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@ItalianCroeso

Giornalista freelance, autrice e analista multilingue. Collaboro da remoto con testate internazionali su temi: geopolitica, neurodivergenza -comunicazione etica

Cardiff, Wales Katılım Mart 2016
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Reuters
Reuters@Reuters·
President Trump said early talks between the US and Iran were ‘really good’ and claimed Iran was serious about reaching a deal. However, Iran's Parliamentary Speaker Mohammad Baqer Qalibaf denied any talks had taken place reut.rs/3NA03Vc
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Reuters
Reuters@Reuters·
UK sees no evidence of Iran targeting Britain, says Starmer reut.rs/4t2YMVt reut.rs/4t2YMVt
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Al Jazeera English
Al Jazeera English@AJEnglish·
BREAKING: Iranian Foreign Ministry spokesman Esmaeil Baghaei has denied that Iran held talks with the US, saying that Tehran’s position on the Strait of Hormuz and conditions for ending the war have not changed. 🔴 LIVE updates: aje.news/alyk4u
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BRICS News
BRICS News@BRICSinfo·
JUST IN: 🇷🇺🇻🇳 Russia officially signs deal with Vietnam to build its first nuclear power plant.
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gred.vet 🏳️‍🌈🇸🇩
Giornalista e storico Filiu disse: sebbene abbia visitato molto teatri di guerra, Ucraina, Afghanistan, Siria,Iraq,Somalia,non ho mai visto nulla come a #Gaza E capisco perché Israele proibisca alla stampa internazionale di accedere a uno scenario così raccapricciante
Responsible Statecraft@RStatecraft

NEW @MartinDiCaro on Jean-Pierre Filiu's new book, “A Historian in Gaza,” He writes : “Gazans know the world has abandoned them" responsiblestatecraft.org/the-destructio…

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gred.vet 🏳️‍🌈🇸🇩
Vanunu è ex tecnico nucleare israeliano che rivelò nel 1986 l'esistenza del programma nucleare segreto di Israele Lavorò dal 1976 al 1985 al centro nucleare di Dimona, nel Negev, dove scoprì che Israele produceva armi nucleari in violazione del TNP cui Israele non ha mai aderito
Jean-Marie Collin@jmc_nonukes

Article @LesEchos de Pascal Brunel sur #Dimona (construite par la🇫🇷) et la posture nucléaire d’Israël Un décryptage rare/complet sur cette puissance #nucléaire au MO qui ne l'a jamais reconnue fidèle à sa doctrine d’ambiguïté, et qui a emprisonné M. Vanunu lesechos.fr/monde/afrique-…

