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La Generazione Zeta ha rotto le palle - di Roberto Riccardi
Svogliati. Permalosi. Presuntuosi. Inaffidabili. Incapaci di sostenere una conversazione professionale, di rispondere a una mail entro sera, di presentarsi puntuali, di vestirsi in modo appropriato, di accettare una critica senza crollare emotivamente. Pretendono lo smart working al primo giorno. L'aumento al terzo mese. La flessibilità come diritto di nascita. Non hanno mai prodotto niente ma esigono tutto, con la sicumera di chi confonde i capricci con i diritti e la pigrizia con l'illuminazione.
La Generazione Zeta ha rotto le palle. E non lo dicono i soliti editorialisti rancorosi. Lo dicono i colleghi. I quarantenni che ogni sera rispondono alle mail che il collega Zeta ha ignorato, gestiscono il cliente lasciato in attesa, si sobbarcano gli straordinari rifiutati in nome del sacrosanto "bilanciamento vita-lavoro". Quelli che alle sette di sera cercano di rintracciare il collega Zeta sul telefono aziendale e scoprono che già all'imbrunire è irraggiungibile. Sono loro a pagarne il prezzo. E sono stufi.
Sono i nati tra il 1997 e il 2010. I primi veri nativi digitali, cresciuti con lo smartphone in culla e i social come biberon. Hanno attraversato la pandemia in pigiama, frequentato l'università da remoto e ne sono usciti convinti che il mondo funzioni così: dalla poltrona, a propri tempi, senza che nessuno abbia il diritto di chiedergli nulla. Si autodefiniscono la generazione più consapevole della storia. Quella che ha capito, a differenza dei padri schiavi del lavoro e dei nonni piegati dalla fatica, che la vita non si esaurisce in ufficio. Che il benessere viene prima della carriera. Che la salute mentale è sacra. Bellissimo. Peccato che questa illuminazione arrivi da gente che a trent'anni si fa ancora lavare le mutande dalla madre.
Un caso su tutti, finito sui giornali di mezzo mondo e diventato virale con ventisette milioni di visualizzazioni. Un neoassunto viene convocato dal capo a una riunione alle otto del mattino. Riunione trimestrale, comunicata in fase di assunzione. Il ragazzo sapeva. Risposta: "non posso venire, ho il corso in palestra. Il mio equilibrio psicofisico viene prima". Prima della riunione, prima dell'azienda che lo paga, prima del capo che lo ha scelto e assunto, prima di quella roba antica e desueta che le generazioni precedenti chiamavano senso del dovere. La cosa più rivelatrice non è stata la sfrontatezza. È stata la reazione dei coetanei: aveva ragione lui.
I numeri confermano la sentenza. Sei aziende su dieci hanno già licenziato neolaureati Zeta nel giro di pochi mesi. Mancanza di motivazione per il 50%, scarsa professionalità per il 46%, incapacità di comunicare per il 39%. Il 75% dei datori di lavoro li giudica insoddisfacenti. Uno su sei non vuole più assumerli. Risultato: l'età media di assunzione è salita a 42 anni, le assunzioni di over 65 sono esplose dell'80%, quelle degli under 25 sono crollate. Le aziende preferiscono il settantenne che si presenta puntuale al ventenne che manda un vocale per dire che arriva tardi perché ha lo yoga.
Ma perché tutta questa svogliatezza? La risposta non è generazionale: è sistemica. Si è prodotta una generazione senza addestramento alla frustrazione, senza autonomia materiale e senza interiorizzazione del dovere. Adulti anagrafici che funzionano come adolescenti permanenti.
E il dato lo conferma: il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Peggio di noi solo la Corea del Sud. In Danimarca sono il 12%. In Germania il 33%. Il Censis ha contato oltre tre milioni di trentenni ancora nel nido. Di questi, il 63% lavora. Lavora e resta. Perché andarsene significherebbe diventare adulti. E diventare adulti non è previsto dal programma.
Il 72% dei giovani disoccupati vive interamente sulle spalle della famiglia.
