Gilberto Trombetta

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Gilberto Trombetta

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@Gitro77

Socialista, patriota, antieuropeista - Giornalista - Appassionato di politica economica - https://t.co/rUfOaXhTu3

Roma Katılım Temmuz 2013
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
Mentite sapendo di mentire. Ecco le 63 raccomandazioni a tagliare il sistema sanitario pubblico e a privatizzarlo che la UE ha inviato tra il 2011 e il 2018 agli Stati membri. [emmaclancy.com/2020/02/17/dis…]
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UE in Italia@europainitalia

@italy_exit La Commissione europea non ha mai chiesto all’Italia tagli alla spesa sanitaria che rimane un'area di competenza nazionale. Anzi ha più volte sottolineato come la spesa italiana fosse più bassa della media UE: ec.europa.eu/health/sites/h…

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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
Ci tenevo a ricordare cosa accadde nel 2015 all'allora Ministro dell'Economia, Yanis Varoufakis, durante le trattive con l'Unione Europea che chiedeva di fare macelleria sociale in Grecia. La UE è un'associazione a delinquere di stampo mafioso da cui non basta uscire. Va distrutta per poi cospargere di sale le sue rovine di modo che non rinasca mai più. [tratto dal libro di Yanis Varoufakis "Adulti nella stanza"]
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
Magari se non ci fossimo autosabotati sanzionando la Russia da cui importavamo il 30% dei fertilizzanti (azotati e non) i prezzi non sarebbero saliti così tanto...
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
Ho perso il conto dei riconoscimenti ricevuti da Mario Draghi per i servizi resi a Paesi e consessi stranieri palesemente contrari ai nostri interessi nazionali. Roba da fare impallidire pure Vidkun Quisling.
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
È così, con alcune precisazioni. Le entrate fiscali di un Paese possono aumentare non solo perché aumentano le tasse, ma anche perché aumentano i contribuenti (più lavoratori e più imprese). In Italia la pressione fiscale (ovvero il rapporto tra entrate e PIL) è aumentato vertiginosamente dopo il divorzio BdI/Tesoro, da quando cioè lo Stato ha perso una delle pincipali fonti di finanziamento della spesa pubblica. Aggiungo che anche la riduzione delle aliquote IRPEF (che rappresenta più di 1/3 delle entrate fiscali) ha influito alleggerendo la pressione fiscale sui più ricchi e aumentandola vertiginosamente per i redditi bassi e medi.
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Marco N.🇮🇹
Marco N.🇮🇹@MarcoN17023399·
@Gitro77 Potresti darmi un chiarimento? Puo' essere anche questa una causa del declino dell'Italia perché se non sono cresciuti i salari ma sono raddoppiate le tasse e il debito pubblico vuol dire che i governi con i politici che si sono succeduti sono tutti da sedia elettrica. Assurdo.
dodo@SirDodo

@CellaiLuca Gli butti in faccia i dati: (mi autoquoto) Le tasse negli ultimi 20 anni sono aumentate del 60-65% da 574 miliardi a 934 miliardi Nello stesso arco di tempo il "debito" è RADDOPPIATO. (non è un debito reale) Potrei rincarare la dose spiegando cos'è l'ELUSIONE fiscale.

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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
Un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica
Gilberto Trombetta@Gitro77

"C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le fondamenta della nostra Repubblica. È una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei dipartimenti centrali. Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Non è una battuta, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza. Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale. Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di rilancio. Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza. Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si consacra. Si adottano criteri tecnici, tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un borgo solo coi numeri dell’anagrafe. Le implicazioni economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma di gestione passiva. Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici , le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto. Non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo è il punto che il PSNAI ignora. Le Aree Interne non sono solo problemi da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da liberare. E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica".