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BREAKING NEWS Trump dichiara la tregua. Israele la smentisce con le bombe. Timeline di una leadership che si restringe a un post. 22 marzo — Trump alza il livello dello scontro e minaccia di colpire le centrali elettriche iraniane se Teheran non riapre Hormuz entro 48 ore. L’Iran risponde minacciando rappresaglie contro infrastrutture energetiche israeliane e siti che alimentano le basi USA nel Golfo. 23 marzo, poche ore dopo — Trump cambia tono: annuncia una pausa di 5 giorni negli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e parla di colloqui “very good and productive” con Teheran. Ma c’è un dettaglio imbarazzante: l’Iran non conferma pubblicamente quella narrativa. AP segnala che Teheran non ha riconosciuto in pubblico i colloqui vantati dalla Casa Bianca. Reazione dei mercati — Il petrolio crolla dopo l’annuncio di Trump. Non è il segno di una vittoria strategica americana: è il segno che i mercati leggono quella pausa come una frenata necessaria davanti al rischio di disastro energetico. Reuters riporta un calo di oltre il 13% del petrolio dopo la sospensione degli strike. Nel frattempo — Israele non rallenta affatto. Reuters documenta l’intensificazione della campagna nel sud del Libano, con distruzione di ponti e demolizione accelerata di abitazioni vicino al confine, in un contesto già denunciato da osservatori internazionali come potenzialmente contrario al diritto umanitario. Stessa finestra temporale — Nuove fonti riportano una nuova ondata di attacchi israeliani su Teheran. E qui cade la messinscena: mentre Trump prova a vendere una finestra diplomatica, Israele continua a muoversi come se la guerra dovesse proseguire e allargarsi. La conclusione è brutale ma semplice: Trump annuncia la pausa. Teheran non la firma. Israele continua a bombardare. Questa non è “pace attraverso la forza”. Questa è una tregua proclamata a Washington e smentita sul terreno da Tel Aviv.
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🚨📰23.03.2026 BREAKING NEWS : TACO, ma con il petrolio in fiamme. Trump annuncia una “pausa” di 5 giorni sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e la vende come frutto di colloqui “very good and productive” con Teheran. Per ora, l’Iran non abbia confermato pubblicamente questa narrativa. AP lo dice chiaramente: Trump parla di conversazioni produttive, ma Teheran non le ha riconosciute in pubblico. Nel frattempo l’Iran non sta parlando il linguaggio della distensione, ma quello della rappresaglia: se vengono colpite le sue centrali, minaccia di colpire impianti elettrici israeliani e siti che alimentano le basi USA nel Golfo. E ha già avvertito che, se Washington passa all’azione, può arrivare alla chiusura totale di Hormuz. Quindi no, questa non sembra una grande vittoria diplomatica. Sembra piuttosto l’ennesimo schema TACO: Trump minaccia il massimo, incendia i mercati, fa tremare il sistema energetico globale, poi frena quando il prezzo economico e geopolitico comincia a diventare insostenibile. Reuters ormai usa apertamente l’etichetta “Trump TACO trade” anche nel contesto Hormuz-petrolio. E mentre Washington prova a spacciare la frenata per “dialogo”, c’è la variabile che continua a rendere tutto potenzialmente esplosivo: Israele. Perché Israele non sta rallentando affatto. Reuters riferisce che ha intensificato la distruzione di case e ponti nel sud del Libano, con accuse di punizione collettiva e avvertimenti su possibili crimini di guerra. Tradotto in una frase sola: Trump posta la tregua. L’Iran non la firma. Israele continua la guerra. Questa non è pace attraverso la forza. È panico mascherato da strategia.
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Financial Times
Breaking news: Donald Trump has postponed his threatened attacks on Iranian energy infrastructure following 'good and productive' talks with Iran. ft.trib.al/z9FqGFH
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Drop Site
Drop Site@DropSiteNews·
🚨NEW: NATO Secretary General Mark Rutte tells CBS they “cannot confirm” Israel’s assessment that missiles fired at Diego Garcia were Iranian intercontinental ballistic missiles. Rutte also tried to frame the war as a necessity and called on Americans to back President Trump, saying: “I’ve seen the polling, but I really hope the American people will be with him, because he’s doing this to make the whole world safe.”
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Jewish Voice
Jewish Voice@jewishvoicelive·
The entire world hates Israelis because of the genocides—crimes against humanity—perpetrated by Israel. Because of the Zionists, people everywhere mistake all Jews for Zionists or pro-Israel sympathizers; consequently, due to Zionism, people everywhere hate Jews. Antisemitism has increased because of Israel and the Zionists; Israel and Zionism fuel hostility toward Jews. The only enemies of the Jewish people are Zionist Israel and godless Zionism.
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Max Blumenthal
Max Blumenthal@MaxBlumenthal·
