Generale Merdez

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Paolo Ziliani
Paolo Ziliani@ZZiliani·
Venghino signori venghino! Dove si parla della mina vagante Como, di Juve e Roma a rischio 5° e 6° posto, dell'Inter che sembra già finita in riserva e della pagliacciata arbitrale senza fine Se ad aprile, dopo la sosta, Juventus e Roma non riusciranno a recuperare 4 punti al Como, il quarto posto con annessa qualificazione Champions finirà in riva al Lago con buona pace dei media intenti a favoleggiare sulle grandi manovre di mercato di Madama. Intanto in vetta l'Inter sta risvegliando nei tifosi i fantasmi della stagione scorsa: è già sulle gambe e per sua fortuna Milan e Napoli non sembrano in grado di approfittarne PREMESSA TRISTE. Secondo il cosiddetto esperto arbitrale di DAZN Luca Marelli, che non più tardi di 24 ore prima aveva considerato giusta la concessione di un rigore alla Juventus per un fallo di mano mai avvenuto, un tocco che nessun giocatore della Juventus aveva visto (nessuno aveva protestato) e che lui stesso non aveva potuto mostrare - non essendoci mai stato -, rigore fatto concedere dal VAR all’arbitro Marchetti dopo la più cialtronesca revisione della storia del calcio da quando esiste il VAR, secondo l’esperto di DAZN, dicevo, è stato giusto non concedere il rigore all’Inter e non richiamare l’arbitro al VAR per un’eventuale revisione di questo tocco di mano di Pongracic della Fiorentina. Tutto compreso nel prezzo dell’abbonamento DAZN senza costi aggiuntivi. E adesso parliamo di scudetto e di 4° posto Champions. Incominciamo dal 4° posto. Dirlo oggi a primavera iniziata quando alla fine del campionato mancano 8 giornate è facile; dirlo 5 mesi fa dopo 8 giornate e ad autunno appena iniziato lo era di meno. E infatti nessuno diceva o scriveva che a fine campionato avremmo potuto trovare al 4° posto in classifica, qualificato alla Champions a spese di illustri top club, il Como. Nessuno a parte i miei abbonati che il 25 ottobre, magari con una punta di scetticismo, lessero l’articolo a mia firma intitolato “E se a maggio il 4° posto Champions finisse al Bologna o al Como? Una riflessione sui primi due mesi di campionato e su alcuni segnali che dovrebbero far scattare gli allarmi in casa Juve e Roma”, col sottotitolo che aggiungeva: “Anche se rose e monte stipendi non sono paragonabili, la superiore compattezza del Bologna e la superiore qualità di gioco del Como potrebbero alla fine sparigliare le carte”... P.S. L'articolo continua sul mio account “Palla Avvelenata” su Substack paoloziliani.substack.com Se non lo conosci vieni a dargli un'occhiata e considera la possibilità di abbonarti. Con 6 euro al mese o 60 all'anno mi sosterrai nel mio lavoro di giornalismo-verità e avrai ogni giorno una buona lettura e un'informazione libera che nessuno ti dà, anzi che spesso ti viene nascosta
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S.A.
