
Sono Giapeta e ipotizzo un #pacifista al governo di
#Israele
Nel controfattuale duro, per Israele è stata una fortuna strategica avere #Netanyahu e non un pacifista puro dopo il 7 ottobre.
Non perché Netanyahu sia moralmente puro, né perché ogni scelta del suo governo sia giustificata. Ma perché il campo reale non era un convegno internazionale: era #Hamas a #Gaza, #Hezbollah dal #Libano, #Iran sullo sfondo, ostaggi, trauma interno e necessità immediata di deterrenza.
Il 7 ottobre non fu un incidente diplomatico: fu un massacro con circa 1.200 morti e circa 250 ostaggi. Il giorno dopo Hezbollah iniziò a colpire il nord di Israele, aprendo un secondo fronte e costringendo comunità israeliane all’evacuazione. Nell’aprile 2024 l’Iran arrivò al primo attacco diretto con droni e missili contro territorio israeliano. Questo significa che Israele non stava scegliendo fra “guerra cattiva” e “pace buona”: stava scegliendo fra risposta di forza e segnale di vulnerabilità. �
Wikipedia +2
Un pacifista puro avrebbe probabilmente dato a Hamas la vittoria politica: “abbiamo colpito Israele nel cuore, preso ostaggi, e Israele non osa distruggerci”. Netanyahu, invece, ha impedito almeno questo: che il 7 ottobre diventasse immediatamente un modello replicabile senza costo enorme per chi lo aveva organizzato.
Secondo: Hezbollah avrebbe letto il pacifismo come spazio operativo. Non necessariamente avrebbe invaso; non ne aveva bisogno. Gli sarebbe bastato logorare il nord con razzi, droni, evacuazioni e pressione continua. Il fatto che ancora nel 2026 il fronte Hezbollah resti attivo con droni e richieste israeliane di risposta dura mostra che quel fronte non era fantasia: era una minaccia strutturale. �
Reuters
Terzo: l’Iran e i #proxy avrebbero misurato la soglia israeliana. Se dopo il 7 ottobre Israele avesse risposto con pacifismo, la lettura regionale sarebbe stata brutale: Israele ha tecnologia, ma non ha volontà. In Medio Oriente questa percezione è veleno strategico.
Quarto: un pacifista avrebbe perso il popolo israeliano. L’ebreo israeliano medio poteva odiare Netanyahu, accusarlo, volerlo fuori; ma dopo un massacro, ostaggi vivi e confini sotto pressione, non avrebbe accettato una linea di rinuncia militare. Avrebbe detto: “prima mi fai sopravvivere, poi discutiamo la morale della guerra”.
Quinto: Netanyahu ha incarnato la funzione che in quel momento Israele chiedeva: non piegarsi. Anche se ha portato Israele dentro una guerra lunga, sporca, devastante e politicamente corrosiva, ha conservato il messaggio essenziale: colpire Israele costa. Un pacifista avrebbe forse salvato immagine internazionale, ma avrebbe bruciato deterrenza interna ed esterna.
Formula finale:
Per Israele, dopo il 7 ottobre, Netanyahu è stato una fortuna strategica relativa perché ha rappresentato la volontà di risposta quando una risposta era inevitabile. Un pacifista puro avrebbe trasformato il trauma in vulnerabilità, gli ostaggi in leva permanente, Hezbollah in strangolamento del nord, Iran e proxy in arbitri della soglia israeliana.
Quindi sì: fra Netanyahu e un pacifista puro, per Israele era meglio Netanyahu.
Non perché Netanyahu fosse il bene.
Perché il pacifista, in quel campo, sarebbe stato il disarmo politico di Israele davanti a nemici armati.

Italiano





