NY Times has essentially confirmed that Israel played a role in stimulating the violent regime change riots that left around 3000 dead in Iran this January 8 and 9, but which were marketed in the West as pro-democracy protests. It was well understood by the Mossad that those riots would help stimulate military action by Trump. Israeli intel merely needed to convince the feeble-minded president that a wave of decapitation strikes would unleash a massive upheaval to immediately topple the Islamic Republic. The January riots were presented to Trump as a preview of what was to come. Western media, including the NY Times and The Guardian, played a central role in legitimizing Israel's deception by falsely characterizing the violent regime change riots as mere protests, massively inflating the death toll and covering up the fact that many were murdered by the Israel-backed rioters themselves The whole of Western media and the Western human rights industrial complex deliberately misrepresented the real character of those riots. But now that the war they helped to instigate is going badly for the US and Israel, that same media is now free to reveal a few kernels of truth.
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Che Dimona esista non è la novità. La novità è che, sotto pressione militare, anche attori come IAEA e grandi media internazionali sono costretti a nominare apertamente il Negev Nuclear Research Center dentro il racconto di una guerra reale, e non più solo come nota marginale di archivio o tema da addetti ai lavori. Questo significa che si incrina, almeno in parte, il meccanismo di schermatura linguistica che per anni ha protetto il dossier israeliano dietro parole come “ambiguità”, “opacità”, “prudenza”, mentre sull’Iran si usa un lessico diretto, martellante, allarmistico e moralizzante. Ed è questo il nodo che il tuo commento evita accuratamente: non stiamo parlando di segretezza assoluta, ma di anestesia narrativa. Molte verità geopolitiche non sono nascoste. Sono peggio: sono lasciate in vista, ma svuotate di significato attraverso il linguaggio.
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Emanuele676
Emanuele676@Emanuele676·
@ItalianCroeso Eh? Il nucleare israeliano è pubblico da decenni. Lo bombardano da 20 anni almeno. E prima che fosse pubblico era stato scoperto dagli americani, tanto che ormai quei documenti non sono più classificati. Anche perché ormai coi satelliti puoi vederlo in tempo reale...
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Dimona non è solo un bersaglio. È una confessione indiretta del sistema. Per anni ci hanno detto, in sostanza, di non guardare troppo. Di accettare la formula dell’“ambiguità”. Di parlare del nucleare israeliano come se fosse una leggenda diplomatica, un’ombra, un tema da sfiorare con cautela. Poi arrivano i missili, e improvvisamente anche l’IAEA è costretta a scrivere nero su bianco che a Dimona esiste il Negev Nuclear Research Center, che c’è stato un impatto nell’area e che, al momento, non risultano danni al sito né anomalie radiologiche. Non è una confessione formale dell’arsenale israeliano. Ma è l’ennesima conferma pubblica che il tabù esiste solo finché nessuno lo mette sotto pressione. Ed è proprio qui che si intravede un pattern. L’Iran, in questa fase, non sembra voler colpire soltanto obiettivi militari o simbolici. Sembra voler colpire anche l’architettura della menzogna protetta: quella rete di ambiguità, immunità linguistica e copertura politica che per decenni ha consentito a Israele di restare fuori dal TNP, mantenere opacità sul proprio potenziale nucleare e, allo stesso tempo, beneficiare di un trattamento radicalmente diverso da quello riservato ad altri Stati della regione. Israele non ha firmato il Trattato di non proliferazione, mentre l’Iran sì; e l’IAEA distingue chiaramente tra Stati con salvaguardie globali e Stati, come Israele, con accordi più limitati. Il punto allora non è dire, in modo impreciso, che “oggi si ammette per la prima volta il nucleare israeliano”. Il punto è più forte: la guerra sta costringendo il sistema internazionale a dire apertamente ciò che per anni ha preferito anestetizzare con formule tecniche. Quando il dossier riguarda l’Iran, il linguaggio è brutale, diretto, ossessivo: arricchimento, ispezioni, soglia, violazioni, rischio globale. Quando riguarda Israele, il lessico si fa timido: “research center”, “ambiguity”, “restraint near nuclear facilities”. Questa non è neutralità. È un doppio standard politico travestito da prudenza diplomatica. L’ONU già nel 1981, con la Risoluzione 487, chiedeva che Israele ponesse le proprie installazioni nucleari sotto le salvaguardie IAEA. Quel nodo non è mai stato davvero risolto: è stato congelato. Per questo Dimona è un tassello importante. Non perché riveli dal nulla qualcosa di sconosciuto, ma perché spinge istituzioni e media a nominare una realtà che normalmente viene protetta dal non detto. Se questo schema continuerà, la strategia iraniana potrebbe essere letta anche così: non solo deterrenza militare, ma pressione calcolata sui punti in cui Israele è più vulnerabile sul piano della narrativa, della deterrenza e della legittimazione internazionale. È un’interpretazione politica, non una prova definitiva sulle intenzioni di Teheran. Ma i fatti mostrano che ogni volta che il conflitto tocca questi nodi sensibili, salta un altro pezzo di finzione. Quando il nucleare è iraniano, diventa un’emergenza mondiale. Quando il nucleare è israeliano, diventa un problema di dizionario. Fonti: IAEA statement su Dimona; Reuters; AP; IAEA safeguards framework; UNSC Resolution 487.
IAEA - International Atomic Energy Agency ⚛️@iaeaorg