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Ermarluck
Ermarluck@ermarluck·
Nell'Italietta della liretta, quando passava il #girodItaila si rifaceva l'asfalto di interi tratti stradali. Oggi con l'eurone grandone che ci protegge, solo rappezzi parziali e dove indispensabile.
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Climate CIANCE™
Climate CIANCE™@ClimateCIANCE·
@Gitro77 In questi giorni c'è il boom di mi piace a questo mio commento pubblicato quasi un anno fa. Molto bizzarro l'algoritmo di X
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
"C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le fondamenta della nostra Repubblica. È una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei dipartimenti centrali. Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Non è una battuta, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza. Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale. Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di rilancio. Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza. Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si consacra. Si adottano criteri tecnici, tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un borgo solo coi numeri dell’anagrafe. Le implicazioni economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma di gestione passiva. Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici , le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto. Non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo è il punto che il PSNAI ignora. Le Aree Interne non sono solo problemi da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da liberare. E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica".
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
630mila giovani sono stati costretti a espatriare tra il 2011 e il 2024 in cerca di un lavoro stabile e salari dignitosi. La metà circa erano laureati (42,1%). Si tratta di una "fuga di capitali" (solo considerando quanto famiglie e Stato hanno speso per formarli) di 159,5 miliardi di euro (il 7,5% del PIL). Tenendo conto che solo 1 italiano su 3 circa si registra all'AIRE, questi numeri andrebbero moltiplicati per 3. Si lamentano della denatalità e ci dicono che serve importare lavoratori (mano d'opera a basso costo), ma la verità e che stanno cacciando dall'Italia il nostro futuro. Un suicido sociale prima che economico che spiega in buona parte il declino del Paese.
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La durezza del vivere
La durezza del vivere@durezzadelviver·
Ed ecco che di fronte ad uno shock dal lato offerta arriva il rialzo dei tassi della BCE. Oggi anche Nagel (Bundesbank) ha detto la stessa cosa. Evidentemente non vedono l'ora di mandarci in recessione.
La durezza del vivere tweet media
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Assal Rad
Assal Rad@AssalRad·
Israel attacking children has become so normalized that the UN can publish something like this and generate almost no news coverage.
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Ermarluck
Ermarluck@ermarluck·
Se fossimo in un mondo normale e non nell'occidente occupato dal grande capitale, un tale piano avrebbe fatto tremare il Governo e provocato indignazione su scala nazionale.
Gilberto Trombetta@Gitro77

"C’è un passaggio, in un documento ministeriale pubblicato quasi in sordina all’inizio dell’estate, che dovrebbe far tremare le fondamenta della nostra Repubblica. È una frase contenuta a pagina 45 del nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con grande ritardo e redatto tra le nebbie dei dipartimenti centrali. Si trova nell’“obiettivo 4: Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: “Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. Non è una battuta, né un refuso. È la nuova linea di indirizzo strategico dello Stato verso centinaia di Comuni italiani, per lo più montani, collinari o rurali. Si tratta di un cambio di paradigma silenzioso ma devastante: si rinuncia ufficialmente all’idea di invertire la tendenza allo spopolamento. Si pianifica il declino. Lo si accompagna. Lo si normalizza. Per capire la portata della questione, bisogna risalire alla definizione di Aree Interne: sono quasi 4.000 Comuni italiani, sparsi in ogni regione, che si trovano lontani dai centri dove si concentrano servizi essenziali come sanità, istruzione e mobilità. Coinvolgono oltre 13 milioni di cittadini, il 23% della popolazione, distribuiti su quasi il 60% del territorio nazionale. In pratica, l’Italia profonda. Quella che custodisce boschi, pascoli, acque, borghi storici, comunità coese. E che oggi si vede diagnosticare una malattia terminale. Nel PSNAI, approvato nel marzo 2025 ma diffuso solo ora, lo Stato compie una distinzione netta tra territori rilanciabili e territori senza speranza. I secondi, si legge, hanno una struttura demografica compromessa, con popolazione in forte declino e basse prospettive di sviluppo. E quindi, si conclude, non possono avere obiettivi di rilancio. Ma cosa significa, in pratica? Significa che non si investirà più per trattenere giovani o attrarne di nuovi. Che non si costruiranno più servizi in quei luoghi. Che si pianificherà una dignitosa decadenza: un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, ma non opportunità né speranza. Un gruppo di studiosi, amministratori e attivisti, riuniti il 12 giugno dal CERSTE, ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: questo documento è un verdetto, non una strategia. E viola in spirito l’articolo 3 della Costituzione, là dove parla dell’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza e la partecipazione di tutti i cittadini. Invece di rimuoverli, li si consacra. Si adottano criteri tecnici, tempi di percorrenza, densità, indicatori statistici che ignorano la realtà sociale e culturale dei luoghi. Si dimentica che molte fragilità sono state indotte da scelte politiche e tagli strutturali. Che non si può misurare la vitalità di un borgo solo coi numeri dell’anagrafe. Le implicazioni economiche sono enormi. Si accentua la polarizzazione tra città affollate e campagne abbandonate. Si crea un’Italia a doppia velocità dove le periferie non sono più nemmeno oggetto di recupero, ma di gestione passiva. Eppure, proprio in quei territori ci sarebbero opportunità strategiche: agricoltura sostenibile, turismo lento, energie rinnovabili, coesione sociale, difesa idro-geologica. Il paradosso è che nel resto d’Europa, dalla Francia ai Paesi nordici , le aree rurali sono oggetto di investimenti e valorizzazione. Hanno rappresentanza istituzionale, accesso a fondi dedicati, programmi a lungo termine. In Italia, invece, si preferisce accompagnare al tramonto. Non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: Non contate più. È anche una questione di dignità: le comunità che resistono nelle Aree Interne non vogliono compassione. Vogliono giustizia, possibilità, strumenti. Questo è il punto che il PSNAI ignora. Le Aree Interne non sono solo problemi da contenere, come pare emergere dal documento. Sono risorse da liberare. E se l’Italia vuole davvero essere una nazione coesa, deve smettere di pensare in termini di resa amministrativa e tornare a fare politica, nel senso più alto: ascoltare, valorizzare, scegliere. Perché un Paese che dichiara la fine di sé stesso, un borgo alla volta, sta smettendo di essere una Repubblica".

