Saria

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@Saria553

... Ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece! È con un sorriso che si testimonia la verità.

MD Nuclear Medicine Katılım Kasım 2011
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Chiara Forti
Chiara Forti@chiaraforti_·
Vorrei fare presente a chi sta strumentalizzando la tragedia di #Modena con commenti razzisti contro i migranti che a fermare il colpevole sono stati due ragazzi pakistani impedendogli di accoltellare un altro uomo che a sua volta cercava di fermarlo.
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Timostene
Timostene@SandroRossi_x·
Due Italie, due reazioni. Lo stesso razzismo al governo.   Taranto, sabato 9 maggio, le cinque del mattino. Bakary Sako, trentacinque anni, maliano, bracciante regolare, esce di casa con lo zaino di sempre: quattro saccottini, i guanti da lavoro, una bottiglia d’acqua. Inforca la bicicletta e pedala verso la stazione. Deve prendere il treno per Massafra, dove lo aspettano i campi. Era in Italia da tredici anni. Nel Mali aveva lasciato due mogli incinte, e di tornare laggiù da padre parlava da settimane.   Alla stazione non arriverà. In piazza Fontana lo aspetta un branco: quattro minorenni, un ventenne, un ventiduenne. Lo accerchiano, lo insultano, uno gli sferra un pugno così forte da spaccargli un dente. Bakary scappa sanguinando, si butta dentro un bar, cerca riparo. Il barista lo caccia. Non chiama nessuno. Lo riprendono fuori e un quindicenne lo accoltella tre volte, al torace, all’addome. Lo trascinano in strada. Mentre muore, ridono. Gli rovesciano dell’acqua addosso, gli dicono “stai facendo la parte, infamone”. Uno chiede in dialetto: “non sta respirando?”. Un altro risponde: “è vivo ancora?”. Bakary muore sull’asfalto, davanti alla porta che gli era stata sbarrata in faccia.   Sette giorni dopo. Sabato 16 maggio, ieri pomeriggio, Modena, via Emilia Centro. Una settimana esatta. Salim El Koudri, trentun anni, italiano nato a Seriate da genitori marocchini, laureato in Economia, disoccupato, paziente per anni del centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, lancia una Citroën C3 a cento all’ora contro la gente che passeggia. Otto persone investite, quattro gravi. A una donna amputano le gambe. Scende dall’auto con un coltello e prova a colpire chi lo blocca. Lo fermano alcuni passanti, fra cui Luca Signorelli, che resta ferito, e due egiziani. Il movente, dicono gli inquirenti, è ancora da accertare. Lui ha biascicato qualcosa sul sentirsi “bullizzato”. I medici lo seguivano per disturbi schizoidi da quattro anni.   Sette giorni di distanza. Due tragedie nello stesso telegiornale della sera, nella stessa settimana politica, davanti allo stesso governo. Ora guardate cosa fanno Meloni e Salvini.   Su Bakary, niente. Per tutta la settimana. Nessun tweet, nessuna richiesta di “punizioni esemplari”, nessuna lezione televisiva sulla “mancata integrazione” dei sei ragazzi italiani che hanno sgozzato un nero per il colore della pelle. Piantedosi arriva a Bari due giorni dopo a dire che no, in Italia non esiste una “caccia al migrante”. Schlein parla, qualche associazione organizza un presidio sotto la pioggia. Il governo, muto. Come se Bakary non fosse mai esistito.   Su Modena, cinque minuti. Cinque, contro sette giorni di silenzio. Salvini scrive nome e cognome su X: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione”. La Lega, in nota ufficiale, sentenzia che “l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita”. Meloni reclama che “risponda fino in fondo”. Tutto prima di sapere cosa fosse successo davvero, prima del movente, prima della cartella clinica, prima di capire se si trattava di un raptus, di una crisi psicotica, di un atto criminale lucido o di tutto questo insieme. La cornice ideologica era già scritta, già pronta in archivio, bastava infilarci dentro un cognome che suonasse arabo.   Non parliamo di due epoche diverse, di due Italie diverse, di due governi diversi. Parliamo della stessa settimana di maggio 2026, dello stesso telegiornale, degli stessi ministri, della stessa premier. Sette giorni separano un nero sgozzato all’alba e un arabo in crisi al volante di una Citroën. E in quei sette giorni il governo della Repubblica italiana ha scelto di tacere su un caso e di urlare sull’altro. Una scelta, non un caso. Un metodo, non una svista.   