S.A.@shiafz·
Anche Bella Melika, 18enne, ha ricevuto la condanna a morte e sarà presto impiccata dal regime islamico. In nome dell’Islam, ci stanno sterminando senza pietà. Per favore, fatelo circolare e aiutate Melika. #IranMassacre
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Giuse10- Gli Esonerati
MAROTTA SE NON VUOI PARLARE DIMETTITI
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Bartolomeo Mitraglia
Bartolomeo Mitraglia@BMitraglia·
MORTE DI UNA NEMICA DELLO STATO - di Roberto Riccardi Sara Ardizzone si era alzata in piedi davanti a un giudice della Repubblica e aveva letto il suo proclama: "Sono anarchica. Sono nemica di questo Stato. Credo nella giustezza della violenza degli oppressi." Il giudice aveva ascoltato. Non aveva acquisito lo scritto agli atti. Non aveva mosso nuova accusa. L'aveva rimandata a casa. Diciotto mesi dopo la donna è saltata in aria nel Parco degli Acquedotti a Roma, uccisa dalla bomba che stava fabbricando con il compagno Alessandro Mercogliano. Dentro l'ordigno c'erano chiodi e nitrato d'ammonio in una pentola a pressione. Un ordigno troppo ingombrante per essere trasportato lontano, progettato per colpire a breve distanza. Nel quadrante sud di Roma, a poche centinaia di metri dal casolare, c'è il Polo Tuscolano: politecnico della polizia e caserma dei carabinieri. Ripeto, perché il concetto merita di essere scolpito: una militante si presenta in un'aula di giustizia, professa guerra allo Stato, dichiara legittima la violenza, e il sistema giudiziario la classifica come esercizio dialettico. Un segnale inequivocabile di pericolosità liquidato come retorica processuale. Diciotto mesi dopo i segnali diventano chiodi e nitrato d'ammonio. Non è un incidente. È il prodotto di una consolidata tendenza alla derubricazione che percorre la giustizia italiana quando si tratta di eversione di sinistra. Mercogliano aveva cinquantatré anni e un curriculum che parla da solo. Condannato a cinque anni nel maxiprocesso Scripta Manent per terrorismo, assolto in appello. Posizione archiviata nell'attentato alla caserma di Fossano, lo stesso per cui Cospito ha preso ventitré anni. Vent'anni nella Federazione Anarchica Informale, tra ordigni e plichi esplosivi contro politici, giornalisti e forze dell'ordine. Risultato netto: zero. Il dato è aritmetico, non polemico. Chi paga davvero? L'unico che marcisce al 41 bis è Cospito. Tutti gli altri attraversano indenni decenni di inchieste, processi, assalti e aggressioni. Escono dal tribunale e tornano a fabbricare bombe. Come Mercogliano. Come Ardizzone. Perché il dato che nessuno pronuncia ad alta voce è questo: in trent'anni di molotov, sabotaggi, assalti a sedi istituzionali e giornalistiche, pestaggi di poliziotti e aggressioni a militanti politici, la magistratura italiana non ha mai riconosciuto l'associazione a delinquere per l'area anarco-insurrezionalista. Mai. A Torino ventotto imputati di Askatasuna vanno a processo e l'accusa associativa viene smontata per tutti. A Marina di Carrara quaranta antagonisti pestano i militanti della Lega al banchetto elettorale: tre anni per arrivare a condanne irrisorie. La finalità di terrorismo evapora sempre. Il reato associativo si dissolve e restano le singole pietruzze: una resistenza qua, un danneggiamento là, pene sospese, fedine penali immacolate. Lo "scudo penale dei centri sociali" di cui ha parlato la premier Meloni non è un'iperbole polemica. È una fotografia giudiziaria. Proprio oggi si vota per riformare quella magistratura sbarrando il SI sulla scheda elettorale. Il tempismo della cronaca è più eloquente di qualsiasi comizio. Nel frattempo la macchina culturale della giustificazione gira a pieno regime. I portavoce di Askatasuna tengono conferenza stampa dopo centotre agenti feriti e spiegano che "il tema della violenza va complessificato." Il fondatore Bonadonna ammette a La Stampa che "il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale." Un attivista di centro sociale va a Fuori dal Coro su Rete 4 a rivendicare la propria partecipazione agli scontri del 31 gennaio e a teorizzare: "Un minimo di lotta la devi fare. I compagni vogliono una rivolta seria, non la passeggiata del sabato." Arrestato, rilasciato. Nessuna conseguenza. E mentre i corpi di Mercogliano e Ardizzone non sono ancora freddi, i circoli anarchici pubblicano un documento che li celebra come martiri: "Sara e Sandro sono