Andrea Indiveri

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@ndvndr

Studioso - Scrittore ✍🏼 φιλοσοφία 🦉 e יַהֲדוּת ✡︎ Ermeneutica 📖 ~ Politica ~ Ich fühle mich gut mit meinem Zionismus

Roma, Lazio 📍 Katılım Ocak 2022
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Andrea Indiveri
Andrea Indiveri@ndvndr·
וַיִּבְרָ֨א אֱלֹהִ֤ים ׀ אֶת־הָֽאָדָם֙ בְּצַלְמ֔וֹ בְּצֶ֥לֶם אֱלֹהִ֖ים בָּרָ֣א אֹת֑וֹ . E Elohim creò l'essere umano a sua״ immagine; ״a immagine di Elohim lo creò #specularità #speculum #ebraismo #filosofia #ermeneutica
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Rome, Lazio 🇮🇹
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Keshet Italia
Keshet Italia@DavidKeshet·
#WorldAIDSDay2025 𝗲 𝗚𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 vs 𝗜𝗻𝗳𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗦𝗲𝘀𝘀𝘂𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗧𝗿𝗮𝘀𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶: 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘃𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗳𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 è 𝗮𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲, 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗮 𝗲 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮 𝗱𝗮 𝘀𝘁𝗶𝗴𝗺𝗮. #1dicembre #1dicembre2025
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Hillel Neuer
Hillel Neuer@HillelNeuer·
TRAGIC: Francesca Albanese, the UN's de facto spokesperson for Hamas, says she can no longer use a credit card, rent a car, or open a bank account, due to the historic U.S. decision to sanction her. “I am treated almost like Osama bin Laden, and I find it horrible, horrible!”
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Rula Jebreal
Rula Jebreal@rulajebreal·
Muhammad al-Halaq, un bambino palestinese di 9 anni, era in piedi e con le braccia alzate nella Cisgiordania occupata, quando un soldato 🇮🇱 si è inginocchiato e gli ha sparato, uccidendolo…con un unico colpo mortale alla testa. In seguito i soldati israeliani hanno festeggiato.
Gideon Levy@gideonle

A 9-year-old Palestinian Boy Stood at a Distance. An Israeli Soldier Knelt and Shot Him Dead - Twilight Zone haaretz.com/israel-news/tw…