Questi due fatti sono la stessa storia, lo stesso brodo che qualcuno cucina ogni giorno a fuoco lento per ricavarne consenso elettorale.   Lo conoscete bene, quel brodo, perché lo respirate da almeno dieci anni: invasione, sostituzione etnica, ci rubano il lavoro, ci rubano le donne, blocco navale, decreti sicurezza, permessi di soggiorno a punti. Telegiornali che aprono sull’immigrato che spaccia e tacciono sul caporale italiano che sfrutta. Campagne elettorali in cui un partito di governo usa i volti dei neri come fauna molesta. Una premier che da opposizione urlava “sostituzione etnica” come fosse una bestemmia e oggi, dalla poltrona di Palazzo Chigi, finge di sorprendersi quando un quindicenne va in piazza Fontana all’alba e mette in pratica, alla lettera, quello che lei ha predicato per un decennio.   Quei sei di Taranto razzisti non ci sono nati, glielo abbiamo dato noi adulti a cucchiaiate, anno dopo anno. Quando ridono davanti al cadavere e dicono “infamone, stai facendo la parte”, non stanno inventando niente: stanno citando Salvini, citano i meme che girano nei gruppi della destra giovanile, citano le prime pagine di giornali che da troppo tempo trattano i neri come fauna. La coltellata di piazza Fontana è la propaganda di Stato tradotta in carne e sangue, dieci anni di veleno trasformati in tre fendenti al torace.   Il barista che caccia un uomo ferito dal proprio locale, che non chiama la polizia, che mente agli inquirenti per coprire uno degli assassini e oggi è indagato per favoreggiamento, è il volto medio di questa storia. Non ha pestato, non ha accoltellato, ha fatto qualcosa di peggio: ha reso l’omertà razzista un gesto ordinario, una piega quotidiana del carattere. Bakary sanguinava sulla soglia del suo bar, e lui lo ha rimandato fuori in pasto al branco. Senza quel gesto, forse, oggi Bakary sarebbe vivo. Il barista non è un mostro, è il prodotto perfettamente riuscito della cultura che Meloni e Salvini hanno seminato per dieci anni: il razzismo che non urla, quello educato, quello che ti chiude la porta in faccia mentre stai morendo.   A Modena lo stesso brodo cambia cucchiaio. Stessa settimana, sette giorni dopo. El Koudri ha investito otto persone, ha mutilato una donna, ha provato ad accoltellare chi lo fermava: una tragedia che chiederebbe rispetto, indagini, sostegno vero alle vittime, almeno una pausa di pietà. In cinque minuti diventa carburante. Non importa chi sia davvero, cosa avesse in testa, da quale crepa psichiatrica venisse: importa il cognome, importa la pelle, importa che la storia torni utile alla narrazione. Le vittime vere, quelle in rianimazione, quelle senza gambe, diventano fondale per uno spot etnico.   Bakary, il barista, i ragazzini di piazza Fontana, El Koudri, i feriti di via Emilia, è tutta la stessa storia, dentro la stessa settimana, sotto lo stesso governo. Lo stesso meccanismo che ha armato la mano del quindicenne ha armato il dito di Salvini sulla tastiera. Lo stesso brodo che ha convinto un barista a cacciare un morente ha convinto un vicepremier a emettere sentenza prima dei giudici. La radice è la stessa: la convinzione che alcune vite contino e altre no, che alcuni morti vadano pianti e altri scrollati via dalla home page.   Anche noi, dentro questa storia, abbiamo le nostre responsabilità. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, eletto col centrosinistra meno di un anno fa, su Bakary ha balbettato: “disagio sociale”, “città smarrita”. La parola razzismo, mai. Il lutto cittadino, neanche, lo ha proclamato Adriana Poli Bortone, sindaca di destra a Lecce, novanta chilometri più in là. Alla manifestazione in piazza Fontana, Bitetti non c’era, “impegni personali”. Lui lo chiama pragmatismo, ma è paura: paura di nominare le cose, paura che il brodo ormai senso comune sporchi anche i propri elettori. Si vince così a metà e si perde tutto. Bakary muore una seconda volta, nel silenzio dei suoi.   