Ma il dato più indecente riguarda chi un lavoro ce l'ha: il 62% ha comunque bisogno del sostegno economico dei genitori. Il 30% degli under 30 dipende ancora dalla paghetta. A trent'anni. Con la paghetta. Mentre posta su Instagram storie di aperitivi al tramonto e filosofia spicciola sul diritto alla felicità.
Li hanno definiti la “Generazione Cavalletta”. Perché stanno divorando tutto quello che nonni e genitori hanno costruito con decenni di sacrificio. Sono la prima generazione della storia che consuma senza produrre, che eredita senza costruire, che pretende senza restituire.
Entro il 2030 riceveranno in eredità duemila miliardi di euro. Patrimoni, immobili, investimenti accumulati in una vita di fatica da chi si alzava alle sei senza lamentarsi e non aveva mai sentito parlare di "salute mentale" come alibi per non lavorare. Duemila miliardi nelle mani di chi non ha mai piantato un chiodo.
E non fanno figli. Perché fare figli richiede responsabilità, sacrificio, progettualità. Il tasso di fecondità è inchiodato a 1,24 figli per donna, il più basso della storia repubblicana.
Il 65% rifiuta i mestieri manuali perché considerati indegni. L'edilizia non trova ricambio. L'autotrasporto è in ginocchio. La ristorazione elemosina personale. Ma il giovane Zeta non si sporca le mani. Aspetta l'offerta giusta, col contratto giusto, lo stipendio giusto, la flessibilità giusta, l'ufficio giusto, il capo giusto. E nel frattempo si fa mantenere.
La Generazione Cavalletta non nasce dal nulla. Nasce da genitori che non hanno mai detto no. Che hanno trasformato ogni capriccio in diritto, ogni frustrazione in trauma da evitare, ogni difficoltà in qualcosa da cui proteggere il pupo a ogni costo. Che hanno fatto i compiti al posto loro, telefonato ai professori per contestare un brutto voto, accompagnato il trentenne al colloquio di lavoro. Non è un'iperbole: il 70% dei giovani Zeta ammette di aver chiesto aiuto ai genitori per cercare impiego. Non per un consiglio. Per farselo trovare. Hanno cresciuto figli come piante da appartamento: al caldo, al riparo, senza un alito di vento. E adesso si stupiscono che al primo temporale si spezzano.
Parlano di "comfort zone" come il Papa parlerebbe del Vangelo. Hanno ribattezzato la pigrizia "consapevolezza", il parassitismo "equilibrio interiore", l'incapacità "rifiuto di un sistema tossico". Hanno costruito un'intera filosofia per giustificare il fatto di non avere voglia di fare niente. E ci credono pure.
Ma arrendersi non è un'opzione. Se il problema è la mancanza di fame, la soluzione è una sola: restituire la fame.
I genitori smettano di pagare e giustificare. Fuori di casa a venticinque anni, come in mezza Europa. Le aziende smettano di inseguirli con benefit immeritati: la gavetta esiste e chi l'ha fatta ne è uscito più forte.
Si reintroduca un servizio civile o militare obbligatorio, sei mesi di disciplina e convivenza forzata con la realtà. Anzi meglio un anno e lo Stato si chieda come sia possibile che un trentenne sano e laureato risulti ancora fiscalmente a carico dei genitori senza che nessuno batta ciglio.
Oppure si può continuare così. E fra vent'anni ci ritroveremo con un Paese di cinquantenni che vivono ancora con la mamma, non hanno costruito niente, non hanno lasciato niente e pretendono la pensione. Pagata da chi, non si sa. Perché figli non ne hanno fatti. Ma il problema, a ben guardare, non è una generazione. È una civiltà che ha deciso di abolire il dovere, la fatica e la maturità. La Generazione Zeta non è la malattia. È il sintomo finale.

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Le mom influencer sono di due tipi: quelle che non si fermano mai scalano l’Everest con un neonato e quelle che è tutto una disgrazia, una tragedia, non vedrai mai più un’amica in vita tua, fino alla maturità del bambino vivrai in un funzione di tuo figlio entrambe una piaga
lorena⭐️@duaplicity
questa retorica delle mamme influencer che vogliono far vedere che non si fermano neanche in gravidanza/ coi bambini piccoli quando hanno dieci babysitter sono sfondate di soldi e tutte gli aiuti possibili e immaginabili
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@TheCodeMonkey1 Diocane ma la vedi la merda che posti?