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Miki
Miki@AmbraBeni·
国の消滅 Bar Anthropology著 イギリス人、オランダ人、ベルギー人、ドイツ人が、ウンブリアとトスカーナの不動産をほとんど、ひっそりと買い占めている
Gilberto Trombetta@Gitro77

LA CANZELLAZIONE DI UN PAESE di Antropologia da bar Nel silenzio più assoluto inglesi, olandesi, belgi e tedeschi si stanno comprando praticamente tutti gli immobili umbri e toscani. Qualche anno fa si trattava soprattutto di casali rustici con annesso terreno - vigneti, uliveti - ora invece di appartamenti o intere palazzine storiche nei borghi o nelle cittadine. Buttate un occhio ai citofoni. Si stanno formando delle vere e proprie "enclaves" nordeuropee nei borghi medievali italiani. Ci sono alcuni paesi in cui per le strade si parla praticamente solo olandese. Sperimentato di persona. La Puglia, l'Abruzzo o la Sabina sono già sulla buona strada. Come l'Appennino centro-settentrionale. Ovviamente la questione è l'abissale divario del potere d'acquisto, il bisogno impellente di liquidità degli italiani, nonché la necessità di liberarsi alla svelta di case che ormai sono solo costose zavorre impossibili da mantenere. Si tratta perlopiù di case di famiglia messe sul mercato immediatamente dopo la scomparsa di nonni o genitori anziani; le case dei ricordi e dei legami cui la plebe rinuncia senza fiatare, senza la possibilità di fermarsi a riflettere sulle inquietanti implicazioni perché strangolata da una contingenza socio-politica ad essa integralmente e deliberatamente avversa. Contingenza che ha fatto emergere il sempre più diffuso abominio delle nude proprietà. Porre in saldo cose e persone con la sola clausola dell'attesa e l'ovvia ma sottaciuta speranza, tra i due contraenti, della repentina dipartita dell'inquilino. Le pratiche sono veloci perché i nordeuropei non trattano i prezzi, non fanno "offerte", acquistano quasi senza discutere e ciò li fa ovviamente preferire come acquirenti. Molti venditori specificano alle agenzie di optare per quel tipo di utenza, rapida, affidabilissima. Un'utenza affamata di colore locale e di quell'inesistente "italian way of life" che popola da sempre i sogni illusori e semplicistici del settentrionale. Una svolta che il nordico, il più delle volte (ma non sempre) decide di regalarsi raggiunta l'età dell'opulenta pensione. Un sogno emancipatorio da quello stesso ordine mercantilistico e utilitario col quale il settentrionale ha afflitto se stesso e l'intero pianeta. Questi acquirenti, poi, affidano le sovraprezzate ristrutturazioni a ditte locali che gli consegnano l'immobile in condizioni perfette e pronto per l'insediamento immediato, alimentando quello strombazzato vantaggio dell'indotto che, trasversalmente, la nostra politica ha posto come fonte elettiva di entrature per l'Italia. I ricchi spendono e da ciò si guadagnerebbe tutti. Una legge della giungla gentile e inclusiva che contribuisce alla generalizzata cancellazione del Paese.