A Modena, fra i passanti che hanno fermato El Koudri con un coltello in mano davanti agli occhi, due erano egiziani. Stranieri. Esattamente quelli che, secondo la propaganda di governo, sarebbero “il problema”. Lo ha dovuto ricordare il sindaco Mezzetti contro “lo sciacallaggio sui social”, uno sciacallaggio che in quel momento, mentre lui parlava, era già partito dai canali ufficiali del vicepremier della Repubblica italiana. Mentre due egiziani rischiavano la pelle per fermare un assassino, un ministro del governo italiano twittava contro di loro. Andatelo a raccontare ai vostri figli. Fatevelo entrare in testa una volta per tutte.   Meloni e Salvini hanno costruito, alimentato e monetizzato un razzismo di Stato. Lo maneggiano con precisione chirurgica, muti quando le vittime sono nere, urlanti quando i colpevoli sembrano arabi, scegliendo ogni volta i morti utili e i feriti utili, trasformando ogni cadavere in una clip elettorale. Intanto intorno a loro cresce un paese in cui un barista caccia un morente perché è nero, un branco di quindicenni accoltella ridendo, un sindaco di sinistra non riesce nemmeno a pronunciare la parola razzismo.   Questo non è governare, è avvelenare. E quando un paese viene avvelenato così, per anni, dai vertici delle sue istituzioni, non è più sull’orlo del baratro: ci è già dentro. Bakary l’ha pagato con la vita sette giorni fa, i feriti di Modena lo pagano in ospedale da ieri, le mogli di Bakary nel Mali lo pagheranno crescendo da sole due figli che non hanno mai conosciuto il padre. Noi lo paghiamo ogni giorno, con un pezzo di civiltà in meno e una scorza più dura sul cuore, con la capacità di indignarci che si consuma a ogni nuovo morto.   Sette giorni, due tragedie, una sola regia. Il brodo lo cucinano loro, lo servono ogni sera nei talk show, lo distribuiscono ogni mattina sui social. Noi continuiamo a berlo anche quando ci accorgiamo che sa di sangue. Qualcuno, prima o poi, dovrà avere il coraggio di rovesciare la pentola. Prima che il prossimo Bakary parta in bicicletta verso un’alba che non vedrà mai.
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Abolizione del suffragio universale
Guardatela bene, questa foto. Guardateli in faccia, uno per uno. Ieri pomeriggio, a Modena, in via Emilia centro, un uomo lancia un’auto a cento all’ora contro la folla. Falcia otto persone. Poi scende, tira fuori un coltello, e prova a scappare. Luca Signorelli gli si butta addosso. Prende una coltellata alla testa, ne schiva un’altra. Sanguina, ma non lo molla. E in quel momento, dietro di lui, arrivano loro. Quei ragazzi nella foto. Stranieri. Venuti da lontano. Quelli che secondo Salvini sarebbero “il problema dell’Italia”, “l’invasione”, “la sostituzione etnica”. Sono loro che si gettano addosso all’aggressore. Sono loro che gli bloccano la testa con un ginocchio mentre Signorelli, ferito, gli tiene il polso. Sono loro che permettono alla polizia di arrivare e di portarsi via il responsabile prima che faccia altri danni. Senza di loro, oggi staremmo contando forse dei morti. Salvini e la Lega, prima ancora di sapere chi fosse l’aggressore, prima ancora che si chiarisse che si trattava di un trentunenne con disturbi psichiatrici in cura da anni, prima ancora che gli investigatori escludessero la pista terroristica, erano già là fuori a sparare la solita filastrocca. E intanto i veri eroi di ieri pomeriggio, quelli senza i quali oggi parleremmo di altri morti, restano senza nome e senza ringraziamenti. I loro volti non finiranno nei post di Salvini e della Lega con una grafica con scritto “EROI”. Perché rovinerebbero la narrazione. Quella narrazione che da quindici anni divide il mondo in due caselle: italiani brave persone, stranieri criminali. E invece la realtà, ieri a Modena, ha fatto quello che fa sempre: si è messa di traverso. Un italiano di seconda generazione si è messo al volante per ammazzare la gente. Un altro italiano si è buttato sull’aggressore per fermarlo. E accanto a lui, fianco a fianco, ci sono finiti dei ragazzi stranieri che avevano una scelta semplice, girarsi dall’altra parte, e che hanno scelto di rischiare la pelle per gente che non conoscevano. Questa è l’Italia vera. Quella che non sta nei comunicati della Lega. A quei ragazzi, di cui ancora non sappiamo i nomi, va detto grazie. Forte. E va detto adesso, prima che il rumore degli sciacalli copra tutto.
