sedici mila euro a pratica, un patrimonio da tre milioni, una conversazione registrata in cui Papadia, messo con le spalle al muro, ammette: “Sì, è quello il motivo, ti do quello che vuoi, la scuola dei tuoi figli sarà pagata per sempre”. E riguarda, soprattutto, il silenzio.   I fatti, ricostruiti dalla procura di Roma e dalla Guardia di Finanza, sono questi. Il 2 dicembre 2024 Papadia si insedia a Tashkent. Diplomatico di carriera, entrato per concorso nel 2001, sulla carta un curriculum lineare. Solo che dentro quel curriculum c’è un dettaglio che oggi pesa come una pietra: dal 2012 al 2017 è stato Console Generale a Mosca, competenza su tutta la Federazione Russa. Cinque anni. Conosceva gente, ambienti, intermediari. Conosceva Tatiana Tarakanova, che ai suoi tempi lavorava al consolato italiano nella capitale russa. Quando arriva a Tashkent, due settimane dopo l’insediamento, la fa inserire nell’ufficio visti. Una scelta che la procura considera decisiva. Esautora gli altri funzionari, accentra le pratiche nelle sue mani, si avvale della russa e di tre interinali uzbeki assunti da lui. L’ufficio visti, da quel momento, è cosa sua.   Il sistema, secondo gli inquirenti, funziona così. Le richieste arrivano da Mosca, smistate da quelle tre agenzie allo stesso indirizzo. A volte arrivano direttamente all’ambasciatore via Telegram, fuori da ogni protocollo. I richiedenti non vivono in Uzbekistan, non si presentano fisicamente, le firme non corrispondono a quelle dei passaporti. Niente di tutto questo conta. Si paga, dai quattromila ai sedicimila euro a visto, contro i cinquanta euro della tariffa ufficiale, e si entra in Europa. I bonifici finiscono su un conto bulgaro intestato alla Tarakanova, mascherati da prestito. Su novantadue pratiche esaminate dagli ispettori a luglio 2025, in ottantuno casi i richiedenti non risultavano mai entrati in ambasciata. Mai visti, mai identificati. Solo nomi su carta, e quei nomi, oggi, sono in Italia.   Le accuse formali sono corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non spionaggio, attenzione. La procura è esplicita: il reato di spionaggio non viene contestato. Però gli atti contengono una frase che chi sa leggere dovrebbe leggere due volte. Gli investigatori, scrivono, non sono in grado di escludere che qualcuno dei novantacinque russi entrati abbia svolto attività informative verso Mosca. Tradotto in italiano corrente: non sappiamo chi sono, non sappiamo cosa fanno qui, non sappiamo se qualcuno di loro lavora per i servizi russi. Sappiamo solo che sono entrati grazie a un ambasciatore della Repubblica, e che adesso sono qui.   Provate a pensarci un attimo. In un anno in cui in tutta Europa si parla di sabotaggi attribuiti a Mosca, cavi sottomarini tagliati nel Baltico, droni sopra le basi NATO, incendi sospetti nei magazzini logistici della Polonia, attentati alla Bundeswehr sventati per un soffio, l’ambasciata italiana a Tashkent funziona come un imbuto attraverso cui passano cittadini russi senza requisiti, in un canale parallelo gestito da una sola persona, su segnalazione di agenzie moscovite, con pagamenti su un conto bulgaro intestato a una donna russa naturalizzata italiana ed ex Enit. E noi dovremmo credere che dietro non ci sia altro che la cupidigia di un singolo diplomatico annoiato e indebitato? La risposta onesta è: forse sì, forse no. Ma il fatto che nessuno stia cercando seriamente la risposta è il vero scandalo.   Perché qui veniamo al nocciolo. Chi ha nominato Papadia ambasciatore in una sede sensibile, in piena guerra in Ucraina, con accreditamento anche in Tagikistan, frontiera caldissima? Il governo Meloni. Tecnicamente, la proposta di nomina passa dal Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, viene firmata dal Presidente della Repubblica, segue il parere della commissione esteri. Burocrazia di routine, certo. Ma è proprio nella routine che le responsabilità si annidano. Possibile che le procedure di vetting per una sede del genere non abbiano notato i cinque anni a Mosca, la collaboratrice russa al seguito, le frequentazioni? Possibile. Probabile, in Italia, dove il vetting serio è una parola straniera. Però le conseguenze di quella superficialità le paghiamo tutti.   