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Luca Sartori
Luca Sartori@Per5pectiveMan·
Chiari esempi di rana bollita nei commenti. Non ce ne è uno che colga il significato del tweet: ci si è ammazzati per anni fra connazionali per un lavoro dignitoso e remunerativo che non c'era. Ora che sono i nordici a comprarsi la ricchezza degli italiani nessun problema.
Gilberto Trombetta@Gitro77

LA CANZELLAZIONE DI UN PAESE di Antropologia da bar Nel silenzio più assoluto inglesi, olandesi, belgi e tedeschi si stanno comprando praticamente tutti gli immobili umbri e toscani. Qualche anno fa si trattava soprattutto di casali rustici con annesso terreno - vigneti, uliveti - ora invece di appartamenti o intere palazzine storiche nei borghi o nelle cittadine. Buttate un occhio ai citofoni. Si stanno formando delle vere e proprie "enclaves" nordeuropee nei borghi medievali italiani. Ci sono alcuni paesi in cui per le strade si parla praticamente solo olandese. Sperimentato di persona. La Puglia, l'Abruzzo o la Sabina sono già sulla buona strada. Come l'Appennino centro-settentrionale. Ovviamente la questione è l'abissale divario del potere d'acquisto, il bisogno impellente di liquidità degli italiani, nonché la necessità di liberarsi alla svelta di case che ormai sono solo costose zavorre impossibili da mantenere. Si tratta perlopiù di case di famiglia messe sul mercato immediatamente dopo la scomparsa di nonni o genitori anziani; le case dei ricordi e dei legami cui la plebe rinuncia senza fiatare, senza la possibilità di fermarsi a riflettere sulle inquietanti implicazioni perché strangolata da una contingenza socio-politica ad essa integralmente e deliberatamente avversa. Contingenza che ha fatto emergere il sempre più diffuso abominio delle nude proprietà. Porre in saldo cose e persone con la sola clausola dell'attesa e l'ovvia ma sottaciuta speranza, tra i due contraenti, della repentina dipartita dell'inquilino. Le pratiche sono veloci perché i nordeuropei non trattano i prezzi, non fanno "offerte", acquistano quasi senza discutere e ciò li fa ovviamente preferire come acquirenti. Molti venditori specificano alle agenzie di optare per quel tipo di utenza, rapida, affidabilissima. Un'utenza affamata di colore locale e di quell'inesistente "italian way of life" che popola da sempre i sogni illusori e semplicistici del settentrionale. Una svolta che il nordico, il più delle volte (ma non sempre) decide di regalarsi raggiunta l'età dell'opulenta pensione. Un sogno emancipatorio da quello stesso ordine mercantilistico e utilitario col quale il settentrionale ha afflitto se stesso e l'intero pianeta. Questi acquirenti, poi, affidano le sovraprezzate ristrutturazioni a ditte locali che gli consegnano l'immobile in condizioni perfette e pronto per l'insediamento immediato, alimentando quello strombazzato vantaggio dell'indotto che, trasversalmente, la nostra politica ha posto come fonte elettiva di entrature per l'Italia. I ricchi spendono e da ciò si guadagnerebbe tutti. Una legge della giungla gentile e inclusiva che contribuisce alla generalizzata cancellazione del Paese.

