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@foxstastic
I had this account before Elon got crazy
anywhere เข้าร่วม Mayıs 2008
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He is messing the whole world up but thinks about his ballroom?
Republicans against Trump@RpsAgainstTrump
Trump: I'm so busy that I don't have time to do this. Fighting wars and other things. But this is very important. I think it will be the greatest ballroom anywhere in the world
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Tens of millions of Americans voted for this guy to lead them, twice.
Acyn@Acyn
Trump: I hang out with losers because it makes be feel better. I hate guys that are very, very successful and you have to listen to their success stories. I like people that like to listen to my success.
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I have no idea why not more people, during this "agentic" frenzy, are not talking about @GoogleWorkspace "Studio" built into the Gsuite business package. WE LOVE THAT. Top automations, everything connected: emails, Docs, Gchats, Gdrive, Gtasks, all of it. A game changer
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Introducing: PlayerZero
The world's first Engineering World Model that puts debugging, fixing, and testing your code on autopilot.
We've raised $20M from Foundation Capital, @matei_zaharia (Databricks), @pbailis (Workday), @rauchg (Vercel), @zoink (Figma), @drewhouston (Dropbox), and more
PlayerZero frees up 30% of your engineering bandwidth by:
1. Finding the root cause for bugs & incidents in minutes that engineering teams take days to identify.
2. Predicting in minutes, edge case issues that a 300-person QA team would take weeks to find.
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Here's why this matters:
No one in your org has a complete picture of how your production software actually behaves.
Support sees tickets. SRE sees infra. Dev sees code. Each team builds their own fragmented view - and none of these systems talk to each other. When something breaks, everyone scrambles to stitch the picture together by hand.
PlayerZero connects all of it into a single context graph -
→ The Slack thread where your lead said "we went with X because Y fell apart in prod last time"
→ The PR review where an engineer explained the tradeoff
→ The lifetime history of your CI/CD pipeline, observability stack, incidents, and support tickets
So you can trace any problem to its root cause across every silo.
And it compounds. Every incident diagnosed teaches the model something new. The longer it runs, the deeper it understands - which code paths are high-risk, which configurations are fragile, which changes tend to break which customer flows.
So when you sit down to debug a live issue, you have your entire org's collective reasoning and production memory behind you - instantly.
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Zuora, Georgia-Pacific, and Nylas have reduced resolution time by 90% and caught 95% of breaking changes and freeing an average of $30M in engineering bandwidth.
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Our guarantee:
If we can't increase your engineering bandwidth by at least 20% within one week, we'll donate $10,000 to an open-source project of your choice.
Book a demo - bit.ly/3NlLMeN
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La Generazione Zeta ha rotto le palle - di Roberto Riccardi
Svogliati. Permalosi. Presuntuosi. Inaffidabili. Incapaci di sostenere una conversazione professionale, di rispondere a una mail entro sera, di presentarsi puntuali, di vestirsi in modo appropriato, di accettare una critica senza crollare emotivamente. Pretendono lo smart working al primo giorno. L'aumento al terzo mese. La flessibilità come diritto di nascita. Non hanno mai prodotto niente ma esigono tutto, con la sicumera di chi confonde i capricci con i diritti e la pigrizia con l'illuminazione.
La Generazione Zeta ha rotto le palle. E non lo dicono i soliti editorialisti rancorosi. Lo dicono i colleghi. I quarantenni che ogni sera rispondono alle mail che il collega Zeta ha ignorato, gestiscono il cliente lasciato in attesa, si sobbarcano gli straordinari rifiutati in nome del sacrosanto "bilanciamento vita-lavoro". Quelli che alle sette di sera cercano di rintracciare il collega Zeta sul telefono aziendale e scoprono che già all'imbrunire è irraggiungibile. Sono loro a pagarne il prezzo. E sono stufi.