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Sabó
Sabó@AngeloSab82·
Bakary Sako, 35 anni, ucciso a Taranto mentre andava a lavoro nei campi. Il governo e la politica restano in un indecente silenzio. Se fosse stato un italiano ucciso da stranieri, la reazione sarebbe stata opposta. Giustizia per Bakary. Condoglianze alla famiglia. Lascia una🌹
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Saria
Saria@Saria553·
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Sirio 🏀
Sirio 🏀@siriomerenda·
Piero Pelù in 2minuti fa esplodere la Rai in diretta mondiale al concertone del primo maggio "Benito Mussolini è un morto sul lavoro, un morto sanguinario e traditore" poi contro il genocidio a Gaza e sostiene Flotilla... coccolone dei fasci #1M2026 #concertone #Litfiba #1maggio
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Massimo
Massimo@Misurelli77·
I Napoletani hanno una marcia in più😍
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carms⁵✩⁺₊✦
carms⁵✩⁺₊✦@hugmeesposito·
timeline nostalgica e profumatissima ma non trovo nessun riferimento a questa grandissima icona a questa grandissima scena a questa grandissima serie !!!!
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Dr Hula Hoop
Dr Hula Hoop@Dr_HulaHoop·
“Il tuo albero genealogico si disegna col compasso” miglior insulto mai letto fino ad ora e ve lo lascio qui perché é talmente bello che merita di essere diffuso in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
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TAFFO
TAFFO@taffoofficial·
Riposa in Pace. Di nuovo. #Mondiali
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Fanpage.it
Fanpage.it@fanpage·
Vincenzo De Luca: “Io ai genitori della famiglia nel bosco darei tre anni di carcere" fanpa.ge/evrRG
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Marinelli Barbara
Marinelli Barbara@marinellibar·
Salvini in Ungheria per sostenere Orban. Visti gli ultimi risultati delle sue previsioni Orban ha detto alla moglie "digli che non ci sono, che ho una Cresima".
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Roberto Avventura
Roberto Avventura@RobertoAvventu2·
Sette cani rubati ai loro padroni sono diventati virali dopo essere fuggiti da un camion che li trasportava illegalmente e aver ritrovato la strada di casa. Hanno percorso circa 17 km insieme, guidati da un corgi, attraverso autostrade e campi, e ora sono sani e salvi dai rispettivi proprietari.🐶🐾🥺❤️
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Gabbar
Gabbar@Gabbar0099·
Dua lipa 🔥👏
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Il Grande Flagello
Il Grande Flagello@grande_flagello·
- E tu ci vai a votare? - No, grazie a Dio non mi serve niente - Io voto Sì: spariscono stupratori, ladri e pure l’acne. Ho sentito i pareri autorevoli di Previti, Santanchè e Licio Gelli - Ma Gelli è morto - Ha lasciato detto di votare Sì, il suo voto vale perché non è fuorisede
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Marco Fattorini
Marco Fattorini@MarcoFattorini·
Il politologo Francis Fukuyama su Trump: «Il mondo è diventato un posto molto pericoloso perché il Paese più potente è sotto il controllo di un bambino di 10 anni che ha scoperto un lanciafiamme nel giardino dei suoi genitori e ora si diverte a usarlo per bruciare le cose».
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