E poi c’è il silenzio del governo. Il 22 aprile scorso Tajani convoca l’ambasciatore russo a Roma, Paramonov, per protestare contro le battute volgari del conduttore tv Solovyov contro Meloni. Comunicati di indignazione, dichiarazioni roboanti. Due settimane dopo, l’8 maggio, scatta l’arresto di un suo ambasciatore, accusato di aver fatto entrare almeno novantacinque russi in barba alle direttive europee. E il Ministro che fa? Niente. Una conferenza stampa? Niente. Un’informativa al Parlamento? Niente. Un’inchiesta interna pubblica? Niente. Si gestisce sotto traccia, sperando che la notizia si sgonfi nel ciclo mediatico di una settimana.   Le ragioni di questa afasia sono nude. Questo governo ha dentro una componente, la Lega, dichiaratamente filorussa, con un leader che girava con la maglietta di Putin. Ha un’altra componente, Fratelli d’Italia, che sull’Ucraina si è allineata alla NATO ma non vuole strappare con un elettorato che a Mosca guarda ancora con simpatia. Tirare fuori il caso Papadia con il giusto risalto significherebbe aprire una discussione pubblica sulla penetrazione russa nelle istituzioni italiane, e quella discussione, a questo governo, fa più paura di un terremoto. Quindi si tace. Si lascia che la procura faccia il suo mestiere, sperando che il processo arrivi tra due o tre anni, quando nessuno ricorderà più nulla.   C’è da chiedersi anche dove sia l’opposizione. Il Partito Democratico, che dovrebbe trasformare una vicenda così in cinque giorni di prime pagine e otto interrogazioni parlamentari, mormora. Il Movimento Cinque Stelle, con i suoi trascorsi sulla Russia, si volta dall’altra parte. Calenda e Renzi, che pure sull’atlantismo battono il tamburo, alzano la voce solo quando conviene. Nessuno chiede l’audizione urgente di Tajani. Nessuno chiede chi controlla i visti rilasciati dalle altre ambasciate italiane in Asia centrale. Nessuno chiede dove sono adesso quei novantacinque, cosa fanno, chi frequentano.   Si dirà: è una vicenda di corruzione, l’ennesima, un funzionario marcio che vende lo Stato al miglior offerente. Vero. Ma è anche altro. È il sintomo di un paese che ha smesso di prendere sul serio se stesso. Un paese che non vetta i suoi ambasciatori, non controlla le sue sedi consolari, non si fa domande sui suoi confini. Un paese in cui la parola “sicurezza nazionale” si usa solo per giustificare leggi contro i migranti africani, mai per chiedersi chi sta entrando dalla porta principale, con visto regolare timbrato da un nostro diplomatico. La frontiera, in Italia, è un concetto a geometria variabile. La applichi ai disperati che attraversano il Mediterraneo, non ai novantacinque russi con i soldi giusti e il bonifico sul conto bulgaro.   Mah. Resta una domanda, e questa la voglio lasciare sospesa, perché non ho la risposta e nessuno me la sta dando. Tashkent è davvero un caso isolato, il marciume di un singolo? Oppure è la punta di qualcosa, la prima crepa che diventa visibile in un edificio che scricchiola da anni? Quante altre Tashkent ci sono, in giro per le nostre ambasciate? Quanti altri Papadia, quante altre Tarakanove? Il governo non si pone la domanda. La stampa non la pone. L’opposizione la sussurra. E intanto novantacinque persone, di cui non sappiamo niente, vivono accanto a noi.
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Sabrina
Sabrina@DanGasparotti·
@Carlo86055862 @ninabecks1 Che dire a una persona così ? Che si identifica con ciò che scrive! Sono d'accordo con l'onorevole Bindi ovviamente, anche io mi vergogno di essere rappresentata, pur non avendola scelta, da una persona del genere! Inascoltabile, rozza, impreparata ...
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Carlo
Carlo@Carlo86055862·
@ninabecks1 Tu devi solo vergognarti che prendi un sacco di soldi a dire cazzate a sfavore dellapovera gente …tutti uguali… Parole e basta … Siete inascoltabili… Del bene del paese a voi non ne frega propio un bel niente …ma andate insieme a BERSANI fuori dai …co…e ringraziate ..
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