Sembri un cazzo di bocia delle medie e vieni a fare la punta alla matita a me?
Stai a casa, poppante.
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Non è cucciolosissimo? 🥹😂😂😂
(se mi sgama che le posto qui mi lincia)
#19marzo #festadelpapà


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@hellonagirl Siamo allo specchio riflesso, vi ho sopravvalutato evidentemente
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@hellonagirl Minchia che ride, una famiglia di retarted che comunica come dodicenni
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@TheCodeMonkey1 Ti stai confondendo con la tua famiglia.
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Paola Bonvicini vive vicino Bologna e ha due gemelli di quattro anni. Nel 2022 li mandava al nido di Molinella. «Il conto delle due rette era di 1.300 euro. Il primo anno, tra una febbre dell’uno e un’influenza dell’altro, ho continuato a pagare sia le rette che la babysitter. La situazione è diventata insostenibile e ho dovuto chiudere bottega». Aveva aperto dieci anni prima un negozio di toelettatura per cani. «Ero partita da zero, con grandi sacrifici». Clienti affezionati, guadagni solidi, lista d’attesa di due mesi.
Dopo la nascita dei figli il negozio resiste un anno. «Mio marito lavora con partita Iva, niente congedi. Io trasferivo gli incassi alla babysitter e tornata a casa mi aspettava il secondo duro lavoro: la gestione della casa. Gratis»
Ne parla Elisa Forte su La Stampa
#donne #lavoro

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andate a fare in culo voi, i vostri stipendi di merda, i vostri orari merda e i vostri dipendenti timorati di dio perché i coglioni vanno inculati! non mi piegherò mai!
Mago Merlino@heyjude_90
STIAMO VINCENDO
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@theres52ways Veramente ad almeno la metà hai risposto se sanno leggere, come qui. Evidentemente sei un poveretta priva di argomentazioni che ha espresso un pensierino troppo grande. Salut.
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@TheCodeMonkey1 Hai ragione tu. Tutti nella conversazione hanno capito ed esposto le loro opinioni, tranne te. Quindi evidentemente siamo tutti cretini e tu sei speciale, di conseguenza, hai ragione tu.
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Vero, é un approccio molto più sano. Questo significherà anche rinunciare ad una serie di "benefici" che tutti, genz compresa, diamo per scontati. Perché quella gente "asservita", garantisce che le cose vengano fatte in tempo. Come si coniuga con l'intolleranza alla frustrazione?
Mago Merlino@heyjude_90
STIAMO VINCENDO
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@theres52ways Ancora in attesa dei benefici che perderemmo tutti. Non è che non voglio capire, è che proprio non si capisce.
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@TheCodeMonkey1 No tu non vuoi capire che è diverso, mica tutti lavorano nel "corporate" o fanno gli impiegati perdio. Comunque fa lo stesso, ho compreso, HAI RAGIONE TU.
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@theres52ways Ancora non ho capito i benefici che si perderebbero nel fare le proprie 8 ore e stop. E nel non vivere in funzioni di lavori corporate di merda
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@TheCodeMonkey1 Veramente mi riferivo allo sfruttamento delle fasce che stanno ancora più in basso, da parte di chi sta nel mezzo, ma va bene. Manco quando vi si dà ragione siete sereni 🤔
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@theres52ways Tipo quali? Uno stipendio più basso della media europea? Quali sono questi benefici che i padroni italiani elargiscono?
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@TheCodeMonkey1 Che è l'emblema di rinunciare ad una serie di benefici, che condivido.
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Sei donne su dieci non si sentono economicamente indipendenti, una su quattro non si sentirebbe libera di interrompere una relazione per ragioni economiche. Tutti i numeri del sondaggio Piepoli per Directa #ANSA ansa.it/donne/notizie/…
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@arianagrimmie Penso non esista niente di peggio al mondo, terrificante.
Ci si imbruttisce, si ingrassa e ci si rincoglionisce. Godetevela che tanto durerà poco.
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