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FIAPItalia
FIAPItalia@FiapItalia·
COMUNICATO STAMPA 𝟕 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 – 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 È il giorno del ricordo dell’orrore, dell’abisso, del male assoluto: la più grande strage di ebrei dal tempo della Shoah. A quell’abisso hanno fatto seguito altra morte, altra distruzione, altra sofferenza che continua ogni giorno a colpire civili innocenti. In questa giornata non vogliamo aggiungere parole alle parole, ma fermarci. Il silenzio è per noi un gesto di memoria e di pietà, una preghiera laica che rinnova il monito più alto della storia: “Mai più.” Ma proprio nel giorno del silenzio sentiamo anche il dovere della chiarezza. La FIAP esprime la sua profonda indignazione per l’uso improprio e inaccettabile della parola “Resistenza” che in questi giorni vediamo riferita ai criminali assassini del 7 ottobre. Una simile identificazione è una distorsione storica e morale che offende la memoria dei combattenti per la libertà e il significato stesso di quella parola, che fu e resta sinonimo di liberazione, giustizia e dignità umana. Custodire la memoria della Resistenza significa difendere la verità, respingere ogni forma di manipolazione e impedire che la nostra storia venga piegata a giustificazioni di odio o di violenza. Oggi il nostro silenzio è atto di rispetto e di responsabilità: silenzio che ricorda, che interroga, che si oppone al male e rinnova l’impegno, umano e civile, a non dimenticare mai. 𝐋𝐚 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐅𝐈𝐀𝐏 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨, 𝟕 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟓
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Shalom
Shalom@shalomroma·
“L’israelismo” e quella pericolosa accusa agli ebrei di essere nazione. La replica del Rabbino Capo di Roma @raviologist all'articolo di Vito Mancuso su La Stampa. shalom.it/idee-pensiero-…
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Andrea Indiveri
Andrea Indiveri@ndvndr·
@bettafiorito @fanpage Invece, per una non meglio identificata autorità palestinese che fa advertisement e perfino merchandising sulla guerra da due anni a questa parte… nessuna “indagine”.
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Fanpage.it
Fanpage.it@fanpage·
Il governo israeliano sta comprando annunci su Google per screditare Francesca Albanese: l’indagine di Fanpage.it fanpa.ge/ioDeR
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Andrea Indiveri
Andrea Indiveri@ndvndr·
@espressonline Non ricordavo che la signora fosse stata chiamata in causa perché era in questione la legittimità dell'uso della parola "genocidio", piuttosto per la cacciata a sfondo razzista degli israeliani dal ristorante. @espressonline vi è caduta questa 🤡.
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L'Espresso
L'Espresso@espressonline·
La donna: "Significa che ero legittimata a parlare di genocidio, termine che anche l’Onu adotta per quanto accade a Gaza” lespresso.it/c/attualita/20…
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Anita Likmeta
Anita Likmeta@nitalikmeta·
Non è la cancellazione, ma la riscrittura ciò che oggi interroga la memoria.Non l’oblio, ma l’eccedenza: l’eccesso di senso proiettato su un nome già estinto, un corpo già bruciato, una memoria che si credeva chiusa. Qualcuno ha scritto “Gaza” su una pietra d’inciampo. Una lastra d’ottone incastonata nell’asfalto, dedicata a Leone Jona, ebreo deportato e assassinato nel 1944. Il gesto, in sé, è minimo, un tratto di pennarello, ma nella grammatica dell’atto si rivela qualcosa di più: un’operazione simbolica di sovrascrittura. Non si è scritto per ricordare. Si è scritto per accusare. Perché “Gaza”, inciso sulla memoria di un ebreo morto senza patria, non è un grido di solidarietà. È un atto di trasferimento simbolico. L’idea che l’ebreo di ieri possa e debba rispondere per l’ebreo di oggi. Che la vittima del passato, proprio in quanto muta, diventi ricettacolo di un nuovo giudizio morale. Non più ucciso in quanto ebreo, ma retroattivamente colpevole di esserlo ancora. È questa la torsione definitiva: la memoria ebraica non viene negata, ma riassegnata. Non più spazio del lutto, ma superficie d’impiego. Il morto non è più lasciato alla sua storia, ma arruolato a dire qualcosa ai vivi. A suggerire che l’esistenza ebraica possa continuare solo se è disarmata, dolente, supplicante. Che il prezzo dell’autodeterminazione sia la revoca del diritto alla memoria. E che la Shoah stessa, l’indicibile, diventi oggetto di condizione: valida solo finché l’ebreo non si difende. Leone Jona, così, diventa funzionale. Il suo nome, il suo silenzio, il suo corpo mai restituito, vengono utilizzati per dire altro, ad altri. La pietra non viene distrutta. Viene reindirizzata. Perché il suo significato, ricordare una morte nell’abisso della modernità, non è più sufficiente. Ora deve servire a uno scopo. Scrivere “Gaza” sopra quel nome significa accostare eventi storici radicalmente disomogenei, dolori non comparabili, storie che non si parlano, e usarne uno per mettere sotto processo l’altro. Non si dice: “ricordiamo anche.” Si dice: “questa memoria non è più legittima”. Non nel 2025. Non se appartiene a un ebreo. Non se è sopravvissuta.Perché ciò che disturba non è la morte di Leone Jona. È il fatto che, nonostante quella morte, l’ebreo esista ancora. Che si difenda. Che abbia uno Stato. Che parli, agisca, si esponga. Che non sia più disponibile al ruolo assegnato. La presenza dell’ebreo è sempre una dissonanza: se è invisibile, inquieta. Se è visibile, provoca. Se muore, si commemora. Se vive, si discute. E se osa difendersi, il passato intero viene convocato a punirlo. La pietra, a quel punto, non è più un segno. È un campo di battaglia. Lì non si è semplicemente aggiunta una parola. Si è tentato di cancellarne un’altra. Di riscrivere una genealogia della colpa. Di trasformare il passato ebraico non più in un dolore da rispettare, ma in una prova a carico. E Leone Jona, che non ebbe patria, né esercito, né rappresentanza, oggi viene chiamato, da morto, a rispondere del fatto che gli ebrei abbiano osato sopravvivere. E abbiano persino osato fondare uno Stato. Ed è qui che si compie l’ingiustizia più radicale: che un corpo privo di protezione, senza potere, senza rifugio, senza voce, venga oggi riesumato non per essere ascoltato, ma per essere impiegato. Gli si attribuisce, retroattivamente, una voce che non ebbe, per imporgli di parlare a nome di una colpa che non gli appartiene. Lo si convoca a giustificare il fatto che il suo popolo, oggi, esista. Che abbia costruito una difesa. Che abbia rivendicato un’identità storica. E così, quel corpo nudo nella storia, muto e condannato, diventa ora il portavoce forzato di una sentenza ideologica: che agli ebrei non spetti più il lutto, né la legittimità della difesa, né, in definitiva, il diritto stesso alla vita. Non perché colpevoli. Ma perché ancora presenti. Ancora visibili. Ancora lì, dove la Storia li avrebbe voluti definitivamente assenti.
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