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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
No, se sostituisci la popolazione locale con quella straniera è una vera e propria cancellazione: culturale, storica e sociale. La svendita di interi pezzi di Paese a stranieri non è diversa dalla svendita di interi settori industriali a poroprietà straniere (è forse anche più grave). Sono generati entrambi dallo stesso modello economico e sociale che sta portando quella che un tempo era la quarta potenza economica mondiale a diventare un mega villaggio turisitco per stranieri. Un lento ma progressivo processo di sottosviluppo del Paese. Se sommiamo (le cause sono le stesse) la crescente denatalità e il crescente numero di giovani espatriati, più che un processo di sottosviluppo è una vera e propria eutanasia nazionale.
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Valevale
Valevale@mei_vale·
@Gitro77 Non è cancellazione. È rinascita dei paesini. Non sfrattano nessuno, sono buoni vicini, si siedono anche loro al bar e imparano la lingua (o meglio il dialetto) man mano che imparano a non ordinare il cappuccino a ore assurde I prezzi degli immobili sono scesi troppo, quello sì
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
LA CANZELLAZIONE DI UN PAESE di Antropologia da bar Nel silenzio più assoluto inglesi, olandesi, belgi e tedeschi si stanno comprando praticamente tutti gli immobili umbri e toscani. Qualche anno fa si trattava soprattutto di casali rustici con annesso terreno - vigneti, uliveti - ora invece di appartamenti o intere palazzine storiche nei borghi o nelle cittadine. Buttate un occhio ai citofoni. Si stanno formando delle vere e proprie "enclaves" nordeuropee nei borghi medievali italiani. Ci sono alcuni paesi in cui per le strade si parla praticamente solo olandese. Sperimentato di persona. La Puglia, l'Abruzzo o la Sabina sono già sulla buona strada. Come l'Appennino centro-settentrionale. Ovviamente la questione è l'abissale divario del potere d'acquisto, il bisogno impellente di liquidità degli italiani, nonché la necessità di liberarsi alla svelta di case che ormai sono solo costose zavorre impossibili da mantenere. Si tratta perlopiù di case di famiglia messe sul mercato immediatamente dopo la scomparsa di nonni o genitori anziani; le case dei ricordi e dei legami cui la plebe rinuncia senza fiatare, senza la possibilità di fermarsi a riflettere sulle inquietanti implicazioni perché strangolata da una contingenza socio-politica ad essa integralmente e deliberatamente avversa. Contingenza che ha fatto emergere il sempre più diffuso abominio delle nude proprietà. Porre in saldo cose e persone con la sola clausola dell'attesa e l'ovvia ma sottaciuta speranza, tra i due contraenti, della repentina dipartita dell'inquilino. Le pratiche sono veloci perché i nordeuropei non trattano i prezzi, non fanno "offerte", acquistano quasi senza discutere e ciò li fa ovviamente preferire come acquirenti. Molti venditori specificano alle agenzie di optare per quel tipo di utenza, rapida, affidabilissima. Un'utenza affamata di colore locale e di quell'inesistente "italian way of life" che popola da sempre i sogni illusori e semplicistici del settentrionale. Una svolta che il nordico, il più delle volte (ma non sempre) decide di regalarsi raggiunta l'età dell'opulenta pensione. Un sogno emancipatorio da quello stesso ordine mercantilistico e utilitario col quale il settentrionale ha afflitto se stesso e l'intero pianeta. Questi acquirenti, poi, affidano le sovraprezzate ristrutturazioni a ditte locali che gli consegnano l'immobile in condizioni perfette e pronto per l'insediamento immediato, alimentando quello strombazzato vantaggio dell'indotto che, trasversalmente, la nostra politica ha posto come fonte elettiva di entrature per l'Italia. I ricchi spendono e da ciò si guadagnerebbe tutti. Una legge della giungla gentile e inclusiva che contribuisce alla generalizzata cancellazione del Paese.
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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
In realtà è un fenomeno devastante. La svendita di interi pezzi di Paese agli stranieri fa il paio con la svendita di interi settori industriali. Le deindustrializzazione del Paese va a braccetto con la trasformazione dell'Italia in un gigante villaggio turistico per stranieri, gestito da stranieri. È la morte dell'Italia.
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verbatim
verbatim@verbatim_tera·
@Gitro77 Valutando i pro e i contro, (e a parte il doloroso impoverimento culturale italiano) è un fenomeno non troppo doloroso. Migliore del dover svendere perché impossibilitati a ristrutturazioni energetiche troppo onerose. Chi compera questi immobili ne avrà cura.
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Flavio Gori
Flavio Gori@iKlee·
un Paese felice di scomparire: politica, magistratura, media, popolazione. tutti uniti nel voltarsi altrove. solo così i ricchi stranieri potevano impadronirsi dell’italia migliore senza colpo ferire.
Gilberto Trombetta@Gitro77