The IAEA is aware of reports of an incident in the city of Dimona, Israel, involving a missile impact and has not received any indication of damage to the nuclear research center Negev. Information from regional States indicates that no abnormal radiation levels have been detected. Closely monitoring the situation, Director General @RafaelMGrossi stressed that "maximum military restraint should be observed, in particular in the vicinity of nuclear facilities".

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Trump sells absolute superiority. Mahazza tells a different story. For days, the official US-Bahrain narrative placed the civilian cost of the March 9 explosion in the residential district of Mahazza, Bahrain squarely on Iran: 32 civilians injured, including children. But that version now looks badly weakened. Reuters reports that an analysis by researchers at the Middlebury Institute assessed with moderate-to-high confidence that the blast was likely caused by a Patriot interceptor probably operated by the United States, not by a direct Iranian drone strike on the neighborhood. That does not mean the Iranian attacks that night were not real. They were. But it changes the core political question. The first public messaging pushed a simple image: an Iranian drone hit civilians. Only later did Bahrain acknowledge that a Patriot system had been involved, while still insisting it had successfully intercepted the drone. Journalistically, that sequence raises a serious question of narrative containment: whether the initial communication sought to place the full political and moral burden of the civilian casualties on Iran, while shielding the image of Western technological control and “clean” defensive warfare. This is where Trump’s rhetoric collides with the reality of the war. While the White House keeps speaking the language of overwhelming force, Reuters describes a conflict that has entered its fourth week, with Hormuz under severe pressure, energy markets on edge, and escalation producing instability rather than control. Mahazza is a crack in that propaganda. Because it shows that military superiority does not automatically mean battlefield control, civilian protection, or narrative dominance. If stopping low-cost asymmetric threats requires firing hugely expensive interceptors that may detonate over residential areas, then this is not uncontested supremacy. It is a powerful war machine that is also fragile, costly, and politically self-damaging. The paradox is brutal: the more Trump boasts about “US superiority,” the more every failed narrative, every revised official account, every exposed ally, and every wounded civilian becomes a living rebuttal to that message. This is not absolute dominance. It is attrition disguised as triumph.
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Trump vende superiorità assoluta. Mahazza mostra il contrario. Per giorni, la narrativa ufficiale USA-Bahrain ha attribuito all’Iran anche il costo civile dell’esplosione del 9 marzo nel quartiere residenziale di Mahazza, in Bahrain: 32 civili feriti, tra cui bambini. Oggi però quella versione si incrina. Reuters riferisce che un’analisi del Middlebury Institute indica con confidenza moderata-alta che l’esplosione sarebbe stata causata da un missile Patriot probabilmente operato dagli Stati Uniti, non da un impatto diretto di drone iraniano. Questo non significa che gli attacchi iraniani quella notte non fossero reali. Lo erano. Ma cambia il punto politico decisivo: la prima comunicazione pubblica ha spinto subito sull’immagine del “drone iraniano che colpisce i civili”; solo dopo è arrivata l’ammissione del Bahrain sul coinvolgimento del Patriot. Giornalisticamente, la sequenza suggerisce un tentativo di contenimento narrativo: far ricadere sull’Iran anche il danno civile più tossico, proteggendo l’immagine della guerra “pulita” e della superiorità tecnologica occidentale. Ed è qui che i proclami di Trump si scontrano con la realtà del conflitto. Mentre la Casa Bianca continua a parlare il linguaggio della forza assoluta, Reuters descrive una guerra entrata nella quarta settimana, con Hormuz quasi bloccato, pressione sui mercati energetici e un’escalation che non produce controllo, ma instabilità. Mahazza è la crepa dentro questa propaganda. Perché mostra che la superiorità militare non coincide automaticamente con controllo del campo, protezione dei civili o dominio della narrativa. Se per fermare minacce asimmetriche low-cost servono intercettori costosissimi che rischiano di esplodere sopra quartieri residenziali, allora non siamo davanti a una supremazia incontestabile. Siamo davanti a una macchina bellica potente, ma fragile, costosa e politicamente autodistruttiva. Il paradosso è brutale: più Trump alza il tono sulla “superiorità USA”, più ogni incidente, ogni correzione ufficiale, ogni alleato esposto, ogni civile ferito diventa una smentita vivente di quella narrativa. Non è dominio assoluto. È logoramento mascherato da trionfo.
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