morti combattendo." Non morti. Morti combattendo. La bomba con i chiodi non è un errore da prendere le distanze. È una medaglia. Dalla celebrazione della violenza alla bomba con i chiodi il percorso è lineare. Non servono salti logici. Chi professa la legittimità della violenza in un'aula di tribunale e viene rimandato a casa senza conseguenze riceve un messaggio preciso: continua pure. Chi ascolta un picchiatore vantarsi in televisione senza finire in carcere capisce che il prezzo da pagare è zero. L'intelligence definisce l'anarco-insurrezionalismo "la minaccia più concreta" per il Paese. L'ex magistrato Otello Lupacchini parla sul Messaggero di "ritorno dell'anti-Stato ad alta intensità, con rischio stragista." Il rapporto Europol sulla situazione del terrorismo nell'Unione certifica trenta attentati anarchici su trentadue nel 2023 e diciotto su ventuno nel 2024, quasi tutti in Italia. Il Dipartimento di Stato americano classifica la Federazione Anarchica Informale tra le organizzazioni terroristiche globali. Ma i tribunali italiani continuano a trattare i suoi militanti come ragazzacci un po' esuberanti. Il covo della coppia era in via degli Angeli, un appartamento occupato abusivamente in ex locali dei servizi sociali comunali. Novecento metri più in là, in via Maia 6, nel 2003 la Digos scoprì il rifugio delle Nuove Brigate Rosse sequestrando l'appartamento di Nadia Desdemona Lioce. La topografia dell'eversione romana non cambia. I quartieri sono gli stessi. I metodi sono gli stessi. Solo lo Stato finge che sia cambiato qualcosa. Mentre Mercogliano e Ardizzone assemblavano l'ordigno al Parco degli Acquedotti, dove erano le sentinelle? L'intelligence li conosceva. La Digos li conosceva. I tribunali li avevano avuti davanti per anni. Eppure erano liberi di maneggiare esplosivo nel cuore di Roma. E soprattutto: dov'è la sinistra? Quella i cui esponenti andarono in pellegrinaggio a Sassari a visitare Cospito nel gennaio 2023, trasformando un terrorista condannato in un caso di diritti civili. Quando i seguaci di Cospito saltano in aria costruendo bombe con i chiodi il silenzio è assordante. Non una parola. Non un comunicato. Nemmeno il solito distinguo ipocrita tra "manifestanti pacifici" e "frange violente." Stavolta niente. Perché stavolta non c'è nulla da complessificare: ci sono due cadaveri, un cratere e i chiodi. Sara Ardizzone era nemica dello Stato. Lo aveva detto lei. Lo aveva scritto lei. Lo aveva letto ad alta voce davanti a un giudice della Repubblica italiana. Lo Stato l'aveva ascoltata, aveva annuito e l'aveva lasciata andare. Non l'aveva combattuta. Non l'aveva fermata. Non l'aveva nemmeno presa sul serio. La nemica dello Stato è morta per mano propria, vittima della bomba che stava costruendo per colpirlo. Una cronaca di morte annunciata. Pronunciata a voce alta in un'aula di tribunale. L'unico che non l'ha ascoltata è lo Stato.
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Paolo Fabbrini 🇪🇺🇮🇹
@BMitraglia non ha una faccia da ebete e sperduta della società. Anzi, è bella e probabilmente aveva anche persone che le volevano bene. Tutto per egalare la sua persona ad un idiota esaltato
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GiUsEpPe
GiUsEpPe@JPeppp·
Giusto non dare il rosso, Lobotka voleva solo omaggiare il maestro Chuck Norris replicando una sua mossa di combattimento.
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Catapiolta
Catapiolta@catapiolta·
“Il mio intervento? Era un omaggio a Chuck Norris, uno dei mie idoli di quando ero bambino. Sono contento che l’arbitro abbia capito” (commosso, poi sorride, studio ringrazia, ndr)
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DOWNFRIES in BANTER ERA
DOWNFRIES in BANTER ERA@Denzeldownfries·
“Ero troppo vicino per vedere bene” SPORCHI LADRI
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alessio
alessio@Aleinter95·
@pap1pap Articoli fatti apposta per provocare e fare interazioni facili, metodo tuttosportiano.
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Rossonerosemper
Rossonerosemper@Rossonerosemper·
Questo weekend voterò convintamente e con orgoglio SÌ al referendum È sacrosanto separare i magistrati dai tifosi dell'Inter #IoVotoSi
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Generale Merdez
Generale Merdez@GMerdez·
@crml80 Vorrei ricordarti che il triplete è formato dalle coppe degli altri 2 più un'altra.