Sono i nati tra il 1997 e il 2010. I primi veri nativi digitali, cresciuti con lo smartphone in culla e i social come biberon. Hanno attraversato la pandemia in pigiama, frequentato l'università da remoto e ne sono usciti convinti che il mondo funzioni così: dalla poltrona, a propri tempi, senza che nessuno abbia il diritto di chiedergli nulla. Si autodefiniscono la generazione più consapevole della storia. Quella che ha capito, a differenza dei padri schiavi del lavoro e dei nonni piegati dalla fatica, che la vita non si esaurisce in ufficio. Che il benessere viene prima della carriera. Che la salute mentale è sacra. Bellissimo. Peccato che questa illuminazione arrivi da gente che a trent'anni si fa ancora lavare le mutande dalla madre.
Un caso su tutti, finito sui giornali di mezzo mondo e diventato virale con ventisette milioni di visualizzazioni. Un neoassunto viene convocato dal capo a una riunione alle otto del mattino. Riunione trimestrale, comunicata in fase di assunzione. Il ragazzo sapeva. Risposta: "non posso venire, ho il corso in palestra. Il mio equilibrio psicofisico viene prima". Prima della riunione, prima dell'azienda che lo paga, prima del capo che lo ha scelto e assunto, prima di quella roba antica e desueta che le generazioni precedenti chiamavano senso del dovere. La cosa più rivelatrice non è stata la sfrontatezza. È stata la reazione dei coetanei: aveva ragione lui.
I numeri confermano la sentenza. Sei aziende su dieci hanno già licenziato neolaureati Zeta nel giro di pochi mesi. Mancanza di motivazione per il 50%, scarsa professionalità per il 46%, incapacità di comunicare per il 39%. Il 75% dei datori di lavoro li giudica insoddisfacenti. Uno su sei non vuole più assumerli. Risultato: l'età media di assunzione è salita a 42 anni, le assunzioni di over 65 sono esplose dell'80%, quelle degli under 25 sono crollate. Le aziende preferiscono il settantenne che si presenta puntuale al ventenne che manda un vocale per dire che arriva tardi perché ha lo yoga.
Ma perché tutta questa svogliatezza? La risposta non è generazionale: è sistemica. Si è prodotta una generazione senza addestramento alla frustrazione, senza autonomia materiale e senza interiorizzazione del dovere. Adulti anagrafici che funzionano come adolescenti permanenti.
E il dato lo conferma: il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori. Peggio di noi solo la Corea del Sud. In Danimarca sono il 12%. In Germania il 33%. Il Censis ha contato oltre tre milioni di trentenni ancora nel nido. Di questi, il 63% lavora. Lavora e resta. Perché andarsene significherebbe diventare adulti. E diventare adulti non è previsto dal programma.
Il 72% dei giovani disoccupati vive interamente sulle spalle della famiglia.
Ma il dato più indecente riguarda chi un lavoro ce l'ha: il 62% ha comunque bisogno del sostegno economico dei genitori. Il 30% degli under 30 dipende ancora dalla paghetta. A trent'anni. Con la paghetta. Mentre posta su Instagram storie di aperitivi al tramonto e filosofia spicciola sul diritto alla felicità.
Li hanno definiti la “Generazione Cavalletta”. Perché stanno divorando tutto quello che nonni e genitori hanno costruito con decenni di sacrificio. Sono la prima generazione della storia che consuma senza produrre, che eredita senza costruire, che pretende senza restituire.
Entro il 2030 riceveranno in eredità duemila miliardi di euro. Patrimoni, immobili, investimenti accumulati in una vita di fatica da chi si alzava alle sei senza lamentarsi e non aveva mai sentito parlare di "salute mentale" come alibi per non lavorare. Duemila miliardi nelle mani di chi non ha mai piantato un chiodo.
E non fanno figli. Perché fare figli richiede responsabilità, sacrificio, progettualità. Il tasso di fecondità è inchiodato a 1,24 figli per donna, il più basso della storia repubblicana.