LA CANZELLAZIONE DI UN PAESE di Antropologia da bar Nel silenzio più assoluto inglesi, olandesi, belgi e tedeschi si stanno comprando praticamente tutti gli immobili umbri e toscani. Qualche anno fa si trattava soprattutto di casali rustici con annesso terreno - vigneti, uliveti - ora invece di appartamenti o intere palazzine storiche nei borghi o nelle cittadine. Buttate un occhio ai citofoni. Si stanno formando delle vere e proprie "enclaves" nordeuropee nei borghi medievali italiani. Ci sono alcuni paesi in cui per le strade si parla praticamente solo olandese. Sperimentato di persona. La Puglia, l'Abruzzo o la Sabina sono già sulla buona strada. Come l'Appennino centro-settentrionale. Ovviamente la questione è l'abissale divario del potere d'acquisto, il bisogno impellente di liquidità degli italiani, nonché la necessità di liberarsi alla svelta di case che ormai sono solo costose zavorre impossibili da mantenere. Si tratta perlopiù di case di famiglia messe sul mercato immediatamente dopo la scomparsa di nonni o genitori anziani; le case dei ricordi e dei legami cui la plebe rinuncia senza fiatare, senza la possibilità di fermarsi a riflettere sulle inquietanti implicazioni perché strangolata da una contingenza socio-politica ad essa integralmente e deliberatamente avversa. Contingenza che ha fatto emergere il sempre più diffuso abominio delle nude proprietà. Porre in saldo cose e persone con la sola clausola dell'attesa e l'ovvia ma sottaciuta speranza, tra i due contraenti, della repentina dipartita dell'inquilino. Le pratiche sono veloci perché i nordeuropei non trattano i prezzi, non fanno "offerte", acquistano quasi senza discutere e ciò li fa ovviamente preferire come acquirenti. Molti venditori specificano alle agenzie di optare per quel tipo di utenza, rapida, affidabilissima. Un'utenza affamata di colore locale e di quell'inesistente "italian way of life" che popola da sempre i sogni illusori e semplicistici del settentrionale. Una svolta che il nordico, il più delle volte (ma non sempre) decide di regalarsi raggiunta l'età dell'opulenta pensione. Un sogno emancipatorio da quello stesso ordine mercantilistico e utilitario col quale il settentrionale ha afflitto se stesso e l'intero pianeta. Questi acquirenti, poi, affidano le sovraprezzate ristrutturazioni a ditte locali che gli consegnano l'immobile in condizioni perfette e pronto per l'insediamento immediato, alimentando quello strombazzato vantaggio dell'indotto che, trasversalmente, la nostra politica ha posto come fonte elettiva di entrature per l'Italia. I ricchi spendono e da ciò si guadagnerebbe tutti. Una legge della giungla gentile e inclusiva che contribuisce alla generalizzata cancellazione del Paese.

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Gilberto Trombetta
Gilberto Trombetta@Gitro77·
@levissimo69 In realtà no. Abbiamo radici molto diverse. Le radici comuni le abbiamo coi Paesi latini e con quelli del Mediterraneo, non certo con quelli nordici.
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lievissima
lievissima@levissimo69·
@Gitro77 Se proprio deve succedere,meglio i nordeuropei. Almeno a radici culturali ci siamo.
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Gaetano Morgante
Gaetano Morgante@GaetanoMorgante·
@Gitro77 @lastregatriste Meglio i nordeuropei che i magrebini. Chissà, magari alla fine avendo interessi comuni ci tirano fuori dal pantano in cui siamo finiti.
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