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Crml
Crml@crml80·
La pioggia del tempo non può ossidare l’argento e l’oro ma scioglie il cartone
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Edoardo Rixi
Edoardo Rixi@edorixi·
Le parole di Enzo Tortora ci fanno capire il motivo per cui, oggi più che mai, votare SÌ al referendum è un dovere civico. #Tortora lo gridò al Paese quando era troppo tardi per restituirgli ciò che gli era stato tolto. Oggi tocca a noi. #referendumgiustizia #iovotosi
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Ermes Antonucci
Ermes Antonucci@ErmesAntonucci·
QUERELE, MINACCE E RICHIESTE DANNI: IL SENSO DI IRRESPONSABILITÀ DEI MAGISTRATI Vi racconto cosa ho subito negli ultimi due anni per aver semplicemente svolto il mio lavoro di giornalista di giudiziaria. Un modo per farvi comprendere il senso di insofferenza dei magistrati al libero esercizio del diritto di cronaca e di critica nei loro confronti, e quindi il senso di assoluta irresponsabilità per le cose dette e fatte nell’esercizio delle loro delicate funzioni. Specifico: ognuno ha il diritto sacrosanto di tutelare la propria onorabilità in sede giudiziaria, ad esempio se si sente diffamato, ma cosa diversa è avanzare querele e richieste danni palesemente infondate e con la finalità intimidatoria nei confronti di un giornalista, in violazione dell’articolo 21 della tanto amata Costituzione. Dunque, tanto per darvi un’idea, negli ultimi due anni ho ricevuto in ordine sparso: -4 (quattro) querele da parte di un pubblico ministero che si è sentito diffamato per alcuni miei articoli in cui si dà notizia dei suoi numerosi processi finiti con l’assoluzione degli imputati, di una censura del proprio operato ricevuta dalla Corte costituzionale e di una sanzione disciplinare ricevuta dal Csm. In una delle tante querele, il pm si spinge addirittura ad affermare di sentirsi “vittima di stalking” da parte mia (lascio a voi ogni commento) -diffida con richiesta di 200.000 euro da parte di una giudice sentitasi diffamata da un articolo in cui veniva riportata la notizia che il Csm aveva avviato un procedimento per decidere se rimuoverla dalla magistratura -richiesta di 100.000 euro da un giudice che si è sentito diffamato da un articolo in cui venivano riportate dichiarazioni rese al Csm da alcuni consiglieri che sottolineavano come il giudice in questione per quasi 20 anni avesse esercitato la funzione presso un tribunale pur essendo sposato con una collega che esercitava le funzioni di pm presso la procura dello stesso tribunale -richiesta di 50.000 euro da un pm che si è sentito diffamato da un articolo in cui si dava notizia che lui, mentre portava avanti un processo, ha messo sotto indagine la legale dell’imputata, decidendo anche di farla intercettare, il tutto all’insaputa della collega co-titolare del processo, generando reazioni di critica da parte dei penalisti e persino dell’Anm locale -richiesta di 40.000 euro da un giudice di un importante tribunale italiano, che si è sentito diffamato da un articolo in cui si segnalava la sua marcata tendenza ad accogliere le richieste di misure cautelari avanzate dai pm -richiesta di 25.000 euro da una giudice di un importante tribunale che si è sentita diffamata da un articolo in cui si dava notizia di un’iniziativa da lei intrapresa all’interno dell’ufficio giudiziario, iniziativa poi da lei stessa ammessa in un comunicato stampa. A tutto ciò si aggiungono: -comunicato stampa di una sezione locale dell’Associazione nazionale magistrati, in cui si afferma che io avrei portato avanti “un attacco” nei confronti di un magistrato “con toni ed espressioni che, di certo, superano il diritto di critica giudiziaria”. Praticamente una sentenza. -l’iniziativa di un capo di un’importantissima procura italiana che ha addirittura chiesto al Csm di aprire una pratica a tutela del proprio ufficio in seguito a un mio articolo, che sarebbe consistito in “un’inaccettabile e pericolosa delegittimazione dell’operato dei magistrati dell’ufficio”. -le recenti minacce del procuratore di Napoli Gratteri di “fare i conti” con noi giornalisti del Foglio dopo il referendum e “tirare su una rete”. Come sapete, da anni racconto le gesta di Gratteri: le tante indagini finite nel nulla, le ingiuste detenzioni, le spese sostenute dallo Stato per questi errori. Molte delle richieste di risarcimento danni si sono fermate non appena i magistrati in questione hanno ricevuto risposta puntuale in cui si sottolinea l’infondatezza delle richieste (a conferma della loro finalità intimidatoria). Altre vicende, soprattutto quelle penali, sono ancora in corso. Inutile dire che queste azioni intimidatorie dei magistrati sono destinate a cadere nel vuoto. Vi invito però a riflettere su questa insofferenza delle toghe a qualsiasi forma di critica (e persino cronaca) del loro operato. Si parla spesso del problema delle querele temerarie dei politici contro i giornalisti, ma nessuno fa mai notare che la magistratura tende a reagire alla libertà di stampa in modo ancora più aggressivo: come una vera casta intoccabile. Lo stesso atteggiamento che da mesi sta mostrando di fronte alla riforma costituzionale approvata dal Parlamento.
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