Il 65% rifiuta i mestieri manuali perché considerati indegni. L'edilizia non trova ricambio. L'autotrasporto è in ginocchio. La ristorazione elemosina personale. Ma il giovane Zeta non si sporca le mani. Aspetta l'offerta giusta, col contratto giusto, lo stipendio giusto, la flessibilità giusta, l'ufficio giusto, il capo giusto. E nel frattempo si fa mantenere.
La Generazione Cavalletta non nasce dal nulla. Nasce da genitori che non hanno mai detto no. Che hanno trasformato ogni capriccio in diritto, ogni frustrazione in trauma da evitare, ogni difficoltà in qualcosa da cui proteggere il pupo a ogni costo. Che hanno fatto i compiti al posto loro, telefonato ai professori per contestare un brutto voto, accompagnato il trentenne al colloquio di lavoro. Non è un'iperbole: il 70% dei giovani Zeta ammette di aver chiesto aiuto ai genitori per cercare impiego. Non per un consiglio. Per farselo trovare. Hanno cresciuto figli come piante da appartamento: al caldo, al riparo, senza un alito di vento. E adesso si stupiscono che al primo temporale si spezzano.
Parlano di "comfort zone" come il Papa parlerebbe del Vangelo. Hanno ribattezzato la pigrizia "consapevolezza", il parassitismo "equilibrio interiore", l'incapacità "rifiuto di un sistema tossico". Hanno costruito un'intera filosofia per giustificare il fatto di non avere voglia di fare niente. E ci credono pure.
Ma arrendersi non è un'opzione. Se il problema è la mancanza di fame, la soluzione è una sola: restituire la fame.
I genitori smettano di pagare e giustificare. Fuori di casa a venticinque anni, come in mezza Europa. Le aziende smettano di inseguirli con benefit immeritati: la gavetta esiste e chi l'ha fatta ne è uscito più forte.
Si reintroduca un servizio civile o militare obbligatorio, sei mesi di disciplina e convivenza forzata con la realtà. Anzi meglio un anno e lo Stato si chieda come sia possibile che un trentenne sano e laureato risulti ancora fiscalmente a carico dei genitori senza che nessuno batta ciglio.
Oppure si può continuare così. E fra vent'anni ci ritroveremo con un Paese di cinquantenni che vivono ancora con la mamma, non hanno costruito niente, non hanno lasciato niente e pretendono la pensione. Pagata da chi, non si sa. Perché figli non ne hanno fatti. Ma il problema, a ben guardare, non è una generazione. È una civiltà che ha deciso di abolire il dovere, la fatica e la maturità. La Generazione Zeta non è la malattia. È il sintomo finale.

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A statement from Anthropic CEO, Dario Amodei, on our discussions with the Department of War.
anthropic.com/news/statement…
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37 minuti.
È il tempo trascorso tra la prima notizia dell’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo e il post con cui Matteo Salvini dichiarava: "Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma".
Oggi, mentre emergono particolari inquietanti sulla vicenda, sulla figura dell’agente e sull'ipotesi di una messa in scena, lo stesso ministro dice: "Non entro nel merito di fatti che non conosco".
Curioso. Un opinionista indefesso, notoriamente prodigo di commenti su qualunque cosa di cui ignora i fatti, all'improvviso si scopre talmente prudente da non poter commentare ciò che non conosce.
Eppure, la sera del 26 gennaio, sono bastati 37 minuti a un alto esponente del Governo per entrare a gamba tesa nel merito di fatti che non conosceva, designando all'istante colpevoli e scagionati.
Ricordo di aver appreso entrambe le cose nello stesso momento, mentre seguivo una diretta su La7, e il primo pensiero fu: possibile che non abbia imparato nulla dalla clamorosa e imbarazzante figuraccia sul caso Cucchi?
Evidentemente no.
Trentasette minuti.
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Imposta un promemoria per il mio spazio imminente! twitter.com/i/spaces/1lDxL…
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